Cultura
Il cuore pulsante dell’umano: i Nobel per la pace 2022

Tre premi per tre figure che lottano per i diritti dell’uomo in Russia, Bielorussia e Ucraina. Tre premi che impongono di riflettere sul concetto di libertà

Si tratta di una sorta di (involontario?) riscontro per Vladimir Putin: nel giorno del suo settantesimo genetliaco, il comitato norvegese per l’assegnazione del premio Nobel per la pace (gli altri quattro comitati, omologhi, sono invece svedesi) ha annunciato il suo conferimento, nell’anno corrente, a tre destinatari. Il primo tra questi è Ales Bialiatski, attivista bielorusso per i diritti umani e le libertà politiche. Il secondo e il terzo sono invece due organizzazioni, rispettivamente la russa Memorial e l’ucraino Center for Civil Liberties. Al netto delle polemiche (peraltro piuttosto tiepide, nonché in parte prevedibili) che ne sono seguite, laddove certuni hanno messo in rilievo un eccessivo bilanciamento tra le parti in conflitto nella guerra in corso in Ucraina, rimane comunque l’impressione di fondo che la scelta sia stata ispirata da oculatezza e senso della misura. Un esercizio non facile, poste le dilaceranti contraddizioni, che vanno ad aggiungersi alle contrapposte ragioni, che si accompagnano ad ogni confronto armato. Anche a quello in atto nell’Ucraina orientale.

Così ha infatti dichiarato la presidente della Commissione europea: «Il Comitato del premio Nobel ha riconosciuto l’eccezionale coraggio delle donne e degli uomini che si oppongono all’autocrazia e che mostrano il vero potere della società civile nella lotta per la democrazia». Sì, è vero: il Comitato si è in realtà apertamente sbilanciato. Ovvero, ha fatto esattamente l’opposto di quello che gli contestano i suoi critici. Con il conferimento del Nobel a tre soggetti diversi, per più ragioni geopolitiche, ma accomunati da una profonda convinzione di principio, che non è solo ideale ma anche, e soprattutto, reale: senza democrazia, e senza libertà e giustizia, non può esistere umanità. Qualcuno chioserà queste brevi considerazioni come esercizi retorici. Tuttavia, non c’è nulla di precostituito o di artefatto nello sforzarsi d’identificare, mentre una guerra è in corso, il dove si colloca il torto e dove si colloca invece la ragione. Non per partito preso. Non per una sorta di ossessiva par condicio oppure per un bipolarismo che deve contrapporre, a prescindere da qualsiasi riflessione, gli uni agli altri. Bensì per passione verso la radice dell’umano, che si trova in ogni luogo, in qualsiasi dove, ossia ovunque pulsi il cuore dell’umano di contro alle pulsioni di morte.
Non si tratta, quindi, di essere a favore di qualcosa che non sia il bisogno di una vita dignitosa, tale poiché non sottoposta a minaccia né a ricatto permanenti. Berit Reiss-Andersen, presidente del comitato norvegese, ha spiegato che tutti e tre i soggetti vincitori del premio sono appartenenti a paesi limitrofi alla Norvegia. Li accomuna il trovarsi in una condizione di coazione e violenza ripetute (non solo guerra ma autocrazia, almeno in un paio di casi) e il potere vantare delle componenti (perlopiù di opposizione ai poteri costituiti) che esprimono invece una comune comprensione dei valori che intendono promuovere. Lo stesso Reiss-Andersen ha anche sottolineato che la scelta non vuole costituire un atto contro qualcuno o qualcosa.

Il Nobel per la pace non contesta un potere, semmai afferma i principi della convivenza universale. Senza i quali la collettività planetaria è invece perduta. Quando parliamo ripetutamente di «memoria», su queste pagine, ci riferiamo precisamente a ciò: non ad un’appartenenza particolarista ma alla necessità di una consapevolezza universale, la cui assenza è semmai l’indice di un grave rischio, quello di involvere nella distruzione della coesione sociale. Se non si vuole sapere quale può essere il tempestoso destino delle minoranze, il rischio è che ad essere poi distrutte siano le stesse maggioranze, che altrimenti si illudono di essere al riparo degli effetti delle grandi tempeste politiche, economiche, civili e sociali.

Non a caso, quindi, i tre destinatari del Nobel hanno alle spalle un rapporto burrascoso con le proprie autorità nazionali. Tradotto in parole povere, esprimono una posizione che è di minoranza, non dal punto di vista del buon senso ma – semmai – sul piano del senso comune, quindi degli umori compromissori, perlopiù prevalenti tra i molti che assumono atteggiamenti conformistici e rinunciatari dinanzi alle vessazioni e alle ingiustizie, atteggiandosi ad indifferenza dinanzi alle soperchierie dei tracotanti di regime. Categorie, queste ultime, che non sono moralistiche ma politiche. Poiché non richiamano mai un etereo codice di condotta da fare proprio a prescindere dai rapporti di forza bensì il concreto rispetto dei principi di reciprocità, senza i quali non può esistere – né tantomeno continuare ad esistere nei tempi a venire – qualsivoglia società.

Non siamo quindi nel regno dei “buoni sentimenti”, che si squagliano come neve al sole dinanzi al dirompere della tragedia della storia, ma in quello della concreta coesione sociale, in assenza della quale non c’è futuro. Per nessuno, poiché non si ama un’astratta «umanità» ma si rispetta, nella figura, nel corpo, nell’immagine altrui, qualcosa che ci appartiene poiché in essa riflettiamo noi stessi, i nostri bisogni, le nostre paure e speranze.
Concetti fini a se stessi? Astrazioni filosofiche? Motteggi perbenistici? Francamente no. Tutti e tre i destinatari del premio Nobel per la pace, infatti, ci dicono che le persone, gli individui deprivati della libertà e della giustizia – quindi i corpi offesi come tali, tanto più dal momento della loro sofferenza, della deprivazione dei diritti elementari, dell’estromissione dalla vita civile ed associata – ci parlano non con il linguaggio del dolore bensì della contrapposizione al potere che conculca, che occulta, che disintegra. Questo, in fondo, è infatti il senso del conferimento del premio Nobel: non un generico riconoscimento di una competenza ma il riscontro che è umano ciò che si eleva oltre l’implacabile ferocia, l’aberrante determinazione di quanto chiamiamo con il nome di «potere» quand’esso si fa inclemente, parziale e quindi ingiusto.

Dopo di che, qualcosa va pur detto, sia pure sinteticamente, rispetto ai tre premi. Ales’ Viktaravič Bjaljacki è stato uno dei fondatori del movimento democratico emerso in Bielorussia a partire dalla metà degli anni Ottanta, ovvero ai tempi del primo Gorbačëv, quando il paese era ancora parte dell’Unione Sovietica. Come tale, Bjaljacki ha quindi «dedicato [tutta] la sua vita alla promozione della democrazia e dello sviluppo pacifico nel suo Paese d’origine», malgrado i ripetuti tentativo delle autorità, prima sovietiche poi nazionali, di tacitarlo. Non è un caso se, inviso nel passato, lo sia anche adesso, soprattutto dal potere esercitato da un sempiterno Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnka, l’autocrate che domina Minsk e che è il maggiore sodale di Putin. Bjaljacki, infatti, è stato in carcere, per motivi politici (camuffati sotto il reato di «evasione fiscale»), dal 2011 al 2014. A seguito di manifestazioni su larga scala contro il regime nel 2020, è stato nuovamente arrestato ed è a tutt’oggi detenuto senza processo: «Nonostante le enormi difficoltà personali, Bjaljacki non ha ceduto di un centimetro nella sua lotta per i diritti umani e la democrazia in Bielorussia», ribadisce il comitato norvegese.

Al pari degli oppositori bielorussi si colloca, a Mosca, l’organizzazione Memorial, che da oltre trent’anni si impegna nella difesa dei diritti umani, a prescindere da qualsivoglia considerazione di appartenenza, colore politico, storia e condotte personali. Benché messa al bando dalle autorità russe (il 28 dicembre 2021 la Corte Suprema della Russia ha ordinato a Memorial International di cessare l’attività per violazione della legge sugli «agenti stranieri», con una decisione di cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiesto la sospensione, impugnandone i contenuti nonché gli stessi presupposti), di fatto continua a costituire il più autorevole interlocutore internazionale rispetto non solo al presente della condizione dei cittadini del proprio paese ma anche riguardo ai tanti, infiniti nessi con il passato sovietico, perlopiù caratterizzato da autoritarismi, per non dire di peggio. Fondata dal fisico Andrej Dmitrievič Sacharov, a sua volta premio Nobel per la pace nel 1975, e dall’attivista per i diritti umani Svetlana Gannushkina, dopo essersi a lungo adoperata per testimoniare in maniera documentale le nequizie del regime sovietico (a partire dal gulag e dalle vittime dello stalinismo), ha poi rivolto la sua attenzione ai tempi correnti. Alla fine dell’anno trascorso Memorial di fatto era già divenuto da tempo anche un movimento internazionale, ossia un’aggregazione continuativa e stabile di persone e organizzazioni, a prescindere dalla loro appartenenza nazionale. Una sessantina di organizzazione, tra le quali alcune ucraine, belghe, tedesche, italiane e francesi, hanno concorso alla sua attività fino ad oggi.

Non è quindi un caso se con l’aggressione russa contro l’Ucraina, nel febbraio di quest’anno, Memorial sia stata chiusa d’autorità, in quando considerata come «agente straniero al di fuori della legge». Già da molto tempo, infatti, l’associazione subiva gli attacchi delle autorità moscovite, evidentemente infastidite dal suo attivismo, essendo accusata di promuovere un modello di democrazia e di cittadinanza “subalterno” all’Occidente. Lo stesso sistema di potere putiniano, peraltro, non ha mai nascosto di ritenere accettabili proprio quelle situazioni e quegli stati di cose che, invece, Memorial combatte, a partire dall’autocrazia e dalla repressione di ogni forma di dissenso.

La frattura era da tempo evidente. Non è solo quella che intercorre tra i libertari russi e gli antidemocratici al potere, ma tra una società civile sostanzialmente silenziosa, compromessa ancorché a sua volta vessata, e l’insieme di corpi intermedi – di cui Memorial rimane un punto di riferimento – che invece si impegnano, a volte anche a rischio della vita dei suoi componenti, per cercare di liberare le collettività dalla morsa della paura. Così, tra gli altri, il Centro Sakharov, Amnesty International, i Civil Rights Defenders, i Front Line Defenders, l’Human Rights Watch, il Centro europeo di difesa dei diritti umani (EHRAC), il Comitato contro la tortura, la Federazione internazionale dei diritti umani (FIDH), il Comitato Helsinki norvegese (NHC), il Consiglio del forum della società civile UE-Russia, il Centro per l’analisi e la prevenzione dei conflitti (CAPC), la Fondazione Heinrich Böll, il Comitato di assistenza civica, l’OVD-Info, il PEN-Mosca, l’Associazione Libertà di parola, il movimento «Voce», la «Free Historical Society», nonché esponenti e membri di rilievo, a titolo collettivo così come individuale, dell’Unione europea, al pari dell’ex presidente dell’URSS Michail Gorbačëv, recentemente deceduto. La lista è lunghissima.

Fin troppo facile, dinanzi all’internazionalismo dei diritti umani fondamentali, l’indicare – da parte delle autocrazie nazionali – coloro che li difendono come ipotetici e fantomatici agenti di una qualche potenza straniera. La retorica populista, la volgarità antisemitica, la demagogia identitaria hanno infatti sempre un comune denominatore, quello di additare ad un inesistente «popolo», ad una finta «nazione», ad una fittizia «razza», la minaccia ai loro interessi, alla loro preservazione, al loro futuro, nella presenza di gruppi, minoranze, persone che, per il fatto stesso di esistere, costituirebbero un fattore di alterazione catastrofica.

Su questa lunghezza d’onda, ossia per la lotta contro la distruzione del pluralismo sociale, è anche il Center for Civil Liberties (Centr Hromadjans’kych Svobod), terzo destinatario del Nobel per la pace. Fondato nel 2007 a Kyiv, con l’obiettivo di promuovere i diritti umani e la democrazia in Ucraina, ha lottato per rafforzare la società civile ucraina, adoperandosi non solo riguardo alla tutela dei diritti umani ma, più in generale, per la promozione di quelle condizioni che possono favorire le libertà e la giustizia sociale. Per trasformare definitivamente l’Ucraina in uno Stato di diritto, l’associazione ha quindi attivamente sostenuto l’affiliazione del paese alla Corte penale internazionale. In seguito alla guerra attualmente in corso, tuttavia, le sue priorità sono cambiate. Al momento attuale il Center for Civil Liberties si dedica ad identificare e documentare i crimini di guerra russi contro i civili ucraini, benché non dimentichi gli autoritarismi delle classi dirigenti nazionali.
Tre premi per tre figure che lottano nell’oscurità. E che come tali sono spesso diffamate da quanti, invece, oppongono il sole abbagliante e accecante dei vecchi e dei nuovi totalitarismi. È molto difficile essere liberi poiché una tale condizione ci interroga su cosa voglia dire essere umani. Nell’uno e nell’altro caso nulla è mai prodotto di una concessione dall’alto mentre tutto è il risultato dei una emancipazione dal basso.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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