Cultura
Quattro secoli di identità ebraica in mostra ad Amsterdam

Con “Me, jewish?!” vanno in scena tutti i modi di essere ebrei

Fede, famiglia, cultura, rapporti sociali, tradizioni, studio, storia e memoria, Israele. Che cosa racchiude l’identità ebraica? Alcune o tutte queste cose, forse. A patto di chiarire che il concetto di identità è fittizio e serve più che altro a definire come vogliamo descrivere noi stessi, come desideriamo che gli altri ci vedano. Nulla in sé dunque, ma un modo di vedere e di essere visti. C’è chi include nel pacchetto dell’identità anche lo sguardo rivolto dagli altri a chi non si sente ebreo ma viene reputato tale – e questo non solo nella variante deformante antisemita. E chi ci mette lo sguardo di coloro, e sono molti, che si sentono ebrei senza esserlo secondo la legge della tradizione rabbinica, la halakhà. Una mostra dall titolo Me, jewish?! presso il Museo ebraico di Amsterdam esplora il tema attraverso diari e altri scritti personali di ebrei olandesi dal Seicento a oggi. Chi passa da Amsterdam non se la lasci sfuggire: è aperta fino al 24 settembre.

Si comincia con gli immigrati portoghesi che nel Seicento, spesso braccati dall’Inquisizione, contribuiscono a rendere Amsterdam la città più ricca e dinamica d’Europa. Tra di essi Uriel da Costa, nato in Portogallo in una famiglia di cristianos nuevos che nel 1623 trova rifugio ad Amsterdam dove da Costa, che ha studi filosofici alle spalle, legge la Torà e decide di tornare all’ebraismo. È una storia tipica nell’Olanda del Seicento, dove numerosi marrani e criptogiudei tornano a praticare pubblicamente la religione dei padri costretti con la violenza o per mancanza di alternative alla conversione. Ma il caso di Uriel da Costa è particolare e tragico. La formazione intellettuale su testi diversi da quelli della tradizione ebraica e il senso di non appartenenza lasciano il segno, affiorando nelle critiche agli usi della comunità locale, da cui viene bandito con un cherem. I suoi stessi famigliari rompono ogni rapporto con lui. Dopo quindici anni di isolamento e solitudine decide di accettare l’umiliazione pur di venire riammesso in comunità. Ma la via prescritta è stretta. Viene costretto a ritrattare, frustato 39 volte e, sdraiato sul pavimento, calpestato dai membri del tempio portoghese. Subito dopo scrive in latino un’autobiografia in cui racconta tutto questo, poi si uccide.

Naturalmente non tutte le storie dei marrani hanno esito tanto tragico, e non mancano casi davvero unici. Come quello di Manuel Cardoso de Macedo, nato cattolico in Portogallo e in seguito convertito al calvinismo in Inghilterra. Tornato nella terra di origine, finisce in prigione in quanto apostata, ma nel carcere conosce un ebreo che gli insegna i rudimenti della propria religione. Dopo il rilascio, Cardoso si trasferisce ad Amburgo dove si fa circoncidere e prende il nome di Abraham Pelengrino, cioè pellegrino o viandante come il primo ebreo secondo la storia biblica. Arriva infine ad Amsterdam dove in portoghese racconta la sua vicenda.

La comunità ebraica di Amsterdam non è fatta soltanto da portoghesi. Ci sono gli ebrei di origine tedesca, gli ashkenaziti, che si riuniscono nel proprio tempio collocato proprio di fronte a quello portoghese – una strada in mezzo, due stili agli antipodi anche dal punto di vista architettonico. Il primo ebreo ashkenazita che scrive delle memorie è Abraham Chaim Braatbard a metà Settecento. La sua è una testimonianza dettagliata in lingua yiddish che comprende la cronaca di tutti i principali avvenimenti occorsi in città nel periodo. A guidare la mano del cronista è tuttavia un forte senso della trasmissione di generazione in generazione, di padre in figlio. L’opera di Braatbard termina nel 1752, ma il Settecento è anche il secolo dei lumi, almeno nei ristretti circoli intellettuali entro i quali cominciano ad affacciarsi alcuni ebrei. Nel novero degli illuministi va contato il commerciante di cacao e avvocato Mozes Salomon Asser. Dopo lo scoppio della rivoluzione in Francia nel 1789 Asser si impegna per l’emancipazione degli ebrei olandesi, ottenuta almeno in parte nel 1796. Qualche anno più tardi nella sua autobiografia, la prima di un ebreo in lingua olandese, Asser racconta le difficoltà incontrate con le autorità del paese, restie a concedere pari diritti a una minoranza fino allora tollerata e al contempo tutto sommato mantenuta in isolamento, ma anche quelle trovate all’interno della comunità ebraica, in cui alcune frange tradizionaliste temono di perdere il controllo sui membri.

 

Di fatto, anche se in tempi diversi, l’Ottocento è per gli ebrei europei il secolo della parità, quello in cui diventano cittadini come gli altri, tra gli altri. E anche qui affiorano alcuni percorsi non banali che intersecano il tema dell’identità. Il poeta e storico Isaac da Costa si converte al cristianesimo nel 1822. L’anno prima aveva sposato Hanna Belmonte, cresciuta in una famiglia che già si era convertita. Ma la differenza tra i coniugi non potrebbe essere più netta. Hanna, educata fin da piccola secondo la tradizione protestante, trova nella convinta fede in Gesù un sostegno che le permette di affrontare, tra le altre cose, diciotto gravidanze, nove parti e la morte precoce di tutti i figli tranne tre. Isaac al contrario continua a considerarsi ebreo e si impegna nella sua opera per diffondere la corretta conoscenza della tradizione da cui proviene. Lascia, tra le altre cose, una traduzione ebraica del Nuovo Testamento in fondo a cui annota in latino, come consuetudine in tante famiglie ebraiche, i fatti principali della vita propria e dei figli.

Spesso e tragicamente l’identità viene attribuita dagli altri, lo si voglia o no. La persecuzione da parte della Germania nazista negli anni della Shoah per numerosi ebrei olandesi ed europei assume anche questo significato. C’è la storia di Etty Hillesum , troppo nota perché venga ripresa qui. C’è quella di Ellen Schwartzschild, nata a Colonia, in Germania, e come la famiglia di Anne Frank riparata ad Amsterdam negli anni trenta. Ancora come la più nota Anne, Ellen nel 1940 a dodici anni comincia a tenere un diario in tedesco in cui racconta gli anni delle restrizioni e della vita nascosta fino alla fine della guerra. C’è la vicenda di Adolph Stein, figlio di un giocoliere del circo che per vivere fin da piccolo vende fiori. Da qui il nome con cui è conosciuto in città: Bloemen Mozes, alla lettera “Mozes dei fiori”. Totalmente indifferente all’ebraismo, come racconterà nelle sue memorie, si sposa tre volte con donne sempre rigorosamente non ebree. Ad attaccargli addosso una identità sono i tedeschi dopo l’invasione del paese nel maggio 1940. La terza moglie divorzia per timore di venire anch’essa perseguitata e se ne va con il figlio, Stein vive in povertà e isolamento fino all’arresto. Viene deportato e ucciso ad Auschwitz nel 1944.

Se nel caso di Stein l’identità è una valanga che travolge, ci sono storie in cui diventa un tormento con cui non si smette di fare i conti. Jacob Israël de Haan, giornalista e scrittore cresciuto in una famiglia ortodossa, a vent’anni abbraccia il socialismo. Poco tempo dopo, nel 1904, scrive un romanzo di amore omosessuale. In seguito torna all’ortodossia ebraica, aderendo però al movimento sionista. Non soddisfatto, nel 1919 decide di emigrare in Palestina. La sua figura affascina per l’ambiguità, l’idealismo e la passione non aliena da un pizzico di fanatismo con cui abbraccia le cause più diverse. Dopo l’aliyà, in un momento storico in cui in Europa occidentale il sionismo non è affatto un movimento di massa, dedica versi all’Yishuv e a Gerusalemme. “Eccomi qui, uomo tormentato”, esordisce in una quartina. Infine, poco a poco anche la fede sionista svanisce mentre torna a prendere il sopravvento quella dell’ortodossia, che è tranne poche eccezioni antisionista o almeno asionista. De Haan cessa di credere a un possibile stato ebraico in cui – questa ormai la sua visione – non sarà dato posto ad arabi ed ebrei religiosi. Diventa antisionista militante. Nel 1924 viene assassinato a Gerusalemme da un gruppo armato sionista.

Ci sono anche però storie a lieto fine. La scrittrice Andreas Burnier, pseudonimo di Irma Catharina Dessaur, dopo essere sopravvissuta in giovane età alla Shoah non vuole sapere più nulla dell’ebraismo, identificato come la causa della persecuzione. Burnier diventa nota scrittrice e attivista femminista e omosessuale. Da anziana, nel 1989, decide di immergersi nello studio della tradizione ebraica e cominciare a frequentare una sinagoga. Sceglie l’ebraismo liberal perché non discrimina le donne, che anzi partecipano attivamente e alla pari a tutti gli aspetti della vita comunitaria inclusa la preghiera. Traduce dall’ebraico e non manca di tenere derashot al tempio di Shabbat. “Sono tornata a casa”, racconta nei suoi scritti.

Rendere conto di tutti i profili è impresa impossibile. Fare il rabbino oggi tra modernità e tradizione; affrontare e poi raccontare il proprio ghiur, cioè la propria conversione all’ebraismo; gestire il silenzio dei genitori sulla Shoah; rispondere allo sterminio dell’intera famiglia ad Auschwitz costruendo una nuova grande famiglia in Israele sono alcune delle traiettorie che non abbiamo seguito. Ne abbiamo scelte alcune che evidenziano la complessità del rapporto con l’identità, cioè in fondo con sé stessi, ma anche la diversità e unicità di ogni percorso. L’identità, se è qualcosa, deve essere la somma di tutte le nostre identità. Dei diversi aspetti di cui siamo costituiti, i nostri interessi e dimensioni molteplici. Ma se è così, forse andrebbe declinata al plurale. Non l’identità dunque, ma le identità.

Me, jewish?!, museo ebraico di Amsterdam, fino al 24/09/2023

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

2 Commenti:

    1. Non abbiamo di Spinoza scritti chiaramente definibili come personali. Soprattutto non abbiamo neanche una riga in cui descrive dal suo punto di vista la tristemente nota cacciata dalla comunità portoghese e suoi eventuali rapporti con famigliari o altri ebrei dopo la cacciata. Per questo un suo profilo non è presente in mostra. Forse va aggiunto il fatto che la figura di Spinoza, di altra grandezza nella storia del pensiero europeo rispetto alle pur significative personalità in mostra, merita indubbiamente mostre e occasioni di approfondimento interamente a lui dedicate.


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