L'agenda di Joi
Cultura
“L’Aiyad”, un racconto di Ariel Arbib

Memoria e tradizione nelle festività ebraiche

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un prezioso regalo per i lettori, un racconto incentrato sulle festività imminenti. Ce lo dona Ariel Arbib, che ringraziamo.

Shanà tovà a tutti e buona lettura!

 

B’H’
Dedicato a mia madre

Finita l’Estate, rientravamo a casa tutti di malavoglia dalla lunga vacanza al mare e, quasi immediatamente dopo, si ricominciava a respirare un’aria frenetica e di eccitazione in quelle prime settimane di Settembre.
Gli acquisti per la scuola, il nuovo grembiule blu col suo colletto bianco di celluloide, il fiocco candido di nylon e la cartella, erano le prime cose che andavano a pesare sul bilancio familiare assieme ad un analogo corredo scolastico per mia sorella Luisa, all’inizio dell’Autunno.
La visita alla cartoleria sotto casa, era l’appuntamento più atteso, per me e mia sorella. Entrando, l’odore inconfondibile e accattivante del legno delle matite e della carta dei libri e dei quaderni, saliva su per le nostre narici come un profumo suadente e afrodisiaco, facendoci dimenticare che quelli sarebbero diventati poi gli strumenti amorfi e terribili, con i quali ci saremmo dovuti confrontare con dettati e tabelline. Mi sono sempre chiesto allora perché al dettato, con la stessa identica matita, il mio compagno di banco prendesse sempre un bel 10 ed io mai più di un misero 6, o 7…
Due quaderni a righe e due a quadretti, più un quinto per la “brutta”. Un album da disegno, gomme da cancellare, temperino e matite colorate dalle punte acuminate come frecce e soprattutto il ”Sussidiario”, una sorta di libro di tuttologia, pieno di foto e figurine dove la Storia romana veniva raccontata con didascalie e disegni a colori che ricordavano molto i fumetti del mitico Intrepido.
Questo però non era l’unico pensiero per i miei genitori alla fine di quegli anni cinquanta a Roma. Settembre voleva dire soprattutto l’arrivo del Aiyad…le Feste, con tutti i loro inderogabili e pesanti preparativi.
Ogni anno, questa diveniva una data fatidica per tutta la famiglia, ma soprattutto per mia madre, Esther Uzzan z’l’ sposata Arbib, da tutti meglio conosciuta e chiamata familiarmente Thera.

Simpatica, grassoccia, estroversa, rassicurante, adorabilmente sarcastica e quasi sempre sorridente e ammiccante, rappresentava l’esatto stereotipo della tipica madre ebrea e per di più tripolina, un mix che per noi figli ha voluto dire soprattutto uno smisurato amore per lei e attenzioni e coccole infinite per noi. Un amore reciproco che nasceva dal suo smisurato affetto e dall’orgoglio che provava per tutti noi e per l’esempio e l’insegnamento che ci elargiva quotidianamente. Ed ancora più profondo ed imprescindibile era per lei il rispetto per le regole, motivo quest’ultimo per me, della conseguente comparsa di inevitabili sensi di colpa che, in buona parte mi porto ancora dietro. Tenera, premurosa, rassicurante, ma nello stesso tempo determinata e stimolante, si dimostrava sempre pronta ed insostituibile nell’elargire consigli o prendere decisioni su cosa era meglio per noi…non so perché, ma ci azzeccava quasi sempre!
Mamma, papà con tre figli maschi adolescenti ed una bambina di pochi mesi, arrivarono a Roma da Tripoli nel 1948 (io venni al mondo qualche anno più tardi), senza essersi mai separati da tutto quel bagaglio indissolubile di tradizioni e di speranze che ogni Ebreo che lascia forzatamente il proprio paese d’origine per uno nuovo, porta immancabilmente con sè.

Roma sembrava allora una città accogliente e serena, con un piede ancora nel passato ed un altro teso verso un futuro ancora molto incerto. Una città di burocrati e artigiani, che si sforzava, con quella tipica pazienza sorniona, tipicamente romana, di rivivere e risollevarsi dai disastri che la guerra aveva rovinosamente provocato; in un momento decisamente difficile in cui, tante delle cose indispensabili e necessarie erano ancora rare ed introvabili.
La sensazione che si percepiva in quei primi anni cinquanta tra quelle case malsane del Vecchio Ghetto e tra i suoi vicoli bui, era una sensazione cupa, lenta e nervosa; anche le attività religiose e di aggregazione, erano di conseguenza meste e rallentate.

Gli Ebrei romani, decimati dalle razzie nazi-fasciste del 16 Ottobre del ’43 e dalla strage delle Fosse Ardeatine solo l’anno dopo, distrutti e straziati moralmente, si sforzavano allora con fatica di rimuovere gli orrori patiti, riprendendo lentamente le loro abitudini quotidiane e quelle loro antiche tipiche attività di piccolo commercio nelle quali erano sempre stati abili.
Qualche anno prima, le scuole e le Sinagoghe chiuse dai fascisti, finalmente avevano riaperto i battenti. Lo Stato d’Israele era da poco nato e questo, faceva riaffiorare lentamente nell’Ebraismo romano, come una benefica trasfusione, l’orgoglio e la fiducia che erano stati strappati via con indicibile crudeltà e violenza. Proprio in quegli anni, un nuovo Capo Rabbino, il Prof. Elio Toaff Z’L’, si insediava a Roma, raccogliendo un pesante fardello ed un’eredità con un doppio gravoso compito, quello di riportare Ebraismo, ma soprattutto sorriso e ottimismo, nel futuro in una Comunità afflitta e devastata.In tale contesto e con tantissime differenze culturali e religiose a fare da ostacolo, la mia famiglia si trovò con eguale sofferenza a toccare con mano e a condividere tutto questo, rimanendo però allo stesso modo, estremamente legata alle proprie tradizioni di origine e ai propri modi di vivere.

A differenza forse di altre genie, gli Ebrei tripolini non sanno rinunciare a caricarsi dietro assieme ai loro bagagli, ovunque siano costretti a stabilirsi, tutti quegli oggetti, strumenti ed utensili di uso quotidiano, indispensabili a mantenere vive e immutabili le proprie abitudini quotidiane e culinarie. Queste ultime soprattutto, assieme alle osservanze religiose, sono state l’amalgama che ha mantenuto per secoli intatta la loro matrice sanguigna e lasciato una lunga scia nella Storia ebraica e non solo nel Mediterraneo.
Per moltissimi anni, anche in casa nostra, la presenza familiare di quegli arnesi in cucina, testimoniava il nostro inscindibile legame verso quella cultura di cui, in quegli anni francamente non capivo e non ne apprezzavo a fondo tutta la loro vera essenza, ma che anzi, fondamentalmente mi imbarazzavano perché, mi pareva, mi rendessero “diverso” agli occhi dei miei amici di allora.

Setacci, pentole di rame, mortai, macinini, bracieri di terracotta, ventagli di paglia intrecciata e tanto altro, ingombravano e riempivano gli armadi, i tavoli ed i cassetti della cucina. Alcuni di questi, appesi sulle pareti lucide e piastrellate erano esibiti come stendardi, richiamando costantemente alla mente le nostre origini ed il Paese da cui provenivamo.
La dispensa (sbinsa), poi era la vera roccaforte di mia madre, il suo “Santa Sanctorum”.
Lì dentro stipava, di tutto. Ogni specie di coloratissime spezie, di essenze e resine odorose, di incensi, ogni genere di legume secco, frumento, orzo e farine. Barattoli di vetro e di latta, allineati ordinatamente, racchiudevano prelibatezze e leccornie di ogni tipo, preparate con amore e metodo antico. Tra queste, le marmellate d’arance, piccantissimi peperoncini, melanzane e limoni sott’olio e ancora quelle irrinunciabili, deliziose roschette (Kak), una sorta di taralli in versione salata, o dolce, onnipresenti in qualsiasi occasione conviviale e che in me crearono da subito una… dipendenza.
Spezie,caffè, zucchero, thè nero, foglie di menta essiccata, assieme alle mandorle ammiccanti e alle nocciole salate, facevano compagnia ad arachidi e semi di zucca tostati. Quando si aprivano le ante di quegli armadi, si veniva assaliti da un mix di profumi e di fragranze che, assieme all’odore di mia madre, ancora conservo in un angolo remoto della mia mente.

Sebbene a Roma in quel periodo vivessero solo poche decine di famiglie ebree libiche, ciò non di meno, le tradizioni e le ricorrenze e gli obblighi della Kasherut (regole alimentari), venivano tenuti ancor più da conto in casa nostra.
Anche in funzione di questo, la nostra casa era divenuta una sorta di tappa obbligata per tutti coloro che da Tripoli passavano per la nostra città.
Non passava Shabbat che papà non tornasse a casa dalla Sinagoga con qualche ospite incontrato lì per caso e non esisteva festività durante la quale non fossero presenti, intorno alla nostra tavola, insieme a zii e cugini, non meno di una mezza dozzina e a volte più, graditissimi ospiti, locali o di passaggio. Per la mancanza di posti a sedere sulla grande tavola, spesso a noi bambini veniva servito da mangiare sul tavolino basso del salotto, dal quale ascoltavamo con attenzione le chiacchere ed i racconti dei grandi, quasi sempre nell’idioma arabo-tripolino.

L’occasione era buona per i miei genitori ed i miei fratelli più grandi, per riuscire ad avere notizie fresche degli zii, dei cugini e di quegli amici che non avevano ancora lasciato la Libia; in un periodo in cui il telefono era una rarità e la posta sottoposta a censura dalle autorità libiche, quello era senz’altro il metodo più sicuro per tenersi informati sugli avvenimenti di Tripoli e sulla salute dei propri cari.
Molto spesso, alcuni dei nostri ospiti ricambiavano l’invito portando come dono a mia madre prodotti originali della Libia, introvabili allora a Roma e che, inesorabilmente finivano poi tra gli scaffali già ridondanti della sua dispensa.
In una di queste occasioni, per la prima volta in vita mia, mi capitò di assaggiare il Lagby (latte di palma fermentato), dall’odore forte e penetrante e dal deciso sapore agro-dolce. Una bevanda che, fin dal primo assaggio concessomi con riluttanza da mia madre, mi sedusse a tal punto che più tardi, sgattaiolando di nascosto in cucina, mi riattaccai alla bottiglia riassaporando generosamente quel dolce nettare a grosse sorsate, abbassandone così sensibilmente il livello, mentre impietosamente si alzava il tasso alcoolico nel mio sangue di bambino.

Rosh ha Shanà, Il Capodanno, è la prima delle festività ad arrivare con la prima luna nuova d’Autunno. Viene considerata una tra le festività più gioiose e allegre del calendario ebraico. La solennità delle preghiere ed il suono emozionante dello Shofar in Sinagoga, si contrapponeva in casa, con l’allegria festosa del Seder (piccoli assaggi di cose dolci, con propiziazioni e benedizioni) che precedeva la cena.
Un’allegorica alternanza di benedizioni e scongiuri, accompagnano infatti l’assaggio dolcissimo dei frutti carnosi di fine estate, quali fichi, datteri, chicchi di melograno profumati con l’acqua di fiori d’arancio, marmellate di mele cotogne e di zucca e tanto altro; il tutto immerso senza risparmio, in abbondate e suadente miele e zucchero; propiziando così abbondanza e dolcezza per tutti con l’inizio del nuovo anno.
Ed ecco poi arrivare l’attesissima cena! Un susseguirsi, quasi maniacale di piatti succulenti, tipici della tradizione libica, uscivano caldi ad ondate dalla cucina di mia madre la quale, per intere giornate ne aveva curata con esperienza e maestria, ma anche con tanta fatica, la preparazione. L’apoteosi di sapori e di odori che avevano già riempito la casa ed inondato le scale del condominio fin dal pomeriggio, ora si materializzavano sotto i nostri occhi sotto forma di grasse leccornie ed irrinunciabili manicaretti. L’immancabile e tipico Basin (polenta di farina bianca), annegato in un denso sugo di carne e cipolle, troneggiava in tavola, tra tanto altro e per il piacere di tutti.
Le chiacchiere ed il gioioso brusio a tavola rallegravano le nostre orecchie mentre il palato, dopo i tipici e attesissimi dolci mielosi, finiva gradualmente per appagarsi all’inizio della Birkat ha Mazon, la benedizione del fine pasto.
Mia sorella ed io, avevamo assistito già da qualche giorno all’inizio di quegli interminabili preparativi e non ci potevamo rendere conto allora di quanto sforzo tutto questo comportasse per mio padre, ma soprattutto per mia madre che, nonostante la fatica dei suoi compiti, non spegneva mai quel suo immancabile e adorabile ironico sorriso.

Da quando, giorni prima della Vigilia papà arrivava stremato a casa con il tram (l’automobile era ancora un lontano lusso), carico di borse e pacchi e gli immancabili garofani bianchi dal mercato di Piazza Vittorio, oppure dall’unica macelleria Kasher, in Piazza Costaguti nel Vecchio Ghetto, gestita in quegli anni dal corteggiatissimo signor Angelino Spizzichino, fino a quando la tavola era pronta ed apparecchiata per il Seder, una serie di pesanti incombenze e sgradevoli operazioni erano già passate per le mani di mia madre. Come ad esempio, la ”Kasherizzazione” (salatura e lavaggio rituale) di tutte le carni, la preparazione anticipata delle due abbondantissime cene e altrettanti pranzi e Sedarim  che la Festa contemplava, la preparazione delle Hallot ( il pane) cotte nel mitico “forno palestinese”, delle frittate di bieta e di porri per le Berahot (Benedizioni) del Seder, la zucca fritta, la testa d’agnello e le marmellate di mele cotogne (avete mai provato a sbucciare una mela cotogna?) e tanto altro che ora tralascio per pietà verso il lettore.

Non passava nemmeno una settimana dalla fine di questo eccitante tourbillon culinario, che un altro appuntamento altrettanto solenne, anzi il più solenne, stava per arrivare: lo Yom Kippur.
Dieci giorni esatti dopo il Capodanno arriva puntuale il giorno dell’Espiazione; poco più di un giorno intero di digiuno che ogni Ebreo adulto, dopo i tredici anni di età e dopo il suo Bar/t Mitzvà deve obbligatoriamente osservare.
Benché si tratti appunto di un digiuno, anche questa ricorrenza ha comunque delle sue precise incombenze legate essenzialmente alla tradizione religiosa, ma anche a quella culinaria.
C’è un prima e un dopo digiuno da gestire dal punto di vista gastronomico, ma verso di me e mia sorella, ancora troppo piccoli per entrarvi d’obbligo, c’era per mia madre anche un durante…
Due sono le cose di questa solenne ricorrenza di qui ho ancora un preciso e nitido ricordo: il Bulu ed il pollo!!
Il primo è un dolce tipico della tradizione tripolina, a forma di grosso maritozzo un po’ più compatto, profumato al suo interno da grani di anice e da chicchi di uva passa, con il quale, assieme ad un caffè caldo, si usa ancora oggi rompere il digiuno all’interno della Sinagoga alla fine delle preghiere serali.
Il secondo, il pollo, è ovviamente il noto pennuto di cui, da quegli anni, non mi cibo più ed ora vi racconto il perché…
Si dice che in ricordo del “capro espiatorio” che il Cohen Gadol, il Gran Sacerdote, mandava libero a morire tra i sassi del deserto dopo avergli trasmesse simbolicamente, con l’imposizione delle mani sul capo, le colpe da espiare del popolo d’Israele, è ancora oggi consuetudine tra gli Ebrei libici, fare una cosa analoga con un pollo: la cosiddetta Kapparà (l’espiazione).
Ogni capo famiglia acquista quindi un pollo vivo e recita quelle stesse parole di scongiuro facendolo roteare, tenuto per le zampe, sulle teste dei propri familiari.
Mio padre, ligio alle nostre tradizioni ovviamente non era da meno. Per l’occasione comprava infatti un pollo vivo al mercato ed altri già shachtati, macellati cioè, secondo il rituale ebraico, uno per ogni maschio della famiglia, dei quali ci saremmo cibati prima e dopo la festività.
Quello che si vede e si trova oggi tra gli scaffali asettici e lindi di un supermercato Casher o no che sia, riguardo al pollame e le altre carni in genere, era solo fantascienza immaginarlo in quegl’anni cinquanta.
I polli arrivavano infatti a casa tutti interi, corredati di tutto il loro piumaggio, della testa crestata e delle loro zampette gialle. Ed era ancora mia madre a doversi occupare di prenderli…in carico, a cominciare dalla loro spennatura.

La fase successiva era ripassare più volte il pollo così ”denudato”, sulla fiamma del gas per eliminarne tutti i parassiti presenti sulla sua pelle, arrivando infine alla fase terminale, la più…macabra: l’eviscerazione.
Questa operazione, consisteva nell’ infilare una mano all’interno della pancia aperta del pollo ed estrarne i visceri. Cuore, fegato, stomaco, intestini e quant’altro presente in quell’ammasso informe di carne sanguinolenta, veniva delicatamente estratto e riposto con cura, per la fase finale: la casherizzazione! Indovinate chi eseguiva tutto questo in casa nostra su ben cinque polli? Mamma Thera ovviamente…
Durante le fasi di quel “massacro”, ad ogni movimento delle mani e delle dita smaltate e ben curate di mia madre, gli otto bracciali d’oro finemente sbalzellati, tipici dell’arte orafa libica che mamma portava al polso e che non toglieva mai, tintinnavano sonoramente tra loro ingentilendo quelle truculente manovre che, come d’incanto, si trasformavano ai miei occhi di bambino in gesti quasi naturali e sopportabili.
Nonostante tutto, la mia curiosità e l’ancestrale dedizione alle faccende domestiche di mia sorella Luisa, ci tenevano entrambi inchiodati al suo fianco ad osservarla, mentre stoicamente, eseguiva quell’ingrato compito.
Intanto però, il nauseabondo odore che queste operazioni scatenavano nella cucina del nostro appartamento di Corso Trieste, mi costringeva ogni volta a scappare via di corsa in balcone per evitare che, a quei miei primi insostenibili conati, seguisse una vera e propria “liberazione”. Proprio sul quello stesso balcone dove facevo poi l’inevitabile “incontro ravvicinato” col pollo vivo, che papà aveva tenuto legato per le zampe in un angolo tra i vasi, in attesa di recitare sulle nostre teste la Kapparà.
Il malcapitato, attendeva lì ignaro per qualche giorno l’arrivo della sua triste fine, mentre io tentavo inutilmente di alleviare le sue pene, dandogli da mangiare ogni tanto qualche mollica di pane bagnato…
Arrivava così inesorabile il giorno fatidico in cui nostro padre, dopo aver girato per tre volte sulle nostre teste il pennuto, recitando…”zè Halifatenu, zè Temuratenu, ze Kapparatenu…”(questo è in nostra alternativa; questo è al nostro posto; questo è la nostra espiazione), me lo affidava per l’ultima missione: la più terribile!
Dall’altra parte del grande cortile del nostro palazzo, abitava un’anziana e affabile coppia di tripolini, genitori di alcuni cari amici dei miei. Era lì che mamma mi mandava, senza un minimo di trattativa, con un compito ben preciso: Il pollo andava shachtato (sgozzato)!

I miei fratelli più grandi, Lillo, Maurice ed Ever, non ne volevano sapere di quell’ingrato rituale, probabilmente per averlo già conosciuto e subito anni prima di me. Così, con le buone o le cattive, camminando in strada a testa bassa, evitando così i risolini dei passanti, arrivavo col mio pollo “incartato” a testa in giù con carta di giornale, davanti alla porta di “nonno” Ahmani: lo Shochet (persona autorizzata alla macellazione rituale).
Introdotto nella loro stanza da bagno col mio volatile, lo Shochet avvicinava con sicurezza e maestria il suo coltello affilatissimo alla gola dell’animale, tenendolo per le zampe dentro la vasca da bagno e con due colpi netti…zac, zac, recideva esofago e trachea. Il pollo ovviamente non stava lì a guardare e dunque si agitava e starnazzava come un ossesso. Così, con la gola squarciata, il poverino si dimenava oramai inutilmente e, battendo forsennatamente le ali, lanciava schizzi di sangue in ogni direzione. D’un tratto però si fermava di colpo. Tutto era finalmente finito!

Il bagno, ridotto come un campo di battaglia, trasudava sangue, mentre rivoli rossissimi scendevano segnando le maioliche bianche ed i bordi della vasca. Il grembiule candido di Rebbi Ahmani, dietro il quale mi ero riparato un po’ per non vedere e un po’ per non essere investito dagli schizzi, sembrava a cose fatte, quello di un chirurgo appena uscito da una sala operatoria.
Forse, a qualcuno potrà sembrare una scena comica, ma vi assicuro che per un bambino di otto-nove anni non c’era proprio niente da ridere.

I simpatici coniugi rimandandomi a casa, mi riconsegnavano così il mio pollo incartato ancora caldo che, come tradizione vuole, papà avrebbe poi regalato. Nel fare lo stesso percorso a ritroso col mio cartoccio in mano, osservavo i bordi della carta intrisi del sangue di quell’animale, oramai con gli occhi chiusi con il quale avevo giocato fino a poco prima. Ne scorgevo con tristezza la testa, la cresta esangue ed il becco giallo da cui ancora colava qualche goccia rossa di sangue. Fu in quel preciso momento probabilmente che mi ripromisi che, per il futuro, non avrei mai più mangiato un pollo in vita mia.

Lo Yom Kippur arrivava due giorni dopo questo rituale ed al Tempio Spagnolo di Via Catalana, dove papà aveva già iniziato ad organizzare e a radunare per l’occasione le poche famiglie libiche che allora risiedevano a Roma, si tornava a rivivere le stesse atmosfere e ad intonare i canti e le preghiere di quel Minagh (tradizione) libico, che papà, con tanta forza e pazienza, ha fatto in modo di non perdere mai e di tramandarci con gran rispetto. Ancora oggi, a distanza di più di settanta anni dal suo inizio, questa tradizione è mantenuta viva e immutata dai suoi figli, nel sacro ricordo di coloro che in tutti questi anni vi hanno preso parte.
Dopo ventisei ore di digiuno in cui ci si astiene dal mangiare, ma anche dal bere qualsiasi bevanda, arriva il momento attesissimo del suono dello Shofar, che dopo la preghiera della sera sancisce definitivamente la fine del digiuno.
Poco prima, la Berachà di Neilà (Benedizione del vespro) ci aveva visti tutti riuniti e stretti tra noi, genitori e figli, sotto il grande Tallet di seta (manto di preghiera) di mio padre, mentre assieme al Cohen ripeteva lentamente le parole sacre della Benedizione. Lì sotto si riusciva a percepire, dai visi tirati e pallidi per il digiuno, chi di noi stesse resistendo meglio o peggio a quella dura astinenza. Mia sorella ed io, esonerati da quell’obbligo per la nostra giovane età, eravamo i più paonazzi ed irrequieti di tutti, anche grazie all’enorme quantità di Bulu, roschette salate e biscotti, che avevamo già ingurgitato per tutto il giorno. Mamma infatti, portava sempre con sé in Sinagoga, un fagotto di vivande e liquidi con cui tenere a bada il nostro appetito e per confortare poi gli adulti alla fine del digiuno.

La lunga giornata trascorreva per noi bambini più che altro all’esterno nei giardini del Tempio, dove assieme ad altri vivacissimi coetanei, organizzavamo i nostri giochi e le nostre scorribande tra la ghiaia e le aiuole, maltrattando così i vestiti nuovi comprati per l’occasione.
Quando molto spesso i nostri schiamazzi arrivavano in Sinagoga attraverso le enormi finestre, disturbando i silenzi delle lunghe Amidot (preghiere che si recitano in piedi ed in silenzio), qualche adulto arrivava puntuale con il dito indice sulle labbra e la faccia contrita ad interrompere le nostre esuberanze.
La sera si tornava a casa stanchi e provati, noi bambini per le corse frenetiche fatte su e giù per le scale del Tempio durante tutto il giorno, gli adulti, per il lungo digiuno appena terminato.
La dolcissima limonata, profumata ai fiori d’arancio, anticipava la cena preparata il giorno prima e per nostra madre un’altra fatica era finalmente oramai alle spalle.

A poco meno di una settimana, arrivava anche Succot, la festa delle Capanne. Otto giorni di celebrazioni e banchetti che richiedevano ancora tutta la maestria e la dedizione in cucina di nostra madre la quale non trascurava mai di assecondare i gusti ed i desideri di ognuno di noi, soprattutto quelli di mio padre e di mio fratello Lillo, il behor (primogenito).
Il famoso Bulu fatto in casa faceva di nuovo la sua comparsa quando mamma, portandoci, come tradizione vuole, a sedere sotto la Succà (capanna) del Tempio Maggiore, per trascorrervi qualche minuto in serenità, ce ne dava da mangiare ancora qualche fetta. I succosi grappoli d’uva e i melograni appesi come addobbi sul soffitto e sulle pareti, erano le prime cose che rubavano la mia attenzione ed a stento venivo trattenuto dallo staccarne qualcuno.

Con Simchàt Torà, l’ultima delle ricorrenze, si chiude il mese di Tishrì e con esso la fine del Aiyad, le Feste. Una sorta di malinconia coglieva un po’ tutti nel riprendere il ritmo normale delle giornate lavorative e per me della scuola. Per mia madre la fine delle Feste suscitava al contrario, un profondo senso di sollievo e di soddisfazione.
Spesso la sentivamo ripetere, dopo un grosso sospiro, che “tutto quello” fortunatamente si ripeteva solo una volta all’anno…

L’avvento del boom economico degli anni sessanta, cambiò solo in parte per mamma le sue abitudini in cucina. I tanti elettrodomestici della nuova era tecnologica, avevano fatto sparire molti di quegli attrezzi obsoleti che ora arrugginivano in cantina. Il nuovo Frigidaire troneggiava al posto della vecchia ghiacciaia e nella nostra dispensa, facevano la loro prima comparsa contenitori fatti di un nuovo materiale: la Plastica!
Il Moderno avanzava inarrestabile e ben accolto, ma a casa, i gesti antichi ed il fascino immutato delle nostre tradizioni rimanevano fermi nella loro seduzione e nella loro genuinità, rallegrati per di più in quegli anni, dall’arrivo dei primi adoratissimi nipoti che, proprio allora iniziavano a fare le prime festose comparse in casa nostra.
Le Feste e mia madre sono state, per tanti anni della mia vita, un binomio inscindibile; una garanzia di perfezione, di continuità e di rispetto delle regole, che ha segnato per sempre il mio essere marito e padre, senza mai dimenticare di essere ebreo.
Grazie ad intere e meravigliose generazioni di donne e madri come lei, si sono mantenute vive e preservate le nostre usanze, esattamente come per secoli si sono svolte. Gli esodi, gli abbandoni, i pericoli ed i lutti subiti per generazioni, non hanno mai minimamente scalfito né la tempra, né il coraggio in persone come loro, nate ed educate nell’amore per la famiglia e vissute per assecondarne le esigenze e per goderne infine i frutti.
Donne molto spesso semplici, genuine, non di rado superstiziose, ma fortemente legate alla propria Fede ed alle proprie radici. Ciascuna munita di quell’innato naturale istinto e senso del dovere di madri e di mogli, che le ha rese instancabili ed indispensabili depositarie del nostro passato e garanti del nostro futuro.
Per loro ho scritto ed a loro è dedicato questo mio racconto.

 

 

 

 

 

 

 


1 Commento:

  1. Un bellissimo racconto, uno spaccato di vita in tempi non facili ma vissuto con serenita’ ma soprattutto con quel profondo senso di affetto e di amore che lega la famiglia ebraica. Questa storia familiare mi ricorda molto quanto mi raccontava mio padre della sua famiglia, dei suoi adorati genitori e fratelli questi ultimi scomparsi nell’orrore nazista. Restavo estasiato nel sentire quei racconti e mi immedesimavo in quei momenti e avrei voluto conoscere i miei nonni, il mio zio e la mia zia e altri parenti.Grande è il rimpianto di non averli conosciuti.(Tengo con affetto il ricettario di mia nonna Linda Cassuto). Ritornando al bellissimo scritto ho avuto modo qualche volte di passare lo Shabbat in una famiglia ” tripolina” e ho respirato quell'”aria e quei sentimenti descritti nello scritto di Ariel Arbib che lo ringrazio.
    Umberto Abenaim


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