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Borat 2: un tour dissacrante nell’America che ha smesso di indignarsi

Nel nuovo film il viaggio di Sacha Baron Cohen-Borat nell’America dell’indifferenza e del razzismo. Dove tutto è consentito…

In questi giorni di attesa infinita – attesa di un prossimo lockdown, attesa delle elezioni americane – la prospettiva di vedere su Amazon il seguito di Borat mi sembrava allettante, un antidoto alla noia e all’apatia. Mi piace Sasha Baron Cohen che ho seguito in questi anni anche nelle vesti di attore più tradizionale (The Spy, Il processo ai Chicago 7) e ammiro la sua capacità di fare satira provocatoria su questioni importanti, esponendosi in prima persona con notevole chuzpah. In realtà Borat 2 seguito di film cinema non è per niente un film catartico e liberatorio: anzi, è molto angosciante per quello che mostra e tiene lo spettatore in un’ansia continua per le situazioni davvero rischiose in cui Baron Cohen va a cacciarsi (l’attore stesso ammette che più volte si è trovato in pericolo e ha indossato un giubbotto antiproiettile sotto il costume di scena). Nel primo Borat del 2006 Baron Cohen si dedicava a smascherare il razzismo latente degli Americani, mostrandone l’ipocrisia nascosta sotto la coltre del perbenismo.

Questo è invece un film sull’epoca Trump e di latente ormai non c’è più niente. Il peggio è palese, addirittura legalizzato, fa parte del quotidiano. La trama al solito è un pretesto, un canovaccio per permettere ai due attori protagonisti, Baron Cohen e la brava Maria Bakalova che lo accompagna di improvvisare in base a una scaletta narrativa che li condurrà a incontrare vari rappresentanti dell’America di destra. Stavolta il giornalista kazako, per rimediare al crollo di immagine che ha fatto subire al suo paese dopo i precedenti trascorsi e riportarlo nell’orbita internazionale, è incaricato di recare in dono al vice presidente degli Stati Uniti una “scimmietta sexy”.

Ma quando arriva in America, scopre che nella cassa di imballaggio al suo posto c’è la figlia Tutar e decide che sarà lei il regalo sessuale per Mike Pence e poi, in seconda battuta, per Rudolph Giuliani. I due si mettono in viaggio per raggiungere il loro obbiettivo e gli incontri assurdi che faranno scandiscono la storia. Quello che sconvolge di più è l’assoluta indifferenza delle persone con cui i due interloquiscono: il ferramenta che non si stupisce che Borat voglia acquistare una gabbia per tenere imprigionata la ragazza o che alla domanda quante bombolette di gas servono per sterminare dieci rom ne consiglia “almeno un paio”, la pasticcera che scrive senza esitazione sulla torta al cioccolato una frase antisemita circondata da faccine sorridenti, il medico antiabortista che non fa una piega davanti alla rivelazione che il padre possa aver messo incinta la figlia o l’estetista che consiglia una sfumatura di abbronzatura non troppo scura, adatta a una famiglia razzista.

Vige l’indifferenza, ognuno è ben deciso a farsi i i fatti propri, a badare al proprio interesse, arroccato in un individualismo sconcertante. Nessuno si stupisce troppo per i travestimenti strampalati di Baron Cohen, né per la lingua che gli attori parlano (lui uno slang ebraico, lei il bulgaro). Il diverso è tollerato, basta che si conformi e non crei problemi. Tutto rientra in una terribile normalità, tutto è consentito. Borat, come uno Zelig iperbolico, diventa specchio distorto dei suoi interlocutori che trovano naturale condividere con lui pensieri misogini e antisemiti. Del resto, sembra dirci Baron Cohen, non c’è forse al potere un presidente che predica questi concetti quotidianamente, una specie di pagliaccio razzista. Esistono maschere di Trump – come quella che l’attore indossa riuscendo a eludere in modo stupefacente e inquietante la sicurezza a un comizio di Pence – come costumi da Borat: i due sono equiparati, sullo stesso piano, entrambi travestimenti da carnevale. Le persone non sono cattive in sé. Non lo sono nemmeno i tipi che ospitano Borat-Cohen per cinque giorni in casa loro, aiutandolo a ritrovare la figlia ormai emancipata (ha scoperto che le donne possono guidare e che la vagina non ha i denti come le è stato insegnato fin da piccola) e che negano la presenza del Covid e l’esistenza della Shoah perché lo dice Facebook. I media hanno fatto un lavaggio del cervello alla nazione che ha perso la capacità di pensare con la propria testa, è diventata disposta a disumanizzare l’altro e a accettare odio e violenza come fatti normali (allucinante il momento in cui Borat travestito da contadino texano, con tanto di collana di cipolle intorno al collo, improvvisa a una Convention di estremisti anti covid una canzone dove incoraggia a fare a pezzi i giornalisti responsabili di diffondere false informazioni sul virus, “come fanno gli arabi”).

Del resto questi sono i modelli imperanti e riconosciuti, come quel Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York e avvocato di Trump, che non esita a fare avance a Maria Bakalova chiedendole il numero di telefono e infilandosi addirittura una mano nei pantaloni. Si salvano solo un’afro americana che prova a mettere in guardia Tutar vedendo che il padre la tratta da schiava in catene e l’anziana sopravvissuta alla Shoah che non si scompone troppo quando Borat entra in sinagoga vestito da secondo lo stereotipo anti ebraico con naso finto, coda e corna da diavolo ma lo accoglie, lo bacia e gli offre la minestra (i parenti della signora, defunta nel frattempo, hanno però fatto causa all’attore). Come a dirci che le uniche persone rimaste ancora umane, sono quelle che hanno sofferto, che si sono battute per i diritti e la libertà, che hanno sperimentato sulla propria pelle l’esclusione e la discriminazione. Il film esce adesso a pochi giorni dalle elezioni e ha un preciso valore politico. E’ quasi una missione disperata, eroica perché impossibile, che aspira a mettere in guardia gli americani da quello che li aspetta. “Questo devono fare gli artisti adesso, in questo momento di emergenza”, sostiene Baron Cohen. Provare a ricostruire una coscienza e un senso della giustizia. Una specie di tikkun olam, anche se le originarie schegge del vaso, come i valori fondanti della nazione, sono diventate opache e sono finite nel fango. Un fango insidioso, tenace, difficile da ripulire. Ci vorrà molto tempo per toglierlo, per scoprire se della luce della democrazia è rimasto davvero qualcosa.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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