Cultura
Israele: il tentativo di Lapid e il fattore Netanyahu

Per il presidente Rivlin l’unica soluzione praticabile è che si formi un governo che abbia nei suoi accordi costitutivi l’alternanza alla premiership. Con buone probabilità tra Yair Lapid e Naftali Bennet

Com’era facilmente prevedibile, l’incarico esplorativo per la formazione di un nuovo governo in Israele, affidato dal capo dello Stato al premier uscente Benjamin Netanyahu, si è risolto in un nulla di fatto. Esauritosi l’arco di tempo (poco meno di un mese) che le norme accordano ad un tale tentativo, ossia quello delle consultazioni tra i partiti, «Bibi» ha dovuto rimettere il mandato nelle mani di Reuven Rivlin. Il quale l’ha quindi affidato ad uno dei grandi avversari del leader likudista, il centrista Yair Lapid, astro politico già da tempo affermatosi nello scenario politico nazionale. Lapid, a capo di Yesh Yatid («C’è un futuro», diciassette seggi ottenuti nelle elezioni politiche di quest’anno), ha cinquantasette anni. Al suo attivo può contare su una lunga traiettoria di giornalista, con una discreta ribalta pubblica. La qual cosa, per intendersi, lo fa destinatario delle attenzioni di una parte dell’elettorato. Lapid l’ha spuntata, per così dire, su un altro personaggio della politica nazionale, Naftali Bennet, considerato dalla stampa italiana come il «falco ribelle», ovvero il nazionalista che non intende subordinarsi al Likud di Netanyahu. Bennet, leader di Yamina («A destra»), da tempo aspira a sostituirsi al suo vecchio mentore, potendo però contare solo su sette seggi. Decisamente un po’ poco per svolgere una funzione coalittiva e, quindi, tale da raccogliere sessantuno voti alla Knesset. Quanti occorrono per essere maggioranza assoluta, il quorum che viene chiesto a qualsiasi candidato che intenda formare un esecutivo. Si tratta della soglia di sopravvivenza, senza la quale si viene immediatamente impallinati al primo voto parlamentare.

In un tale bailamme il presidente Rivlin ha dichiarato che l’unica soluzione possibile e praticabile, allo stato attuale delle cose, è che si formi un nuovo governo che abbia nei suoi accordi costitutivi l’alternanza alla premiership: l’ipotesi al momento più gettonata è che quindi si crei una composita maggioranza dove, con un apparentamento di coalizione, sia prevista un’alternanza tra Lapid e Bennet. Per intendersi, il medesimo meccanismo che era stato previsto nella precedente legislatura tra Netanyahu e Gantz e che il primo, con calcolata astuzia, ha fatto saltare nel momento in cui ha ritenuto che non fosse più funzionale ai suoi calcoli. Lapid dovrebbe peraltro mettere in sintonia un congruo numero di partiti, almeno sette calcolano gli analisti (al suo attivo avrebbe già i cinquantasei seggi che derivano dalla somma del Labour, Meretz, Kahol Lavan, Yisrael Beiteinu, New Hope e parte della Join List araba), i quali di fatto rappresentano l’intero arco politico israeliano, dalla sinistra alla destra. Non senza l’apporto di Ra’am, il partito islamista nato dalla scomposizione della lista unitaria araba presentatasi nella precedente tornata elettorale e, come tale, dichiaratosi disponibile ad una convergenza di circostanza. Con gli uni così come con gli altri.

In realtà, a guardare con un po’ di attenzione, quanto sta avvenendo è comunque parte di un copione scritto già da tempo. Come è ben risaputo, il fatto stesso che in due anni si sia andati per ben quattro volte alle urne senza ottenere nessuna stabile maggioranza è indice di uno stallo politico che, al momento, sembra presentarsi senza soluzioni plausibili di alcun genere. La “pietra dello scandalo” – va da sé – è il ruolo stesso di Netanyahu. Per i suoi numerosi avversari si tratta infatti del collo di bottiglia che deve in qualche modo essere superato. Con la sua stessa estromissione da quella posizione di centralità che ha invece acquisito in questi anni. Per sempre. Il Likud, dopo le fuoriuscite dei suoi oppositori interni, è peraltro un partito che risponde ai voleri del suo leader insindacabile e inamovibile, sapendo che le fortune elettorali della lista sono al momento strettamente legate alla visibilità della figura immarcescibile del capo incontrastato. In una commistione tra populismo, leaderismo, indiscutibile carismaticità e immediata riconoscibilità dello stile: qualcosa che, per l’appunto, non appartiene al partito in quanto tale bensì all’uomo politico Netanyahu, capace di occupare, in maniera decisamente impegnativa (un eufemismo che i suoi avversari sostituiscono plausibilmente con l’espressioni che rimanda all’essere una figura tanto ingombrante quanto imbarazzante) l’orizzonte delle consultazioni. Ad oggi vale ancora la premessa per cui senza Bibi non si fa (quasi) nulla. E poiché nessuno può decidere alcunché senza passare attraverso la sua volontà, che però è strettamente cristallizzata intorno alle controversie personali – prima di tutto di quelle giudiziarie, che l’hanno da tempo impelagato – allora è pressoché inevitabile che nulla possa essere deciso per davvero, una volta per sempre.

Israele, da questo punto di vista, è come un piccolo gigante di sale: svetta nelle politiche sanitarie, mangia il terreno agli avversari (oramai perlopiù economici, al netto della minaccia nucleare dell’Iran), si proietta verso il futuro della globalizzazione ma rimane ossidata ad un presente della politica dove il totem di ciò che è stato (in questo caso gli oramai venticinque anni di leadership a destra del premier uscente, nei quali gli ultimi dodici in posizione di capo del governo) sembra congelare tutta la parte restante del quadro decisionale. E con essa, tutto quanto sia materia di decisione. A partire dalle strategiche leggi di bilancio, che languono, con grave nocumento per lo Stato. Non meno che per la collettività. Il Likud, assecondando il proprio leader, intende quindi presentare alla Knesset una legge che elegga direttamente, per il tramite delle urne e non con l’altrimenti abituale consultazione parlamentare, il presidente del consiglio dei ministri («Rosh HaMemshala»). Già nel 1992 si era passati ad un tale sistema ma, alcuni anni dopo, era stato abrogato. Vennero infatti tenute tre elezioni con questo criterio-indice: nel 1996, nel 1999 e nel 2001. Quella del 2001 fu l’unica volta in cui, nei fatti, l’identificazione del primo ministro avvenisse senza un’elezione da parte della Knesset. Quindi, dal 2001 al 2003 Ariel Sharon, anch’egli del Likud, fu nominato premier nonostante il Partito laburista  avesse ottenuto il maggior numero di seggi. Nel 2001, la legge base fu comunque emendata ancora una volta, abolendo quindi le elezioni dirette e pertanto ritornando al sistema originario. Nel 2003 e nelle elezioni successive il primo ministro incaricato tornò ad essere il leader della lista che aveva ottenuto il maggiore numero di seggi alla Knesset.

Oggi, dopo  quasi trent’anni da quella riforma, si è pressoché al punto di partenza: nessuna testa di riferimento, molta frammentazione, grandi discontinuità. Il presidente Rivlin che, al pari di altre figure omologhe – come nel caso italiano – da tempo ha derogato dal ruolo perlopiù notarile che altrimenti la carica istituzionale gli consegnerebbe, scegliendo quindi un indirizzo invece attivo, è da tempo preoccupato per la mancanza di un esecutivo autorevole, tale poiché in grado sia di affrontare le questioni del budget pubblico così come dell’instabilità regionale. Il vuoto non è solo operativo ma di indirizzo politico. Quindi, a dirla con una sola parola, di autorevolezza.

Affermato questo, rimangono le considerazioni di cornice. Lo scenario politico israeliano, al netto delle sue specificità, presenta infatti quella commistione di costitutiva debolezza, persistente turbolenza e costante instabilità che è parte integrante del panorama dell’affanno politico (e con esso rappresentativo) delle democrazie contemporanee. Ancora una volta, come in un effetto specchio, nelle difficoltà di un’Israele senza governo si possono vedere le contraddizioni di società nazionali che sembrano muoversi a prescindere dalle stesse leadership politiche. Quasi che queste ultime fossero condizione necessaria ma non sufficiente per indirizzare le grandi scelte di fondo. L’età di Netanyahu, il longevo capo della destra israeliana, è destinata comunque a tramontare, prima o poi. Il problema non è capire se ciò debba avvenire (non avendo egli nessun erede, al pari di qualsiasi grande egocentrico) bensì quando un tale trapasso si verificherà. E con quali effetti di lungo periodo. Il sistema politico israeliano sembra essere consegnato alla morsa che stringe tra l’incudine della paralisi e il martello di un transizione che si fa troppo lunga. Si trova in una tale condizione poiché l’imprimatur che il premier uscente è riuscito a dare alla politica nazionale si identifica, piaccia o meno, con la sua stessa persona. Non con le sue soggettive virtù, che per molti elettori difettano, bensì con la mancanza di alternative credibili alla sua lunga leadership. In questo, senza stare a scomodare chissà quali intenzioni ed interpretazioni, l’occupazione che Netanyahu fa dello spazio pubblico è ancora ben lontana dall’essersi esaurita. Ha fidelizzato un quarto dell’elettorato israeliano, uno zoccolo duro che gli garantisce quello spazio di manovra politica di cui da sempre, per comune riconoscimento, è un protagonista. Rimane infatti, malgrado tutto, il personaggio che meglio sa costruire coalizioni. Ancorché a termine.

La quinta elezione è alle porte e Netanyahu cercherà di arrivarci con una nuova legge elettorale modellata sui suoi calcoli di interesse. Le “opposizioni” parlamentari faranno quindi fuoco di sbarramento, probabilmente ottenendo l’obiettivo di impedire il buon esito di una tale condotta ma non avendo altro da proporre che non sia l’oramai stanco plebiscito sulla persona divisiva del premier uscente. Oggi in Israele – peraltro – la dialettica politica non è più tra destra e sinistra bensì tra centro e destra. Il significato delle due parole è molteplice e quindi mai univoco. La sinistra, per intenderci, è sostanzialmente marginale. Nella dialettica tra le due rimanti opposizioni, infatti, si rigenerano concetti che rimandano al rapporto tra laicità e religiosità, pubblico e privato, giustizia e libertà, demografia e democrazia. Non si tratta di blocchi unitari bensì di elementi fluidi, coalizioni mutevoli. In quest’acqua, in fondo, il vecchio pesce Bibi dimostra di sapersi ancora muovere con astuzia.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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