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Cultura
L’ebreo, la vittima

Gli effetti della banalizzazione della Shoah nel presente

Di commentare i fatti che stanno accompagnando in questi giorni le manifestazioni no vax e no Green pass lo abbiamo chiesto anche all’Osservatorio Antisemitismo del Cdec. Sono gesti di antisemitismo, di antisionismo quelli che scandiscono le manifestazioni accostando la Shoah al Green pass, gli ebrei e talvolta Israele come manovratori complottisti della dittatura sanitaria? “Quello che ci preoccupa”, risponde Betti Guetta, “è l’uso dell’ebreo come sostituto della vittima. Credo si debba spostare l’asse sull’ambivalenza di questo immaginario che mi porta a pensare a un fatto allarmante. Studiamo gli stereotipi ma ne abbiamo creato uno terribile, quello, appunto dell’ebreo vittima. E il suo utilizzo non ha a che fare con l’antisemitismo, bensì con la banalizzazione della Shoah”.

Su queste pagine ci siamo interrogati spesso su cosa significhi ricordare, quel fare memoria inteso in senso attivo, mai semplicemente monumentale, piuttosto sempre contemporaneo, affinché la storia della Shoah non diventi parte del trapassato remoto e conseguentemente qualcosa di troppo distante per interessare le nuove generazioni. Ma il modo in cui fare tutto questo è sempre sotto osservazione, dall’istituzione della Giornata della memoria in avanti. “Si rischia di eccedere. Il giorno della memoria è diventato il mese della memoria. Nelle scuole si dice: facciamo qualcosa per la giornata della memoria. E l’importanza di questo appuntamento si svuota, si banalizza, appunto”, sottolinea l’Osservatorio. Cosa fare, allora? La risposta è ardua e anche l’Osservatorio non ne confeziona una precisa, se non un più generico innalzamento della qualità delle informazioni a dispetto della quantità.

E perché i fatti attuali sarebbero legati alla banalizzazione di quegli eventi tragici che hanno segnato la storia del Novecento? Un’interessante raccolta di articoli messa a punto dall’Osservatorio me lo racconta. Si comincia nel 2013, quando Berlusconi disse: “I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo tutti addosso”. L’allora presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna, commentò: «Ogni paragone con le vicende della famiglia Berlusconi è non soltanto inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibile sofferenze, della vita stessa». Poi si prosegue con Beppe Grillo che l’anno dopo “scherza” con la P2 in un fotomontaggio del cancello di Auschwitz che trasforma l’orribile scritta Arbeit macht Frei in P2 macht Frei. Gli risponde con grande precisione Donatella Di Cesare su Avvenire: “Con il suo gesto Grillo non ha dissacrato né profanato quel che appunto sacro non è. Piuttosto ha banalizzato la Shoah. Ed è ben più grave. Perché ha reso usuale, scontato, ovvio quel crimine che, non avendo precedenti nel passato, non deve in nessun modo diventare un precedente nel futuro. (…). Ma l’abuso della memoria, in una comunicazione che non sa nulla né di etica né di rispetto per gli altri, non si ferma all’oltraggio delle vittime. Con quella trovata spettacolare gli ebrei finiscono d’un tratto sotto accusa. Non solo perché sarebbero «stupidi» o ignoranti. Ma perché si farebbero «scudo» della Shoah per i loro affari. Qualcuno ha parlato di patetica gaffe, di indifferenza e ignoranza. Ma è tempo di dire a chiare lettere che questo è antisemitismo della peggior specie. L’antisemitismo di Grillo sta nel suo tentativo di rilanciare in ogni modo l’idea del «complotto», di insinuare il pensiero che sarebbero gli ebrei a profittare del malessere e, anzi, a causarlo. Erano idee che circolavano nella Germania degli anni Trenta”.

La collezione di articoli arriva fino ad oggi, con episodi più o meno rilevanti, ma tutti effettivamente accomunati da questo tentativo di banalizzare rilanciando l’idea del complotto, in un cocktail terribile. Telegram è un territorio particolarmente fertile. Sempre l’Osservatorio ha condotto una ricerca su questa piattaforma e nelle chat no vax ha rintracciato concetti come questo: “Il coronazismo sta seguendo lo stesso pattern del nazismo 1.0. I no vax sono i nuovi ebrei: oggi criticati, poi saranno odiati. Aggiungo l’ultimo passo: i no vax che non emigreranno in tempo dai paesi coronasti rischio di finire in campi di concentramento. Siete avvisati”. Un video ripotato su Telegram dal titolo Cosa ha detto veramente l’Ema su Astrazeneca? E cosa ci hanno raccontato i professionisti bufalari in tv, si presenta con un bollino in alto a destra che recita le parole: La verità vi renderà liberi. Ad accompagnare il video, un testo: “Quando diciamo che l’Italia è in mano ad ebrei sionisti, lo affermiamo candidamente come puro e semplice dato di fatto. (…) Quindi anziché bollare come antisemita o complottasti chi da anni informa sulla questione, converrebbe scavare un po’ più a fondo”.

“Ci sono antisemiti e analfabeti” commenta l’Osservatorio “Ci sono narrazioni ardite che pescano nell’antisemitismo, ci sono elementi neonazisti, ma il grosso pesca nell’iconografia dell’ebreo come vittima, in una visione complottista. Ed è questo che ci preoccupa e ci fa riflettere, a cominciare dall’uso che ne fanno i mezzi di informazione”. In che modo? “Stiamo parlando di come lo stereotipo dell’ebreo vittima vada cancellato e per farlo i media chiedono un commento a Liliana Segre. Che bisogno c’era di mettere la vittima in TV?”, risponde Betti Guetta.
Parole che fanno riflettere. Sicuramente su cosa significhi fare memoria, a partire dal ruolo dei testimoni e degli storici, ma anche su cosa significhi fare informazione.

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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