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Aravrit, l’incontro magico tra due lingue

Arabo ed ebraico uniti in un doppio segno grafico che rispetta entrambi gli alfabeti e permette di leggere le parole in entrambe le lingue. Un progetto geniale

El MaharVerso il domani. A poco più di un anno dagli Accordi di Abramo, è un messaggio di speranza e di apertura al futuro quello che accoglie i visitatori del padiglione israeliano dell’Expo 2020 di Dubai. Per esprimerlo è stata scelta una gigantesca scritta-scultura, lunga oltre 12 metri e alta quasi 5, la cui lettura richiede la conoscenza dell’ebraico o dell’arabo, indifferentemente, visto che usa caratteri Aravrit. Presentato dalla designer israeliana Liron Lavi Turkenich come progetto finale d’esame allo Shenkar College of Engineering and Design di Ramat Gan, questo rivoluzionario sistema di scrittura nell’ultimo decennio ha viaggiato oltre i confini di Israele acquistato una importanza anche simbolica sempre maggiore fino a ottenere a Dubai una sorta di consacrazione ufficiale.

Per comprenderne l’importanza è necessario capire il principio che fonda Aravrit, che combina la parola ebraica per arabo, aravit, con il nome usato per l’ebraico moderno, ivrit. E il gioco di combinazioni è alla base della sua stessa formulazione, visto che questo sistema di scrittura consiste nei 638 caratteri corrispondenti a tutte le combinazioni possibili tra i 22 dell’alfabeto ebraico con i 29 di quello arabo, oltre ai suoni unici che si trovano in ogni lingua. Per realizzarlo, la sua ideatrice ha sovrapposto alla parte inferiore di ciascuna delle lettere dell’alfabeto ebraico quella superiore di tutte quelle dell’alfabeto arabo, creando così nuovi segni che possono essere letti in entrambe le lingue.
Alla base dell’intuizione della designer ci sono gli studi di un oftamologo francese dell’Ottocento, Louis Émile Javal. Secondo le ricerche dello scienziato sulla lingua latina, per riconoscere le lettere latine sarebbe sufficiente leggere anche solo la loro metà superiore. Nell’ideare una scrittura che valesse per entrambe le lingue parlate nel suo paese e potesse essere letta da ebrei e arabi allo stesso modo, la Turkenich ha scoperto che quanto detto da Javal poteva essere applicato anche all’alfabeto ebraico, con la differenza che in questo caso a essere determinante per il riconoscimento era la parte inferiore delle lettere. Volendo completarle con quelle arabe, era necessario che per queste valesse invece la stessa regola delle lettere latine e che bastasse quindi la parte superiore per distinguerle. Cosa che, fortunatamente, si è rivelata vera.

Detto fatto, Liron ha compiuto i suoi primi esperimenti tipografici adattando dove necessario dimensioni e proporzioni dei segni delle due lingue pur senza snaturarle. Il sistema è stato progettato per essere flessibile, non esiste una formula specifica per dove iniziano e finiscono i caratteri e solo chi conosce le due lingue e i rispettivi alfabeti può individuare il punto di giuntura. L’obiettivo non è una semplice traslitterazione, ma la creazione di un sistema di segni che esprima lo stesso significato in entrambe le lingue, contemporaneamente.
Per quanto sembri assurdo, questa sorta di esperanto tipografico pare abbia superato fin dai primi esperimenti i test sul campo. Che come ha raccontato la sua creatrice sono avvenuti nelle situazioni più disparate, primi tra tutti i suoi viaggi quotidiani in treno da Haifa a Tel Aviv. «Ogni volta che sentivo qualcuno parlare arabo, chiedevo loro se avevano tempo per rispondere ad alcune domande. Hanno sempre detto di sì», ha ricordato Liron Lavi, che oggi può contare sull’aiuto di molti amici arabi.
Dalla fortissima valenza simbolica, questo sistema non è ancora scaricabile su vasta scala come font tipografico, ma è alla base di gioielli, ceramiche, magliette e altri gadget in vendita sull’e shop del sito dedicato  e appunto, da poco più di un mese, della scritta-scultura esposta all’Expo 2020 di Dubai. Riguardo a tale opera, la Turkenich nutre grandi speranze, tanto da dichiarare ad Haaretz: «Vorrei arrivare al Museum of Modern Art di New York. È una specie di sogno. Sarei felice che qualcuno adottasse El Mahar. Una scultura all’aperto richiede attenzione proprio come un linguaggio crea attenzione».

Nata e cresciuta a Haifa, la designer deve la sua idea alla propria esperienza nella città d’origine, una delle più integrate di Israele, dove ebrei e palestinesi si mescolano frequentemente e dove l’arabo è onnipresente. Turkenich era abituata a una segnaletica stradale scritta in tre lingue, arabo, ebraico e inglese. «Mi ero resa conto che guardavo le lettere arabe come se fossero ornamenti o decorazioni, come se non fosse un contenuto che deve essere letto», ha dichiarato a Hyperallergic , precisando che non le era mai stato insegnato l’arabo da piccola. «Leggevo l’ebraico, ovviamente, e l’inglese, ma l’arabo era qualcosa che finivo col trascurare, il che ha iniziato davvero a darmi fastidio. Volevo fare qualcosa che ci aiutasse a vedere entrambe le scritture allo stesso modo». Da qui gli studi per perfezionare un carattere ibrido che rispettasse però entrambe le lingue semitiche.
«Credo che Aravrit invii un messaggio che dice che siamo entrambi qui, e potremmo anche riconoscerci a vicenda», ha dichiarato la Turkenich a JTA nel 2017. «Questo vale per gli ebrei e gli arabi israeliani, ma anche per Israele, i palestinesi, Israele e il mondo arabo». Sempre nello stesso periodo, un video in lingua ebraica pubblicato su Facebook che introduceva Aravrit è stato visto da oltre un milione di israeliani, collezionando numerosi commenti positivi.
Attentissima a non urtare la sensibilità di nessuno, Turkenich ha fin dall’inizio messo in chiaro che il suo obiettivo è quello di costruire sulle lingue, non di sovvertirle. In Aravrit le frasi seguono le regole grammaticali dell’arabo in alto e dell’ebraico in basso e le lettere conservano le caratteristiche più importanti di ogni scrittura. Così, come racconta la designer su Designboom, «ognuno può leggere fluentemente la lingua con cui si sente più a suo agio senza compromettere la grammatica o il vocabolario, senza ignorare l’altro, che è sempre presente». Una parola come “pace”, ad esempio, si legge come “salaam” in alto e “shalom” in basso. «Sia l’ebraico che l’arabo hanno storie incredibili. Non dovremmo cancellarli», conclude Liron Lavi. «È lo stesso della situazione politica: non possiamo ricominciare da zero».

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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