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Licorice Pizza, il jewish movie di Paul Thomas Anderson

L’orgoglio ebraico della protagonista Alana Kane sfida luoghi comuni e cliché

Nel cinema americano degli ultimi decenni non sono certo mancate le eroine ebree, ma nessuna sarebbe così autentica e convincente come Alana Kane, la protagonista del nuovo film di Paul Thomas Anderson, Licorice Pizza, nei cui panni si cala l’attrice Alana Haim. Questo, almeno, è quanto sostiene Malina Saval in un articolo uscito nei giorni scorsi su Variety e dedicato all’ultima fatica dell’autore di Magnolia, Boogie Nights e di tanti altri film entrati nell’immaginario collettivo.

Questa volta l’acclamato regista statunitense racconta la storia di una ragazza americana, ebrea assimilata negli anni Settanta, Alana Kane appunto, assistente di un fotografo e in cerca di fortuna tra il commercio di materassi ad acqua, il cinema e la campagna elettorale per il sindaco locale. Come puntualizza l’autrice del pezzo di Variety, qui siamo anni luce dai grandi classici del passato, ma è proprio il suo essere moderna pur restando esplicitamente ebrea a rendere così interessante la protagonista di Licorice Pizza. Tra le scene madri citate, c’è quella in cui la ragazza rimprovera il fidanzato ebreo ateo per non avere recitato la preghiera prima di mangiare il pane alla cena di Shabbat. Davanti alle argomentazioni del giovane, che rivendica la propria mancanza di fede, Alana taglia corto ricordandogli il fatto che lui sia comunque circonciso e che quindi sia, testualmente, “un fottuto ebreo”.

Ad aggiungere credibilità al personaggio, che nel corso della storia ambientata nella San Fernando Valley si troverà invischiato in una relazione con un ragazzino quindicenne interpretato dal debuttante Cooper Hoffman (figlio del compianto Philip Seymour), c’è senz’altro il fatto che sia portato in scena da Alana Haim, membro con le due sorelle del trio delle Haim. Ebrea figlia di un ex campione di calcio israeliano e di una musicista, Alana recita la scena della cena con i suoi veri genitori e sorelle. L’orgoglio ebraico della Kane va però ben oltre i riti famigliari, spingendosi anche nei rapporti lavorativi e sfidando anche qui luoghi comuni e cliché. Incontrando ad esempio un’agente di Hollywood, Mary Grady, che la vuole scritturare in forza del suo presunto “naso ebreo”, che starebbe “diventando molto di moda”, la ragazza rilancia con altre sue caratteristiche e abilità, dalla conoscenza della lingua ebraica a quella del Krav Maga, un programma ibrido di arti marziali sviluppato per le forze di difesa israeliane. All’agente non interessa granché di questo, ma la nostra non si tira indietro, affermando la propria identità al di là dei pregiudizi.

Non troppo diversamente vanno le cose quando incontra l’attore ispirato a William Holden e interpretato da Sean Penn e quando deve fare l’audizione per il ruolo di un chitarrista hippie della Pennsylvania rurale. Anche in queste occasioni Alana Kane rimarca quello che in alcuni punti può sembrare più un ebraismo di facciata, una forma di esotismo in una società indifferente, ma che resta comunque una identità sentita.

Anche il sito Alma punta il fuoco sull’ebraicità del personaggio principale femminile di Licorice Pizza, ma nell’articolo firmato da Mara Kleinberg i toni sono leggermente più critici rispetto a quanto si legge su Variety. È vero che vi si esaltano le scelte registiche e tecniche, come quella di girare in 35 millimetri un film ambientato ormai mezzo secolo fa per accentuarne l’aria vintage, o di puntare su una accurata colonna sonora a suon di Doors, Nina Simone e David Bowie, ma è altrettanto vero che gli si rimproverano dei dettagli considerati al limite del razzismo nonché la svolta potenzialmente romantica della relazione tra Alana e il suo giovanissimo amico Gary.

Pure in questo caso, però, scatta l’immedesimazione tra chi scrive e la protagonista del film. Anche per Kleinberg, Alana Haim interpreta una donna ebrea in cui potersi riconoscere, cosa non così facile nella cinematografia statunitense contemporanea, dove il rischio di una deriva verso la cosiddetta Jewish American Princess è sempre in agguato. Qui, invece, ci si troverebbe davanti a “un personaggio che abbatte gli stereotipi e si vanta della sua ebraicità, poiché la distingue”. Così, ogni parte della vita di Alana sarebbe definita come ebraica, pur nei paradossi, dalla famiglia incombente alla sua stessa natura rumorosa e orgogliosa, bene evidente nella scena dell’incontro con Penn-Holden, quando l’aspirante attrice cerca di attirare l’attenzione dell’uomo rimarcando il fatto di essere ebrea e ridendoci sopra.

Al di là dell’altissimo tasso di autoironia del personaggio, quello che l’articolo di Alma rimarca è però anche il percorso compiuto dalla protagonista, via via che si allontana dal giovane Gary, che pure dichiara che non la dimenticherà mai, per entrare nel mondo degli adulti come stagista per il politico (ebreo) Joel Wachs. Sarebbe la scoperta della propria complessità, e di quella delle persone con cui e per cui lavora, a segnarne la crescita e a farle prendere coscienza di chi lei sia. Sempre secondo l’autrice di Alma, “Paul Thomas Anderson ha reso giustizia alle donne ebree ashkenazite per raccontare una storia che centra la loro identità su un livello fondamentale”. Ad aiutare l’autore nell’impresa, sempre da quanto si legge nell’articolo, sarebbe stata anche la sua compagna ebrea, Maya Rudolph: “Forse anche lei era indimenticabile per lui perché non aveva paura di dire quello che pensava e di possedere la sua identità”.

Giudizi positivi e parzialmente critici si intrecciano infine anche nel commento uscito su Forward e firmato da PJ Grisar. Al pari delle colleghe, anche Grisar cita la scena della famiglia riunita per la cena di Shabbat e la mancata preghiera del pretendente di Alana. Indicata come un momento chiave del film, la sequenza viene vista come un tentativo un po’ grossolano di trattare un tema delicato come la distinzione tra l’essere ebrei e religiosi. Nonostante questo, il film viene definito come il più ebraico di Anderson, che tra l’altro ha diretto in passato la stessa band delle Haim ed è stato uno studente della loro mamma, Donna.

Secondo l’autore di Forward, il regista “capisce come l’ebraismo sia stato mercificato da Hollywood e rimanga una grande fonte di insicurezza, soprattutto tra le giovani donne”. Al di là delle scene comunque esilaranti che punteggiano il film, la commedia offrirebbe dunque anche una riflessione, condivisa con la protagonista, sui limiti di ciò che gli ebrei possano fare e su chi siano. E se da una parte Alana non vuole farsi ridurre alle sue caratteristiche fisiche, pur accettando il ruolo di un’ebrea in bikini che vende materassi ad acqua, dall’altra si prende gioco del pretendente circonciso (e dunque ebreo) che non vuole recitare la preghiera perché non credente. Quello che il film mostra sarebbe quindi il personalissimo percorso di crescita e di autocoscienza di una giovane donna, tortuoso quanto si vuole ma mai scollegato dalla sua ebraicità. Qui intesa, come si legge su Forward, non come “una destinazione, ma una mappa che guida il cammino, anche nei vicoli ciechi“.

Nelle sale statunitensi dal 25 dicembre, Licorice Pizza dovrebbe uscire in Italia il prossimo 3 febbraio.

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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