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Cultura
Le parole malate: come si avvelenano i pozzi della comunicazione

Parole alterate comunicano significati manipolati. E i significati manipolati creano contesti di comunicazione falsificati, orientando l’opinione pubblica contro i suoi stessi interessi…

Ci sono parole malate. Ovvero, che non sono tali poiché affette in sé da una qualche patologia d’origine ma che subiscono, nel corso del tempo, una sistematica distorsione. Adulterandosi. La malattia, per così dire, sta in quest’ultimo fenomeno, che ne altera i significati di principio. Un po’ come nel caso di quelle parti del corpo che debbono affrontare lussazioni, slogature, fratture e quant’altro. A volte le muscolature, o il sistema osseo, si ripara da sé, senza richiedere troppi interventi esterni. Altre volte, invece, l’offesa rischia di diventare perpetua. Nel caso della lingua, si corrompono non solo i significati d’origine, ma anche e soprattutto quelli che ne derivano nel corso del tempo. Rendendo le parole stesse impronunciabili poiché totalmente slegate dal loro significato primigenio. Molto spesso, quando si svolge attività pubblicistica, di ricerca, divulgazione e comunicazione, ci si incontra con un tale fenomeno. Non meno di quando, invece, si naviga sul web per ragioni personali, di natura ludica, di intrattenimento. Ma se nel secondo caso ci si deve confrontare con l’ignoranza, il semplicismo, la superstizione umana, nel primo, invece, ci si scontra con radicati convincimenti che, molto spesso, si rivestono di panni illusori, quelli della scienza e della coscienza.

Beninteso, le parole sono come le persone, subendo gli effetti dell’azione del tempo, quindi maturando così come anche trasformandosi. Al pari degli esseri umani, proprio per questo hanno una loro legittima aspettativa, quella di essere riconosciute in una intima identità, che nel caso proprio corrisponde alla coerenza dei loro contenuti. Quand’anche si siano evoluti nel corso del tempo. Senza di essi, infatti, ad essere offesa e prima di tutta la comprensione dell’informazione che viene trasmessa. Parole alterate comunicano significati manipolati. E i significati manipolati creano contesti di comunicazione falsificati, orientando l’opinione pubblica contro i suoi stessi interessi. Il caso, oramai universalmente noto, delle cosiddette «fake news» consiste non solo nelle deliberate menzogne, consapevolmente propagate, oppure in ciò che è stata definita come «demenza digitale» (un insieme di condotte ispirate non dalla volontà di relazionarsi agli altri ma di osteggiarne la dignità, ledendone pensieri, sentimenti e opinioni). Semmai il processo di falsificazione, al giorno d’oggi, è tanto più potente e corrosivo quando si adopera non per mentire apertamente bensì per omettere ed alterare. In quanto agisce come un acido che esercita nel tempo una sottile ma pervicace azione distruttiva del tessuto della coerenza intellettuale.

Ciò che più incide rispetto al destino di una parola, nel corso del tempo, è l’artificioso deterioramento del suo contenuto. Fatto che si compie in genere dopo un lungo percorso, durante il quale, passo dopo passo, avviene uno spostamento di valore, destinato a concludersi con la sua definitiva perversione, poiché i contenuti di significato risultano a quel punto essere capovolti rispetto alle loro origini. I pregiudizi, d’altro canto, si basano proprio su una tale procedura: sommare, di passo in passo, una serie di elementi che letteralmente pregiudicano, stravolgendola, la comprensione di ciò che la parola dovrebbe invece non solo nominare ma rendere a tutti chiaro e intellegibile.  Non c’è bisogno di vedere, dietro a questa parabola, sempre e comunque un’intenzione dichiarata, come neanche intelligenze malevoli in azione. Semmai a produrre i peggiori risultati è lo slittamento di senso comune che certi vocaboli e lemmi subiscono nel linguaggio quotidiano. Rimane tuttavia il fatto che l’adulterazione dei significati, quando diventa un atteggiamento ripetuto, quindi ricorsivo, sia ad oggi, nell’età dell’informazione globale, uno strumento strategico della lotta politica. Poste queste premesse, ci vogliamo soffermare velocemente su cinque termini i cui contenuti ci sembrano essere sottoposti quotidianamente a torsioni di significato, senza avere per parte nostra pretesa alcuna di esaustività. Lo facciamo poiché ci andiamo ogni giorno letteralmente a sbattere contro, come se fossero un muro indistruttibile, faticando la dannazione di Sisifo, il personaggio della mitologia greca obbligato perennemente a trasportare un macigno in cima ad un monte per poi vederselo rotolare a valle.

La prima parola è «sionismo». La sua dizione più coerente sarebbe, in tutta plausibilità, quella che lo sostanzia come il movimento ebraico di liberazione nazionale. L’ebraicità è intrinseca all’origine sia dei suoi promotori e appartenenti come all’humus culturale che gli dà corpo e spirito. La liberazione consiste nel fatto che teorizza la necessità per gli ebrei di superare la secolare condizione di sudditanza nei confronti dei non ebrei, soprattutto laddove questa si sia tradotta in pregiudizio, sfruttamento, persecuzione e miseria. Il riferimento alla dimensione nazionale è quindi duplice poiché definisce gli ebrei come un popolo disperso, da ricomporre in una nazione mentre lo fa riferendosi ai canoni politici e ideologici tipici del nazionalismo ottocentesco. Secolo, quest’ultimo, nel quale il sionismo si genera, per poi conoscere successive trasformazione di contenuti, prassi e idealità. In quanto movimento, non costituisce un partito unitario ma un insieme di correnti di pensiero, così come di organizzazioni, il cui comune denominatore rimane l’unione tra l’idea di generare un «ebreo nuovo», tale poiché capace di confrontarsi con la modernità, e la volontà di arrivare al risultato di fondare infine uno Stato degli ebrei. Se questa è una delle accezioni più accettabili, nelle distorsioni correnti che la parola subisce quella che risulta essere la più violenta è data dal suo immediato accostamento al nazismo. Ovvero, l’equiparazione che alcuni detrattori vanno facendo del sionismo al regime hitleriano.

Del nazismo esso recupererebbe il rapporto reificato con la terra; l’esasperata etnicizzazione dei rapporti sociali; la gerarchizzazione, su base razziale, delle relazioni di potere e la giustificazione del ricorso alla forza in quanto espressione di un “diritto naturale” alla sopraffazione; l’ideologia del “sangue” come, al medesimo tempo, il vincolo di reciprocità assoluta tra omologhi a scapito della parte restante del consesso umano; la concezione del proprio ruolo storico nella realizzazione di una missione di espansione fisica (la conquista della terra) e di repressione, vassallaggio, se non distruzione delle identità non ebraiche (a partire dai palestinesi); il ricorso all’astuzia e all’inganno, all’indottrinamento, alla mistificazione, alla corruzione in virtù di una profonda indegnità e immoralità propria. Il cortocircuito è evidente: se il sionismo si origina, e poi si sviluppa, anche per rispondere all’antisemitismo, un modo per denigrarne i significati, e con essi il suo valore storico, è dire che la sua intima natura, e le condotte che da esso derivano, siano omologabili a quelle dei peggiori antisemiti. Non importa in alcun modo il fatto che non esista nessuna evidente correlazione, di principio e di fatto, a tale riguardo. Fondamentale è semmai il continuare a ripetere la sovrapposizione tra l’ideologia mortifera del nazionalsocialismo e l’esperienza materiale della costruzione dello Stato degli ebrei.

Il sionismo, nelle diverse rappresentazioni negative che di esso sono fornite, è poi collegato al colonialismo. Viene infatti presentato come il prodotto peculiare dei processi coloniali, di cui costituirebbe una delle ideologie e delle pratiche di asservimento dei popoli autoctoni. La sua particolare “velenosità” e dannosità risiederebbero nel fatto di essersi affermato nel momento il cui le potenze europee stavano invece avviando un processo di revisione, ristrutturazione e ridimensionamento della loro presenza in Africa e Asia. Una tale fisionomia, secondo alcune letture dichiaratamente antisemitiche, sarebbe il prodotto necessario ed obbligato della sua radice ebraica. La quale si fonderebbe su di un intrinseco razzismo, rivolto contro i non ebrei, e da una visione suprematista, fondata sulla bramosia di potere.

Una sorte simile tocca spesso anche all’uso inflazionato, e privo di cautele, del termine «ebraismo» (al pari di «ebreo»). Poiché se sussistono sia un approccio descrittivo come un altro di ispirazione puramente apologetica, ve ne è poi uno – invece – detrattivo. Quest’ultimo, che raccoglie il maggiore successo di “pubblico”, è assai diffuso, essendo basato su una successione di cliché fortemente presenti nelle nostre società. Ciò avviene quando si ritengano gli ebrei al pari di un blocco unico, un monolito privo di storia, sempre uguale a se stesso. È tipico dell’approccio antisemitico identificare gli ebrei non come persone ma in quanto elementi in sequenza, figurine intercambiabili poste in un’unica successione. Si tratta di un criterio di de-umanizzazione, che scarnifica le persone per farle invece coincidere con gli stereotipi che vengono costruiti su di esse. L’immagine capovolta dell’ebraismo, quella per cui si tratterebbe di un sodalizio etnico, di una sorta di vincolo massonico, di un’endogamia biologica che trova il suo punto di sintesi nella volontà cospirazionista di dominare il mondo attraverso la propria brama di potere e possesso materiale (laddove l’unica misura dei rapporti interpersonali sarebbe il denaro), è una vera e propria meta-narrazione delle sorti del mondo, che continua a riformularsi con costanza, a prescindere da qualsiasi riscontro di fatto. Già nel 1966 lo studioso Norman Cohn, introducendo la sua ricerca sui «Protocolli dei Savi di Sion», aveva avuto modo di affermare che: «l’antisemitismo […] per me non ha molto a che vedere con reali conflitti d’interesse tra persone viventi, e nemmeno con il pregiudizio razzista in quanto tale. Ha come nucleo la credenza che gli ebrei – tutti gli ebrei, e ovunque – fanno parte di una cospirazione decisa a mandare in rovina e quindi dominare il resto dell’umanità. Ora, questa credenza non è altro che una versione modernizzata e laicizzata delle rappresentazioni popolari medievali, secondo le quali gli ebrei erano un consesso di streghe usate da Satana per la rovina spirituale e fisica della cristianità». Quanto di un tale stigma di malvagità si sia diffuso, attraverso

Il «complotto», oggi, conosce una diffusa reviviscenza. In realtà, non ha mai abbandonato gli spalti della storia umana, occupandoli con la sua ingombrante figura. Di essa, infatti, ne costituisce una sorta di falsa coscienza, basandosi sulla contraffazione di significato dei percorsi collettivi di mutamento, altrimenti raccontati da ciò che definiamo con la parola storia. Dei quali dà invece un’interpretazione tanto banalizzante e parodistica quanto rassicurante per chi ne voglia sposare le tesi di fondo. Il meccanismo è sempre il medesimo: esiste un conflitto inconciliabile tra élite e popolo. Le prime si adoperano per coartare la volontà e per offuscare la coscienza del secondo. L’obiettivo è quello di rendere le collettività schiave di una volontà espressa dai «poteri forti», il cui unico scopo è quello di depredare e omologare al ribasso le società. Il tutto in una trama oscura e nascosta, per l’appunto la cospirazione ai danni della «gente». Esiste un nesso molto corposo e esistente tra complottismo, lettura distorta e surreale dell’ebraismo e antisemitismo. Basti citare quattro aspetti, tra di loro interconnessi. Il primo di essi demanda al convincimento che la storia dell’umanità sia costantemente accompagnata da una cospirazione dell’ebraismo, il cui obiettivo sarebbe quello di conseguire il controllo assoluto sui destini del genere umano. Il secondo rinvia alla convinzione che la modernità liberale, nonché l’accesso delle collettività alla partecipazione politica e la correlativa decadenza degli istituti socioculturali dei sistemi ad Ancien Régime, siano il prodotto del processo di decadenza del mondo, ovvero della sua “ebreizzazione”, l’estensione della sfera egemonica del «giudaismo» sulle società umane, a compimento dell’intendimento cospirativo. Il terzo aspetto richiama la certezza che l’ebraismo non costituisca una religione, una tradizione culturale e un insieme di relazioni tra famiglie e individui bensì una «razza», dai caratteri storicamente immodificabili poiché fondati su ancestrali vincoli di ordine biologico e culturali, dai quali deriverebbero, per tutti coloro che ne fanno parte, profili spirituali, opinioni e atteggiamenti concreti del tutto comuni, indipendentemente dall’estrazione sociale, dalla collocazione geografica e dalla storia personale. Un quarto passaggio sta nella natura al medesimo tempo semplificatoria, banalizzante e consolatoria che l’antisemitismo sa offrire della lettura di un mondo altrimenti complesso, presentandosi come strumento di ricostruzione di un ordine preciso di significati nonché di razionalizzazione della storia. Il tutto alla luce di un radicale pessimismo, che ne alimenta le fortune: leggere il trascorrere dei tempi come il prodotto del dispiegarsi di un complotto (più potere per gli ebrei, maggiori sofferenze per l’umanità), induce in quanti si identificano in tale visione non solo un senso di falso raziocinio ma anche un crescente auto-compatimento, generato dalla convinzione che le proprie difficoltà siano il risultato dei processi di vittimizzazione di cui sono stati resi destinatari.

L’«identità» è un’altra parola che genera una quantità infinita di equivoci. Poiché è una sorta di lemma dove le sue accezioni diventano completamente intercambiabili. L’identità, a partire dalla psicologia, è definita come «una delle caratteristiche formali dell’Io, che avverte la propria uguaglianza e continuità nel tempo come centro del campo della propria coscienza. La percezione di avere un’identità personale e la consapevolezza che gli altri la riconoscano è condizione necessaria della sanità psichica» (Enciclopedia Treccani Online). Si tratta quindi di un architrave fondamentale del modo in cui le persone intendono se stesse. Pertanto, dei criteri medesimi con i quali si relazionano vicendevolmente. Oggi, tuttavia, piuttosto dell’avere a che fare con un elemento della soggettività, ci troviamo semmai dinanzi ad un’ideologia. L’identitarismo è infatti la perversione del presupposto identitario in quanto lo trasforma in un mero costrutto ideologico. E ciò avviene quando l’identità perde quel tratto non solo soggettivo, personale, quindi fluido, destinato a modificarsi nel tempo – per adattamento ai mutamenti dell’ambiente circostante – ma anche la sua natura di elemento di comunicazione. Fatto che si verifica tanto più nel momento in cui gli individui, tra di loro consorziati, si arroccano nella rivendicazione di uno spazio di gruppo completamente chiuso rispetto a qualsiasi influenza esterna: una sorta di recinto mentale, prima ancora che altro, ossia un confine d’acciaio che finge di potere prescindere da qualsiasi confronto con ciò che gli sta intorno. I fondamentalismi di ogni genere e risma, quindi non solo quelli religiosi, storicamente soddisfano un tale criterio di condotta.

Ma per estensione sono anche altri gli atteggiamenti collettivi che ne rimangono interessati. Il tratto comune a tutti è il riferimento ad una qualche forma di paura da contaminazione: se mi confronto e mi “confondo” con ciò che è diverso da me, rischio di corrompermi. Ragion per cui mi rinserro in me stesso, nel mio gruppo di omologhi e rifiuto tutto quanto possa in qualche misura rimanere estraneo da ciò. Avviene così che si pronunci la parola identità nel mentre si millanta una qualche forma di un diritto proprio, assoluto, inderogabile, insindacabile («io sono ciò che dichiaro di essere, punto e basta»), quando nei fatti è invece un dovere di osservanza che è imposto a terzi, come tale in nessun modo negoziabile («avete l’obbligo di piegarvi alla signoria della mia persona, altrimenti siete in fallo»).

C’è infine l’abusata parola «storia», spesso confusa o sovrapposta a memoria. Non ci interessa, in questo caso, dissertare sulle differenze dell’una dall’altra. Semmai è più importante capire quando la storia diventa una parola impronunciabile in quanto infedele, priva di reale aderenza alla vita comune. Ciò avviene nel momento in cui si trasforma il ricordo (e lo studio) del passato in pura mitografia. È tale quella condotta mentale, prima ancora che intellettuale, per la quale qualsiasi cosa possa mettere in discussione una credenza consolidata – molto spesso cristallizzata in vera e propria superstizione – vada immediatamente neutralizzata e cancellata. Si tratta, ancora una volta, di uno stravolgimento deliberato del senso del passato. Piegato a sostegno di un’interpretazione del presente che cerca di puntellarne e convalidarne ideologicamente alcuni aspetti, sottacendone invece altri. Un tale uso della storia non solo non rende omaggio ai fatti e ai protagonisti del tempo trascorso ma, cosa ben più grave, deforma la percezione di quello corrente. Poiché dietro ogni parola malata non c’è solo l’ignoranza, come vorremmo potere continuare a credere, ma soprattutto inconfessabili calcoli d’interesse. Fermo restando che ciò che definiamo come tracotante insipienza non è mai esclusivamente un vuoto di conoscenze, da colmare, ma un pieno di pregiudizi che si soddisfa da sé, risultando inscalfibile alla prova della ragionevolezza. Al cui posto, infatti, siede sovrano, soddisfatto di quel deserto di coscienza che appella con il nome di furbizia.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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