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Ruth Dureghello su Pio e Amedeo: “Si può ridere di tutto con il limite del buon senso e della coscienza del valore delle parole”

“Sdoganare l’aggettivo ebreo con il significato di tirchio per esempio, può sembrare rivoluzionario solo agli ignoranti che non conoscono le cose”

Non si spengono le polemiche per il monologo dei comici Pio e Amedeo andata in onda su canale 5 nell’ambito del programma Felicissima Sera. Nello sketch i due comici hanno preso di mira quelli che secondo loro sarebbero gli stereotipi del politically correct citando aggettivi e appellativi riferiti a donne, ebrei, immigrati e omosessuali. “I due comici vorrebbero sdoganare un linguaggio pieno di pregiudizi svelando l’ipocrisia della maggioranza che censura le parole e non si occuperebbe dei fatti. In realtà, le parole sono già fatti. Le parole e il linguaggio sono pietre, che creano cultura, o meglio subcultura, e ripetute all’infinito diventano senso comune”. Questa la posizione espressa da Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.
Di seguito, la reazione della Presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, che ha commentato l’esibizione di Pio e Amedeo sulla sua pagina Facebook: “Solamente al termine dello Shabbat ho avuto modo di visionare il video di Pio e Amedeo in cui si faceva ironia su ebrei, omosessuali e persone di colore. Non so se il termine ironia sia il più corretto, la mia idea è che si possa ridere su tutto, ma con il limite del buon senso e della coscienza del valore delle parole. Nella tradizione ebraica il mondo viene costruito con la parola e attraverso le parole possiamo distruggerlo. Non è vero che il problema sia l’intenzione che si mette, il tema sono le parole per il significato che assumono e per ciò che contribuiscono a creare nell’ambiente in cui viviamo.
Si può scherzare su tutto? Certo, lo hanno fatto comici veri e di livello, consapevoli dell’importanza della parola e degli effetti che ha prodotto nella storia. Sdoganare l’aggettivo ebreo con il significato di tirchio per esempio, può sembrare rivoluzionario solo agli ignoranti che non conoscono le cose. Non conoscono la ragione storica su come nasca un pregiudizio e di come la somma di questi pregiudizi, espressi attraverso le parole, abbia creato le condizioni affinché per esempio nel novecento, milioni di persone volgessero lo sguardo altrove, mentre altri come noi venivano sistematicamente sterminati. Non penso che l’intenzione dei due comici fosse questa, penso semplicemente che abbiano voluto affrontare un tema importante con eccessiva superficialità dicendo che basta ridere in faccia a chi ti insulta.
Non basta perché le parole sono il preludio della violenza, perché per esempio le cronache sono ancora piene di notizie di persone omosessuali insultate e poi aggredite, di chi ha un colore diverso della pelle che è costretto a subire razzismo e intimidazioni. Questa è la difesa della libertà di tutti, non razzismo al contrario o difesa di alcune minoranze. Anche quella di un bambino del sud che si trasferisce al nord e non deve accettare gli insulti contro i meridionali solo perché così lo hanno deciso Pio e Amedeo. È difesa della televisione come strumento didattico che ha funzione sociale e in cui una azienda come Mediaset non dovrebbe permettere che, nella propria rete di punta in prima serata, vengano affrontati temi complessi con ragionamenti da bar.
Chi difende la licenza a insultare non difende la libertà d’espressione, ne limita l’esercizio a chi è vittima della violenza. Questo lo voglio dire anche ai politici che hanno preso posizione, nella speranza che i loro post siano solo iniziative dei loro social media manager. Sono certa che chi ricopre ruoli di rilievo invece che difendere il diritto di affermare la frase “non fare l’ebreo” o a usare i termini “froci e negri” nel linguaggio colloquiale, dovrebbe occuparsi di cose più serie, come per esempio le limitazioni crescenti alle libertà in paesi come Ungheria e Polonia tanto per citare casi di questi giorni. Occupiamo di cose serie, difendendo la libertà d’espressione vera e non il diritto a insultare l’altro che è cosa diversa”.

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