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Bruce Springsteen, Born to run: il ruolo fondamentale di Louis Lahav, mago del suono israeliano

Dietro le canzoni del leggendario disco del rocker c’è il prezioso lavoro in studio di un giovane tecnico del suono israeliano. Di cui forse non avete mai sentito parlare…

Nessun cantautore americano, dopo Bob Dylan, ha raccontato le strade infinite, le angosce esistenziali e le contraddizioni dell’America degli ultimi cinquant’anni come Bruce Springsteen. A lui dobbiamo il merito di aver mantenuto in vita la fiamma del rock and roll, non come mera musica di intrattenimento, ma come strumento universale per prendere posizione e per risvegliare le coscienze assopite di una società ripiegata su sé stessa, indifferente e iperconnessa, brandendo la sua chitarra consunta come un’arma benevola. Le sue canzoni sono ricche di vita vissuta, storie di emarginati, corse notturne attraverso le infinite e polverose highways americane, voglia di riscatto, dolorose cadute e inaspettate risalite. In fondo tutta la poetica di Springsteen ruota intorno al tema dell’identità, che ha raggiunto il suo culmine nell’album-capolavoro Born to Run del 1975, in cui ha avuto un ruolo fondamentale il giovane ingegnere del suono israeliano Louis Lahav, nato in Bolivia ma trasferitosi da adolescente a Jaffa, quando aveva solo ventisei anni.
Springsteen si trovava in un momento delicato della sua carriera: gli album Greetings From Asbury Park del 1973 e The Wild, the Innocent e The E Street Shuffle del 1974 avevano ottenuto il plauso della critica, ma non avevano venduto quanto sperato. Il pianista David Sancious aveva lasciato la band per intraprendere la carriera da solista, sostituito egregiamente dal pianista Roy Bittan, dentro il nuovo batterista Max Weinberg, prezioso metronomo della E Street Band, mentre Steve Van Zandt, meglio conosciuto come Little Steven, era tornato nel gruppo. Il contratto con la Columbia era in forte rischio e così il terzo album si era trasformato in una sfida senza paracadute che non si poteva perdere in alcun modo. Lahav, che già aveva lavorato ai due album precedenti, era ormai un fedelissimo del Boss, ma ciò non attenuava la tensione che si respirava in studio.
L’album richiese diciotto mesi di sessioni di registrazione sfibranti, di cui sei soltanto per completare la title track Born to Run. Springsteen scrisse la title track Born to Run nella sua camera da letto a Long Branch, nel New Jersey, ispirato da una storia di sapore cinematico tra un ragazzo e una ragazza nati per correre e per inseguire i loro sogni, costi quel che costi. Non è importante dove vanno, l’importante è non rimanere fermi e adagiarsi nella mediocrità della vita di provincia. “Stavo suonando la chitarra sul mio letto quando d’un tratto le parole di Born to Run mi vennero in testa. Pensavo si trattasse del nome di un film o di qualcosa che avevo visto mentre guidavo. Mi piaceva la frase perché suggeriva un dramma cinematografico che si adattava perfettamente alla musica che avevo in testa per quelle parole”. La tecnologia, allora, non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella di oggi, dove tutto il processo di incisione è digitalizzato, mentre Lahav ha dovuto utilizzare per l’album solo sedici tracce, quasi del tutto piene, spostando parti di nastro all’interno di una stessa canzone per trovare il suono perfetto. Il leggendario assolo di sax di Clarence Clemons su Born to Run è stato registrato in parti diverse, così l’ingegnere del suono ha dovuto mixarle in modo da ascoltare l’assolo intero.
Le registrazioni della parte di Big Man in Jungleland richiesero 16 ore, con Springsteen che dettò a voce, nota per nota, come voleva che fosse l’assolo. “Ero lo spettatore innocente, che cercavo solo di fare il mio lavoro”, ha dichiarato Lahav in un’intervista al Jerusalem Post. “Bruce aveva una visione ed era guidato, era evidente. Aveva fatto un enorme passo avanti nella scrittura e nell’arrangiamento. Eravamo tutti consapevoli che la direzione musicale stava cambiando verso questo grande suono, e abbiamo lavorato insieme come una squadra per crearlo, anche in mezzo ai conflitti “.
Epici brani rock si alternavano a ballad malinconiche, raccontando l’altra faccia dell’America, quella proletaria e inquieta che, più che in cerca del Sogno Americano, era in fuga dall’incubo di una quotidianità soffocante. Springsteen voleva realizzare un album che unisse la voce di Roy Orbison, i testi di Bob Dylan e la produzione “Wall of Sound” di Phil Spector, una visione decisamente ambiziosa. Jon Landau, il giornalista di Rolling Stone che scrisse la celebre frase “ho visto il futuro del rock’n’roll il suo nome è Bruce Springsteen”, subentrò di fatto a Mike Appel come manager, con il quale la tensione e le divergenze artistiche erano sempre più forte. Fu proprio Landau a suggerire alla band di spostarsi dai 914 Studios di Blauvelt ai più moderni Record Plant di New York City, dove li seguì anche Lahav con il suo assistente Jimmy Iovine, diventato in seguito uno degli imprenditori più ricchi del music biz grazie al marchio Beats. La Columbia affidò proprio a Iovine il compito di fare un nuovo mix di Born to Run che esaltasse maggiormente la voce, ma il risultato fu deludente e così la versione che conosciamo tutto rimase quella realizzata da Lahav. La moglie di Lahav all’epoca, Suki, si unì alla band itinerante di Springsteen per alcuni mesi, suonando il violino nell’epico finale di Jungleland. Da allora, la carriera di Louis Lahav ha avuto una costante crescita, producendo alcuni dei più importanti artisti israeliani, tra cui Arik Einstein, Kaveret, David Broza, Shlomo Artzi e Keren Peles, anche se, da un punto di vista affettivo, è maggiormente legato a Born to Run. “È musica che è ancora viva e verrà suonata per molto tempo a venire”, ha detto. Uno dei segreti per capire lo straordinario senso di comunanza che si percepisce mentre si ascolta l’album è probabilmente che Springsteen non è vissuto dagli ascoltatori come una rockstar lontana e irraggiungibile, ma un working class man del New Jersey che ce l’ha fatta e che vuole che ce la facciamo anche noi a trovare i nostri “glory days”, lasciandoci dentro la sensazione che, nonostante gli orrori e le incertezze che ci circondano, possiamo rialzarci ancora una volta e sfidare il mondo. Perché siamo nati per correre.
Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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