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Che significa essere ebreo? #1

Piccola indagine identitaria a puntate. Focus 1: rispondono tre rabbini

Cosa significa essere ebrei? Vi proponiamo una piccola serie a puntate su questo tema per discutere di identità ebraica. E di identità in senso più ampio, eventualmente. Cominciamo con un trio piuttosto interessante: tre rabbini che rispondono alle stesse quattro domande. Ecco chi sono i protagonisti:

  Haim Fabrizio Cipriani, rabbino, è l’ideatore e fondatore della comunità ebraica italiana Etz Haim, per un ebraismo senza mura. Inoltre presta servizio rabbinico presso le comunità francesi ULIF (Marsiglia) e Kehilat Kedem (Montpellier). Autore di svariati saggi a tema ebraico, editi da Giuntina, svolge in parallelo una prestigiosa attività internazionale di violinista concertista.

 

 

Elia Enrico Richetti, attualmente è il rabbino della sinagoga di via Eupili a Milano, è stato vice rabbino capo nella stessa città, dove è stato anche docente al Collegio Rabbinico e insegnante di materie ebraiche presso le Scuole della Comunità. Dopo gli studi in Israele è stato chiamato a Trieste come rabbino capo e successivamente a Venezia. Appassionato cantore e conoscitore delle diverse liturgie italiane, sta facendo un lavoro di registrazione dei canti per preservarli.

 

Sylvia Rothschild è rabbino presso la sinagoga Lev Chadash di Milano. Cresciuta a Bradford da padre rifugiato tedesco e da madre di origine lituana e bielorussa, in una famiglia sempre attiva nella sinagoga, dopo l’università diventa assistente sociale psichiatrico e terapista. Riprende a studiare al Leo Baeck College, e nel 1987 diventa l’ottava donna rabbino d’Europa. Per 16 anni è stata rav della Bromley Synagogue. Alla Wimbledon Synagogue ha sviluppato per 11 anni il primo esperimento di servizio di comunità condiviso (rabbinic job share).

 

 

 

1) Cosa significa essere ebrei? Una definizione “scientifica”.

E.E. Richetti: Secondo la Halakhà è ebreo chi è figlio di madre ebrea, o chi si converte all’Ebraismo secondo i parametri definiti dalla Halakhà: davanti a un Tribunale Rabbinico ortodosso, tramite milà (se maschio) e tevilà nel miqwè, con l’accettazione formale di osservanza di tutte le mitzvòth.

H.F. Cipriani: Una definizione scientifica è molto difficile, specie perché parliamo di un fenomeno umano complesso e articolato. Sostituirei quindi l’aggettivo “scientifico” con “oggettivo”. Nel mondo biblico la definizione di ebreo appare piuttosto fluida, perché è evidente che chiunque si identificasse con il destino e la storia di quel gruppo venisse considerato tale. Parlo di destino e storia, e non di religione, perché nelle fonti bibliche il popolo, con le sue leggi e la sua coscienza di essere tale, sembra esistere prima del dono della Torà che ne sancirà la dimensione religiosa.

Dal punto di vista normativo la legge rabbinica più tarda identificherà poi come ebreo chi nasce da madre ebrea (in origine la linea seguita era patrilineare, ma questo è un argomento complesso che non svilupperemo in questa sede), oppure chi ha scelto l’ebraismo effettuando un Ghiur, ossia una presa di residenza (i cui criteri sono anch’essi piuttosto variabili nelle fonti antiche, e lo restano nelle realtà moderne). Questa rimane ai giorni nostri la definizione più oggettiva che abbiamo. Ma anche nelle fonti classiche troviamo talvolta idee molto particolari, come quella talmudica secondo cui chiunque rigetti l’idolatria va considerato ebreo (TB Meghillà 13a),  opinione che non ha valore normativo ma che ci ricorda appunto la fluidità di tali concetti.

In certi tipi di ebraismo moderno si è invocata la parità di genere, per chiedere che i figli di padre ebreo fossero riconosciuti come ebrei, cosa che avviene spesso in alcuni movimenti modernisti, per esempio. Ritengo sia un errore, giacché quel principio si basa sulla relazione, unica e incomparabile, che esiste fra una madre e il figlio, che non è paragonabile a quella che si costruisce in seguito col padre. Altra cosa è il riconoscere comunque un grado di giudeità ai figli di padre ebreo.

S. Rothschild: La legge rabbinica definisce ebreo colui che nasce da madre ebrea, o che si è convertito all’ebraismo. Come molte delle definizioni apparentemente semplici, questa cela un processo complesso di tipo storico e sociologico, culturale e religioso. Nella tradizione biblica non c’è “conversione” formale e lo status di appartenenza alla tribù segue chiaramente il criterio patrilineare: i figli di Giuseppe, Mosè, Davide e Salomone, di madri non israelite, sono parte del popolo d’Israele.
Vediamo tuttavia con la redazione della Mishnah che lo status di bambino ebreo viene definito giuridicamente: il criterio è la validità dell’unione dei suoi genitori (M. Kiddushin 3:12). Leggendo questo passaggio insieme a M. Yevamot 7:5, troviamo che esiste un problema di status giuridico per i bambini con solo un genitore ebreo, ma mentre non si mette in discussione che il bambino nato da padre ebreo e madre non ebrea sia un gentile (non ebreo), il Talmud cambia lo status del bambino nato da madre ebrea e padre non ebreo a ebreo.
Questa da allora è stata la posizione ufficialmente codificata dalla legge ebraica ed erroneamente descritta come “principio matrilineare”.
L’ebraismo progressivo ha seguito e in gran parte ancora segue questa codificazione, ma ci sono due cose che hanno riacceso il dibattito. Una è il valore dell’uguaglianza di genere, fondamentale per l’ebraismo progressivo, la seconda è la realtà sociologica: molti bambini nelle nostre comunità hanno un solo genitore ebreo e crescono con una forte identità e stile di vita ebraici. In Europa, l’Ebraismo progressivo ha stabilito un percorso per il bambino nato da padre ebreo e madre non ebrea: i genitori portano il bambino al nostro Beth Din (tribunale), accettano di crescerlo nella comunità e di fargli fare il mikveh (bagno rituale) e il brit milà (circoncisione, per i maschi). Il bambino così potrà fare il ghiur katan (conversione del minore).

2) Cosa significa essere ebrei per voi: una definizione personale

E.E. Richetti: Al di là del fatto che si può essere ebrei halakhicamente e non sentire alcuna identità ebraica, la tradizione definisce questa identità nel legame con tre aspetti fondamentali: terra, popolo e Torà. Ha consapevolezza del suo ebraismo chi sente il legame con la terra d’Israele e con i suoi destini, chi sente che qualunque cosa succeda lì lo riguarda da vicino, che quella terra è del nostro popolo qualunque cosa accada. Ha consapevolezza del suo ebraismo chi si identifica nella storia peculiare del popolo ebraico, nella sua sopravvivenza a dispetto delle leggi storiche, nel ricordo di tutte le sofferenze che abbiamo subito nel corso dei millenni, compresa la Shoà e compreso il mai cessato pregiudizio antiebraico, ma anche nell’orgoglio di avere contribuito allo sviluppo dell’umanità tramite lo studio, le figure dei Maestri dello spirito, degli scienziati, dei grandi nelle più svariate materie. Ha consapevolezza del suo ebraismo chi vede nello studio e nella pratica della Torà e delle mitzwòth lo strumento principale per mantenere la sua identità, per unire il nostro popolo in una realtà unica a dispetto delle distanze geografiche, per sopravvivere nei millenni a dispetto delle leggi storiche, per mantenere ed incrementare il legame con la terra d’Israele.

H.F. Cipriani: Naturalmente qui la risposta è complessa, perché affermare una perfetta corrispondenza fra sentimento personale e dimensione normativa sarebbe ipocrita. Immaginiamo quel che accade quando una persona che conosciamo intimamente, e che sappiamo essere profondamente parte di una cultura, per esempio quella italiana, non ha tutte le carte in regola per essere considerata tale dal punto di vista legale, e non potrà quindi votare. Ma per noi che la conosciamo, sarà italiana comunque. Vi è quindi spesso uno iato fra la dimensione umana e quella normativa, ed è normale e sano che sia così. Per me personalmente essere ebreo significa essere profondamente presenti al proprio ebraismo, viverlo pienamente e costantemente. Non necessariamente solo dal punto di vista dell’osservanza religiosa, ma nel modo di vivere e pensare. Non credo si possa essere davvero ebrei, si può soprattutto vivere da ebrei. E talvolta, appunto, l’aspetto formale e quello sostanziale possono entrare in dissonanza. Nella pratica, il mio ruolo rabbinico fa sì che io debba attenermi a criteri normativi. Ma ritengo importante lavorare per colmare questo squilibrio laddove esso si crea.

S. Rothschild: Nel periodo biblico essere un ebreo non era avere solo un’identità religiosa, ma anche appartenere a un’etnia, una popolazione, una tribù, una famiglia, una nazione. L’ebraismo rabbinico, non prescrive nulla se non lo status giuridico (vedi sopra) e soltanto con la modernità incontriamo “Cosa significa essere ebreo” come domanda esistenziale.
Quello che sappiamo è che la fede non è un fattore decisivo. L’Ebraismo non ha mai richiesto la fede – è una delle grandi differenze tra noi e il Cristianesimo – piuttosto ha sempre richiesto la nostra azione nel mondo, generalmente definita nelle mitzvot.
Dunque, cosa è un ebreo e cosa significa essere ebrei? Penso che la miglior descrizione – migliore anche della definizione di ebrei come popolo o religione – sia quella di famiglia. Possiamo essere diversi nelle opinioni politiche, nelle priorità della vita, nell’etnia e nel livello di osservanza religiosa, eppure tutti insieme siamo Am Israel: un popolo con una storia e un destino condivisi, un patto con Dio che ci vincola, anche se possiamo essere in disaccordo su cosa questo esattamente significhi.

3) Esistono i “mezzi ebrei” e perché?

Leggi anche: Non esistono i mezzi ebrei. Solo gli ebrei

E.E. Richetti: Il termine “mezzi ebrei” è un termine antipatico, che ha un vago sapore di razza. Da un punto di vista puramente formale, o si è ebrei o non lo si è. È però vero che ci sono alcuni non ebrei che, o per origine ebraica da parte di padre o per vicinanza spirituale o ideologica o di simpatia verso la realtà ebraica, si sentono particolarmente legati al nostro popolo o ad alcuni aspetti dell’Ebraismo. Uno di questi, il noto psicanalista Cesare Musatti, figlio di padre ebreo e di madre cattolica, in un convegno a Trieste nel 1981 definì la posizione sua e di altri come lui in questi termini: considerati ebrei al 50%, spesso ebrei al 25%, ma con un’identità ebraica del 75%. Queste persone meritano rispetto ed affetto, attenzione e disponibilità, rispettando anche la parte non ebraica del loro essere.

H.F. Cipriani: Mi sembra una definizione imprecisa. Esiste un multiculturalismo degli individui, che possono quindi essere estremamente poliedrici. Considerarli “mezzi” significherebbe privarli della loro integrità e pienezza. Ogni individuo è un Tutto, ha una pienezza che per fortuna va ben oltre le categorizzazioni che i vari sistemi vorrebbero imporgli. Nel caso specifico, esistono individui portatori di giudeità anche se non normativamente ebrei. Penso per esempio ai figli di padre ebreo. Esattamente come esistono persone ebree talmente lontane dall’ebraismo al punto che considerarle ebree forse non sarebbe neppure loro gradito. Talvolta queste situazioni di attrito fra realtà intima e status normativo possono divenire molto problematiche, e quindi secondo me andrebbero armonizzate, specie nei casi in cui ciò possa portare a tensioni e sofferenze. Ritengo che questo faccia parte dei doveri delle autorità rabbiniche, specie nei tanti casi di persone di origine ebraica desiderosi di reintegrarsi con il popolo ebraico. Queste persone dovrebbero poter accedere a dei programmi di studio e preparazione a questo ritorno in modo semplificato e accogliente. Non certo con il fine di banalizzare tale processo, ma piuttosto di mostrare in pratica il desiderio che il mondo ebraico ha di recuperarli. Desiderio che invece è spesso espresso a parole ma senza grandi conseguenze pratiche.

S. Rothschild: Trovo che questo termine sia molto problematico: mi richiama alla mente la parola “mischling” [persona “di sangue misto” secondo i criteri della Germania nazista] e tutti gli orrori connessi al suo contesto. Capisco che a volte le persone con origini miste possano usare questa espressione per descriversi, ma non ho mai incontrato nessuno che percepisse la propria identità in questi termini di metà e metà.
Essere ebrei è sia uno status giuridico (vedi sopra) e un’identità. A volte la persona possiede lo status giuridico ma nessun legame personale o identitario, altre volte la persona possiede l’identità ma non lo status giuridico: i due elementi non sempre coincidono. Ma chi possiede l’identità senza lo status può incorrere in situazioni di grande sofferenza. Benché non si tratti di una categoria halakhica a sé, è chiaro per me che ci sono molte persone in Italia, Europa meridionale e orientale che appartengono agli Zera Israel, i semi di Israele. Il concetto fu sviluppato dal primo Rabbino Capo Sefardita di Israele, Rav Ben Zion Meir Chai Uziel, allo scopo di “far tornare chi è stato allontanato e cercare chi si è smarrito” (Ezekiel 34:4). Penso che nella comunità ebraica sia importante seguire il lavoro di Rav Uziel e aiutare chi, dopo un distacco, vuole tornare all’Ebraismo.

4) Un ebraismo o tanti ebraismi?

Leggi anche: Religione, elemento di unione o divisione?

E.E. Richetti: L’Ebraismo è uno, come Uno è chi ce lo ha dato (ossia Dio). Vicende storiche hanno portato ad una molteplicità di modi di viverlo e di sentirlo, basti pensare alla molteplicità di riti, di usanze e perfino di scuole halakhiche; di ciò non fa parte la pretesa di declinare l’Ebraismo in modalità mutuate da altre realtà, che prescindano dal legame con uno o più di quegli aspetti fondanti della nostra identità, ossia terra, popolo e Torà: chi
segue quella strada può sempre sentirsi parte della realtà ebraica, ma il suo modo di essere non può essere definito autenticamente e genuinamente ebraico, e chi dal mondo esterno aderisse a una linea di condotta di questo tipo non può essere considerato un vero proselita. L’Ebraismo è una realtà minuscola nella realtà mondiale, e ha bisogno di unità per sopravvivere.

H.F. Cipriani: Non credo sia mai esistito un ebraismo monolitico. La varietà è una conseguenza inevitabile della ricchezza dell’umano e della storia. In pratica è sempre esistita la coscienza di far parte di un popolo, Am Israel, ma articolato in correnti talmente diverse da far dubitare di questa realtà effettiva. Fin dall’epoca biblica assistiamo infatti a un popolo diviso in tribù spesso in conflitto fra loro o indifferenti le une alle sorti delle altre. In epoca rabbinica, all’epoca della dominazione romana, la tensione fra le varie correnti di pensiero era anch’essa molto forte, e portava a conflitti fra rabbini, e a umiliazioni talvolta cocenti inflitte ad alcuni. Questo mostra che il mito di un ebraismo solidamente coeso è, nel migliore dei casi, una leggenda atta a confortare gli ingenui, oppure sviluppata con lo scopo di generare un desiderio di ritorno verso un paradiso perduto che, come ogni paradiso, non è mai esistito.

Il fatto che esistano, e siano sempre esistite, diverse forme di vivere l’ebraismo, mi sembra un fatto storicamente indiscutibile. Per me questo è un segno di vitalità, per altri potrebbe essere una pecca. Si tratta di una questione di weltanschauung, di concezione del mondo. Questo deriva da un’idea teologica. La realtà trascendente che viene individuata nella Torà come creatrice del mondo, è vista come portatrice di unità. Ma non appena la Creazione viene iniziata, ogni elemento tende verso il duale: cieli e terra, acque e terraferma, uomo e donna, ecc. L’unità non è di questo mondo, verrebbe da dire. Una volta constatata questa molteplicità, è opportuno chiedersi come essa possa essere articolata. Personalmente, sono prudente nei confronti dei “movimenti” ebraici organizzati, il cui rischio è quello che si trasformino in istituzioni campanilistiche il cui scopo principale è quello di proteggere l’istituzione stessa, a dispetto di qualsiasi altro aspetto. Questo degenera spesso in atteggiamenti violenti e belligeranti, che peraltro hanno lo sgradevole effetto di allontanare molte persone dai luoghi ebraici.

Personalmente tendo quindi a preferire l’idea di un ebraismo molto più fluido, non articolato in denominazioni con un forte carattere politico. In tale tipo di ebraismo, che sarebbe autenticamente pluralistico, conterebbe solo la capacità di proporre modelli di vita e di studio ebraico, che conservino coerenza rispetto alla tradizione ma conciliando uno sguardo esigente con un senso di realismo rispetto alla situazione degli ebrei di oggi e di domani. Sarebbe un ebraismo rispettoso delle differenze, dove il principio talmudico di “Queste e quelle sono parole dell’Elohim vivente” [TB Eruvin 13a], sarebbe applicato sul serio, con la reale coscienza che la verità è sempre divisa in mille schegge, e che una parte di essa è nascosta in ogni opinione. Un ebraismo non basato sulle “tessere di partito”, come le chiamo io, e sui vari pensieri unici presenti nelle diverse correnti attuali, che chiaramente escludono tutti gli altri. Anche se questa affermazione dispiacerà a molti, in pratica oggi tale tipo di ebraismo non esiste a livello istituzionale, ma solo al di fuori, in piccole realtà più o meno periferiche, e quasi inesistenti in Europa. Negli USA questi tipi di realtà sono leggermente più presenti e diffusi per ragioni numeriche e sociali, anche perché le persone hanno sempre meno desiderio di vivere all’interno di istituzioni impersonali e spesso rigidamente incapaci di misurarsi col cammino spirituale dei singoli. Per quello che constato col passare degli anni, e che le ricerche statistiche e demografiche sembrano dimostrare, le grandi istituzioni contano un enorme calo di partecipazione. Se un qualche tipo di ebraismo ha facoltà di svilupparsi nei prossimi decenni, sarà un ebraismo diverso, molto più umano e attento al divenire spirituale degli individui. Io da cinque anni porto avanti in Italia, con risultati a mio avviso soddisfacenti, un gruppo unico nel suo genere a livello europeo, ispirato a questi ideali. Si tratta di Etz Haim, la comunità per un ebraismo senza mura.

Riassumendo, pur avendo collaborato con la maggior parte dei movimenti ebraici, e pur facendolo ancor oggi, mi considero un semplice ebreo alla ricerca, una ricerca di spiritualità ebraica che porto avanti insieme alle centinaia di persone che mi seguono in Italia e in altri paesi. Senza nessuna tessera di partito, ma con la sola fiducia in quel progetto plurimillenario che è Israele.

S. Rothschild: Un ebraismo. Così come la miglior descrizione per gli ebrei è quella di famiglia – diversi modi di stare al mondo, ma attaccamento alle stesse radici – così l’ebraismo è una sola famiglia. L’ebraismo è sempre stato dinamico, è cambiato e si è adattato alle circostanze. Che si tratti delle molte innovazioni dell’ebraismo rabbinico che ci permisero di sopravvivere ai cambiamenti epocali portati dalla perdita del Tempio e dall’esilio, o della vita nella Diaspora con le molte anime del mondo sefardita, ashkenazita (e italiano), la costante dell’ebraismo è la predisposizione a cambiare esternamente per mantenere la propria essenza. L’idea che ci sia sempre stata una “via giusta” o un’ “ortodossia” è falsa e importata dal mondo cristiano. Una breve lettura della Mishnah o della Gemara ci ricorda che nel mondo ebraico ci sono sempre state divergenze d’opinione e tradizione e che il concetto di “appropriato” mutava secondo il “dove” e il “quando”. Il sistema halachico si è conservato dinamico e non dogmatico perché i giudici in ogni epoca potessero prendere la miglior decisione. Nessuna persona e nessun gruppo ha il brevetto esclusivo dell’ebraismo, la mera idea è pazzesca se solo si studia la storia del mondo ebraico.


3 Commenti:

  1. Interessantissimo confronto che mi tocca personalmente essendo io di padre ebreo e profondamente legata all’ebraismo e a Israele

  2. Mio marito è nato da padre ebreo e madre cattolica. È stato educato “alla cattolica” dalla madre, ma non è mai stato praticante. Non c’era nella loro famiglia un impronta religiosa ma libertà di scelta. tuttavia mio marito è sempre stato vicinissimo al mondo ebraico grazie anche ad uno zio rabbino. Come è definibile? Grazie


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