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Cultura
Philip Roth, New York, la memoria dell’Europa e l’America

Un invito alla lettura della biografia dello scrittore americano

Mentre sto scrivendo questo articolo ho davanti a me la monumentale biografia di Philip Roth, da poco uscita nelle librerie tradotta per Einaudi, risultato di un lavoro durato circa dieci anni da parte di Blake Bailey. Mille pagine nel quale lo stesso Roth ha chiesto di mettere tutto, anche le cose spiacevoli. “Non voglio che mi riabiliti, voglio che tu mi renda interessante” si legge in epigrafe.
Che cosa mi aspetto da questa lettura? Davanti a una biografia provo sempre un sentimento reverenziale di imbarazzo, come se stessi per mettere piede in casa d’altri, fossi invitata a un tour nelle stanze abitate da un proprietario assente, in questo caso addirittura morto da tempo. Mi sento come uno di quei lettori impiccioni che compravano i libri di Roth solo per capire quanto di lui ci fosse in Zuckermann o Moishe Pipik o di quegli spettatori che vanno al cinema convinti che il Woody Allen delle pellicole sia quello vero.

È stato Roth stesso a dire che nei libri non esibiva se stesso ma ricreava infinite versioni di sé letterarie; se poi qualcuno pensava che ci fosse proprio lui nelle pagine, bene, voleva dire che con perizia glielo aveva fatto credere. Il fatto è che sospetto che la vita di Roth fosse davvero incredibilmente interessante, anche per il contesto da cui proveniva. È impossibile infatti trascendere da New York (lui era nato nel New Jersey) patria di moltissimi scrittori ebrei tanto da generare un cliché: lo scrittore ebreo è newyorkese per definizione. Lenny Bruce in una battuta sosteneva che chiunque nasca a New York è ebreo, chiunque nasca in Ariziona è goyish, proprio per ironizzare su questo stereotipo consolidato.

Sicuramente New York è stata geograficamente e storicamente il luogo dove si sono stabilite fin dall’inizio le migliaia di migranti ebrei che venivano dal vecchio mondo in fiamme per i pogrom e poi per le persecuzioni. Cercavano rifugio in un paese giovane in divenire dove anche le minoranze potevano diventare protagoniste: così si augura Israel Zangwill coniando la parola “melting pot”. Il giornale socialista Forvertz (L’avanti) redatto in yiddish e stampato nella Grande Mela era il secondo quotidiano più letto al mondo. Dalle navi cariche di profughi erano scesi artisti, scrittori, musicisti che avrebbero nel corso del tempo dato vita a Hollywood; perché gli esuli non solo trovarono casa in America ma contribuirono in larga parte alla creazione della società. Esempio di questa integrazione in progress sono i Fratelli Marx che nelle pellicole cinematografiche viaggiano da clandestini tra barili di aringhe marinate: Harpo è muto, non parla l’inglese, Cico si esprime in una strana lingua che unisce italiano ad altri idiomi mentre Groucho parla l’inglese meglio dei nativi americani.

Ma New York è anche città durissima, dove l’antisemitismo è in agguato: se ce la fai qui, ce la puoi fare dappertutto dice l’omonima canzone. Forse è per questo che la letteratura che produce è così forte, il romanzo che genera è intenso, per questa lotta continua per la sopravvivenza, per il contatto con la vita e la morte e gli aspetti più crudi dell’esistenza. E mentre i romanzieri scrivono, creano con le loro parole il paese, si iscrivono nella tradizione nascente della Great American novel. Roth stesso dichiarava che l’America era per lui quello che un cuore era per un cardiologo. E il Paese che si forma è fatto dagli ebrei che Roth descrive, che sono americani a tutti gli effetti, anche se discriminati ed esclusi dai club. Sono le seconde generazioni nate nella terra della libertà che si portano dietro il retaggio del vecchio mondo, quella parola, olocausto, che in un bellissimo racconto, La lezione di anatomia, il protagonista raccoglie dalla madre morente, scritta su un bigliettino che poi mette in tasca. Un’eredità silenziosa che non arriva in primo piano ma resta sullo sfondo, memoria, patrimonio che non si può cancellare nonostante lo sradicamento dal  continente Europa. Forse è tutta questa intensità, questa complessità di stratificazioni, che rende i romanzi di Roth e degli altri scrittori ebrei che lo precedono come Malamud e Herzog così americani ma anche così universali. Malessere, vergogna, inadeguatezza, rabbia sono i sentimenti che derivano dall’essere uguali e diversi, integrati e gruppo a sé. Quel voler mettere nel romanzo tutto, anche “le cose brutte”, perché un libro non deve essere imbellettato di preziosismi ma essere credibile, restituire ciò che è verosimile. E Roth sicuramente è stato lo scrittore che più ha scavato nella verità, fino ad essere scomodo, agli ebrei e a i non ebrei. Un autore che non cercava il plauso o la riabilitazione, come ammonisce il suo biografo, ma quello che nessuno vuole vedere. Quella macchia umana, intrisa di miseria, di imbarazzo, di sconcezza – ma che una buona scrittura rivela.

Quindi davanti a questa impresa titanica, la lettura di queste mille pagine, mi aspetto proprio quello che si augurava Roth: che siano interessanti, che siano un’ispirazione. Ecco, spero che la vita di Roth mi risuoni dentro, che mi scuota, mi entusiasmi, mi indigni, mi stupisca, mi commuova. Che mi dia un calcio e spinga avanti la mia nel cammino della consapevolezza.

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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