Hebraica Nizozot/Scintille
Il complesso percorso verso il perdono e la riconciliazione

Hannah Arendt, ma anche Deridda, Jankélévitch e Levinass. Un percorso nel pensiero ebraico del 900

Uno dei luoghi comuni, sbagliatissimo, che purtroppo circola ancora in molti ambienti sia religiosi sia laici in Italia è quello secondo il quale il Dio degli ebrei (o dell’Antico Testamento) sarebbe per la vendetta, mentre il Dio dei cristiani (o del Nuovo Testamento) sarebbe per il perdono. A parte il dettaglio per cui, da tutti i punti di vista, non possono esistere ‘due dèi’ e che la rivelazione biblica è una e unica per giudaismo e per cristianesimo, non si tratta neppure di due interpretazioni della medesima rivelazione. I concetti e la prassi di amore, perdono e riconciliazione sono centrali nella Bibbia ebraica come lo sono nella Bibbia cristiana, e solo una sostanziale ignoranza dei due Testamenti porta a non vedere l’amore e il perdono nello primo Testamento e la giustizia e la punizione nel secondo. Nessuna sorpresa, dunque, che proprio sul tema del perdono vi siano così tanti equivoci da chiarire nella cultura occidentale.

Poiché si tratta di concetti e prassi fondamentali nel giudaismo, sarebbero infinite le pagine dei testi sacri e delle fonti rabbiniche utili a illustrarne la centralità e il valore. Ma lasciamo per un momento sullo sfondo la cornice religioso-teologica di quei testi e volgiamoci al solo pensiero ebraico del Novecento: ben pochi hanno pensato la questione del perdono più a fondo di Hannah Arendt. Non che sia stata l’unica, anzi; Vladimir Jankélévitch e Jacques Derrida sono autori d’obbligo per affrontare questo tema in termini di etica, di politica e di ‘etica politica’. Tuttavia la riflessione della Arendt resta paradigmatica, specie se si pensa al capitolo XXXIII del suo capolavoro in inglese, pubblicato nel 1958, intitolato The Human Condition (da noi tradotto nel ’63 presso Bompiani con il più criptico titolo di Vita activa). Non sarebbe difficile mostrare poi come questa problematica l’assillasse già alla fine degli anni ’40, quando cioè tutto il mondo prese coscienza di cosa era stata la Shoah e di quale colpa – termine religioso e psicologico usato, ad esempio, da Karl Jaspers che della Arendt fu maestro – di quale colpa, ripeto, si fosse macchiata la Germania nazista. Una colpa qualitativa, prima ancora che quantitativa. I dilemmi del riconoscimento di quella colpa da parte tedesca, di una giustizia adeguata, di un (im)possibile risarcimento e di una eventuale riconciliazione sono stati al centro della riflessione non solo della Arendt in quanto ‘ebrea e tedesca’, ma anche di almeno tre generazioni di ebrei (e di tedeschi onesti).

Una ventina d’anni fa circa furono pubblicati i suoi diari e quaderni, pieni di appunti in tedesco, in italiano tradotti da Neri Pozza con il titolo Nel deserto del pensiero. Il primo di questi quaderni, datato giugno 1950, riporta già una serie di ragionamenti e sottili distinzioni su cruciali binomi correlati quali perdono-vendetta, ingiustizia-peccato, e soprattutto su espiazione-riconciliazione, due termini-chiave per la filosofia di questa complessa e controversa pensatrice ebrea che ebbe anche duri scontri con altri famosi storici e filosofi del giudaismo (uno per tutti, Gershom Scholem, che l’accusò dopo i suoi reportage sul processo Eichmann di mancare di solidarietà verso il popolo ebraico).
Secondo la Arendt, nei rapporti umani abbiamo tutti bisogno del perdono; anzi spesso solo il perdono consente di mettere nel passato alcune ferite e ci permette di andare avanti senza zavorre. Ma il perdono, dice la studiosa, ha un orizzonte preciso, quello delle capacità dell’umano potere e da un profondo senso di giustizia. Ora tale giustizia si ottiene soltanto attraverso l’espiazione dell’ingiustizia ovvero grazie alla punizione delle colpe. Uno dei grandi limiti di molto pensiero cristiano sul perdono è quello di non vedere che tra la colpa (il peccato) e la grazia (il perdono) esiste il dovere/la necessità dell’espiazione, perché se il perdono ignora il costo dell’ingiustizia, minimizza il dolore delle ferite subìte e trascura la serietà della punizione, si trasforma in una beffa, in un’alzata di spalle, in un colpo di spugna che non aiuta affatto a superare le ferite inferte da quelle ingiustizie. Hannah Arendt ci ricorda che, nell’ordine dell’umano convivere, “ciò che non possiamo punire si manifesta come imperdonabile”, e questo perché il vero perdono vuole l’espiazione. Nel limite del possibile, certo. Ma proprio perché si dànno spesso casi di inespiabilità e di impossibile e/o inadeguata punizione, la strada da percorrere, in prospettiva di un’etica pubblica, resta quella della riconciliazione più che quella del perdono.

Perdono e vendetta sono spesso speculari e “si co-appartengono”, scrive acutamente la filosofia nel ’50 dalla sua nuova patria, gli Stati Uniti; chi perdona rinuncia alla giustizia e chi si vendica non intende perdonare. Scrive Arendt: “Si tratta di una solidarietà negativa, che scaturisce dal peccato originale, ovvero dall’idea che siano tutti nati avvalenati”. Ora, come si sa, il giudaismo non ha mai sviluppato né possiede la dottrina del peccato originale (che resta un’idea cristiana, di matrice agostiniana), ed è per questo che i maestri di Israele insistono sulla necessità di farsi perdonare e, nei nostri torti reciproci (adam le-chaverò) di guadagnarci il perdono attraverso l’espiazione e percorsi di riconciliazione “perché – afferma Arendt –soltanto la riconciliazione instaura un nuovo concetto di solidarietà”. La riconciliazione presuppone esseri umani che sbagliano, non esseri umani avvelenati; con la riconciliazione si agisce nel segno della co-responsabilità, non nel segno della co-colpevolezza.

Discorso complesso, dicevo, perché anche la riconciliazione – dice ancora la filosofa ebreo-tedesca – ha i suoi limiti, limiti che il perdono e la vendetta non conoscono: si tratta dei “limiti delle cose che non sarebbero mai dovute accadere”. Qui Arendt sta citando il maggior filosofo della modernità, ossia Immanuel Kant e il suo concetto di ‘male radicale’, del quale la studiosa vede una rara manifestazione storica proprio nella Shoah. Il ‘male radicale’ è, di sua natura, così estremo da risultare inespiabile e impunibile, e come tale imperdonabile e irredimibile: “Non possiamo né punire né perdonare tali offese” scrisse nel suo grande libro del ’58. O forse, come insinua e si chiede Jacques Derrida, dobbiamo affermare che si dà perdono proprio e solamente dinanzi all’imperdonabile? Il vero perdono cè’ solo dinanzi a ciò che non è perdomnabile! Ragionamento iperbolico del filosofo francese, che, sulla scia delle iperboli del suo maestro Emmanuel Levinas, continua a provocarci ma che non mi pare scalfisca il realismo etico e politico che ritroviamo nelle pagine di Hannah Arendt.
Non meno provocatorio fu, sempre in ambito ebraico francese, Vladimir Jankélévitch, ebreo russo nazionaliazzato francese e per decenni docente alla Sorbonne, il quale nella sua meditazione sui crimini della Shoah intitolata Perdonare? (con punto interrogativo moralmente e giuridicamente necessario) capovolse la famosa frase-invocazione di Gesù, o forse ne diede l’interpretazione più profonda: “Signore, non perdonarli perché sanno quello che hanno fatto”.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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