Hebraica
La lunga storia del minian

A proposito di preghiera pubblica, le fonti della tradizione assegnano alle donne un ruolo un po’ diverso da come ci aspetteremmo

Nel Talmud babilonese (Meg 4:3) incontriamo il primo accenno a un quorum per la preghiera pubblica: un elenco di preghiere che non possono essere recitate se non si è in dieci. Non è scritto “dieci uomini”. Infatti, l’aggiunta della parola “uomini” compare per la prima volta nello Shulchan Arukh di Joseph Caro (1565) e non, fatto interessante, nel suo precedente e più dettagliato Beth Yosef.

La preghiera pubblica ha evidentemente una profonda importanza nella liturgia ebraica e numerosi sono i testi che sottolineano con forza il suo legame con le fonti bibliche: ad esempio, il Salmo 83 parla della Adat El, la comunità di Dio, e da ciò deriva la ricerca di una definizione appropriata per questa Adat come comunità di testimonianza. Così sono chiamati i dieci esploratori di Canaan il cui rapporto spaventa tanto il popolo ebraico (Num 14:7), anche se altri commentatori individuano modelli diversi, come i dieci giusti di Sodoma, i dieci fratelli di Giuseppe, e così via. Nessuno di questi paralleli è davvero convincente e appare più come un tentativo di giustificare un costume in uso.

Tutto ciò per dire che la nozione di minian per la preghiera, oltre a essere profondamente importante, è una costruzione rabbinica, e il suo numero e composizione differisce secondo le fonti. In diversi tempi e luoghi è stato fissato a 6, 7 o 10, e fino alla codificazione operata da Caro non vi è traccia esplicita di esclusione delle donne.

Tornando alla pagina del Talmud citata all’inizio, in essa leggiamo che tutti possono essere contati nel minian di sette fedeli (per la lettura della Torah), inclusi minorenni e donne, ma che “i saggi” affermano che una donna non dovrebbe leggere la Torah per via “dell’onore della comunità”. Ora, qui siamo di fronte a una frase assai discussa. Quale disonore sarebbe ricaduto sulla comunità se una donna avesse letto la Torah o, per estensione, fosse stata contata nel minian? Non ci viene detto. Il testo rimane sul vago. Potrebbe essere che se le donne fossero state abbastanza per formare il minian gli uomini non si sarebbero scomodati a presentarsi alla preghiera?

Il passaggio da “Le donne non lo fanno” a

“Le donne non possono farlo”

è il risultato di una narrativa che nega

il ruolo delle donne nello spazio pubblico

Essenzialmente, le fonti concordano che la condizione per essere inclusi nel minian della preghiera pubblica fosse essere adulti e legalmente liberi. I testi antichi non indicano altri requisiti. E nonostante ciò, come sempre accade con la negazione del ruolo delle donne nello spazio pubblico, in qualche modo la narrativa “le donne non lo fanno” ha portato a “le donne non possono farlo”.

Le argomentazioni a favore dell’esclusione delle donne dal minian sono parecchie: esse comprendono l’onore degli uomini, l’onore di Dio, la modestia delle donne, l’uguaglianza di obbligo delle mitzvot, le affermazioni insindacabili e la “logica interna” degli Acharonim. La regola generale vuole che se una tesi ha bisogno di troppe argomentazioni in suo supporto, è solo perché questa tesi è molto debole.

Perché non si contano le donne nel minian? Le radici vanno certamente ricercate nella sociologia e nel contesto storico, e hanno ben poco a che vedere con l’onore di Dio. Addirittura, oggi proprio questa esclusione potrebbe essere vista come un oltraggio alla creazione divina, dal momento che le donne hanno accesso a tutte le professioni ma ancora non sono valorizzate nella comunità.

L’Ebraismo riformato e l’Ebraismo conservatore contano le donne nel minian, sia sulla base del principio di eguaglianza, sia sulla base dell’aspettativa che le donne si prendano carico degli stessi obblighi religiosi degli uomini. Come dice una nota frase di Blu Greenberg: “Dove c’è una volontà rabbinica, c’è una via halachica”.

Mentre oggi parte del mondo ortodosso sta aprendo alla semikhah per le donne, io guardo con fiducia al giorno in cui la Adat El del Salmo includerà semplicemente tutti gli Ebrei adulti.

Rav Sylvia Rothschild
Rav presso la sinagoga Lev Chadash
Cresciuta a Bradford da padre rifugiato tedesco e da madre di origine lituana e bielorussa, in una famiglia sempre attiva nella sinagoga. Dopo l’università diventa assistente sociale psichiatrico e terapista; riprende a studiare al Leo Baeck College, e nel 1987 diventa – l’ottava donna rabbino d’Europa. Per 16 anni è stata rav  della Bromley Synagogue. Alla Wimbledon Synagogue ha sviluppato per 11 anni il primo esperimento di servizio di comunità condiviso (rabbinic job share). Adesso officia alla sinagoga Lev Chadash a Milano. 

I grew up in Bradford, UK, My father was a child refugee from Germany, my mother’s family had come a generation earlier from Lithuania and Belarus, and my family were active members of the synagogue.  After university I was a psychiatric social worker and trained as a therapist, then studied at Leo Baeck College graduating in 1987 as the 8th woman rabbi in Europe. I was the rabbi of Bromley Synagogue for 16 years, and then moved to Wimbledon Synagogue developing the first rabbinic job share which we did successfully for 11 years. Now serving Lev Chadash Milano.

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