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Cultura
“Zero Gravity”, l’ultimo concentrato di comicità firmato dal pirotecnico Woody Allen

La recensione del libro uscito per La nave di Teseo

Nel parco accanto a casa dove vado a passeggiare mi capita a volte di osservare un gruppo di anziani che fanno ginnastica. Un’istruttrice giovane e paziente fa fare loro stretching, allungamenti e torsioni e loro ce la mettono tutta, con buona volontà. Ma a un certo punto un vecchietto smilzo e occhialuto fa qualche passo avanti, prende lo slancio ed esegue un perfetto salto mortale all’indietro, una doppia piroetta nell’aria. Quando riatterra fa un sorrisetto sghembo, si riaggiusta le lenti sul naso e continua ad allenarsi. Questa è l’immagine, il film che mi è passato davanti agli occhi leggendo l’ultimo libro di Woody Allen, Zero gravity, uscito da qualche settimana per la Nave di Teseo e tradotto brillantemente da Alberto Pezzotta. E’ incredibile che a ottantasette anni suonati Allen non perda un colpo, riesca ancora a fare ridere, e molto, con una girandola pirotecnica di battute che fanno sbellicare: a volte dovevo interrompermi per paura che mi venisse un infarto o cadessi dal letto. La raccolta comprende racconti usciti in varie epoche e pubblicati sul New York Times o in altre riviste illustri ma anche pezzi scritti per l’occasione, più recenti.

Ci sono comici che tracciano una parabola nella loro carriera, raggiungendo il massimo per poi spegnersi, a volte in modo tragico o malinconico, per puro esaurimento creativo. Non è il caso del nostro autore, che ha ancora la verve di quando ha iniziato come dialoghista per pochi dollari (è anche vero che solo dopo due anni ne guadagnava già cinquemila, un genio). L’umorismo ricorda quello dei celebri monologhi per la radio come l’indimenticabile The Moose, dove immagina di sparare a un’alce e per non incorrere nella multa decide di imbucarsi a una festa mascherata – ovviamente di amici ebrei – dove finirà per scambiare per sbaglio l’animale cacciato con Berkowitz, travestito a sua volta da alce, che viene caricato sul tetto della macchina e poi abbandonato nel bosco. Dei cacciatori gli sparano, lo impagliano e lo esibiscono nel loro circolo privato. E qui viene la battuta fulminante: sono loro a prendere la fregatura perché così facendo  è la prima volta che permettono a un ebreo di varcare la soglia del Golf club!.

Una comicità leggera nelle acrobazie ma anche densa di satira e attenta a smascherare cliché e vizi della borghesia o del mondo del cinema, fatuo e vanesio, come nel racconto in cui viene proposto a un alter ego di Allen di girare la scena di un film nel suo lussuoso appartamento di Manhattan con la lusinga di una parte speciale per lui (ovviamente sarà il cadavere e non dovrà dire neanche una battuta). Sfilano i volti di tipi che ricordano la Brooklyn della giovinezza, coni nomi chiaramente ebraici e strampalati,  le battute in yiddish, i calembours, lo humour surreale e kafkiano, come quando il protagonista di una storia si ritrova reincarnato in un’aragosta e finisce nell’acquario di un ristorante con il rischio di essere divorato da un tizio arrogante ed esoso che l’ha tormentato tutta la vita. Macchine pensanti che disquisiscono di Hegel e Novalis e decidono chi investire, cavalli che dipingono quadri che vanno a ruba, relazioni d’amore sfortunate dove si riaffaccia il personaggio che lo ha portato al successo, lo schlemiel a cui non ne va bene una, nonostante le lunghe sedute di terapia. Quel personaggio grazie al quale Allen ha saputo rendere forti le sue debolezze e auto rappresentarsi, a volte in modo quasi psicoanalitico e senza pelle, come nel capolavoro Harry a pezzi che occhieggia allo stile di Philip Roth.

Ma il segreto della sua longevità, quel triplo salto mortale che riesce ancora a fare adesso, forse deriva proprio dal fatto che non ha mai smesso di fare ginnastica, di allenarsi, a volte rischiando flop e cadute, e subito dopo producendo capolavori come Match Point, uno dei suoi film più riusciti, dai toni decisamente drammatici, per la voglia di essere lui stesso il primo a stupirsi della sua versatilità. La sua produzione è infinita, in divenire: anche ora  sta pensando al nuovo film. Sicuramente la scrittura è un modo per tenere a bada i demoni e la paura della fine, una paura di cui non ha mai fatto  segreto, come spiega nella autobiografia A proposito di niente. Ma non tutti sanno mettersi ancora in gioco a ottantasette anni, a rischiare, non tutti continuano a sperimentare, a cadere e rialzarsi. Non tutti sanno fare il salto mortale all’indietro: a noi più modestamente scricchiolano le giunture e non riusciamo a toccarci le punte dei piedi. La morale che se ne trae è di continuare l’allenamento creativo, di non sedersi e di non mollare, per ritardare l’arrivo della morte, per sorprenderla e spiazzarla con una piroetta in aria. In fondo in una commedia ci giocava a scacchi, citando il Settimo sigillo di Bergman. E anche in questo libro, si ha la sensazione che continui un dialogo muto di sfida e di gioco seduttivo con la grande mietitrice di anime, consapevole che sarà lei ad avere l’ultima battuta. Ma anche prendendo tempo con uno spettacolo esilarante di numeri da circo, di trucchi di magia dove le parole compaiono e scompaiono, si trasformano e si susseguono veloci. Allen dirige, interpreta e si inchina, grande funambolo che cammina spedito sul filo della precarietà dell’esistenza.

Woody Allen, Zero gravity, La Nave di Teseo traduzione di Alberto Pezzotta

Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

1 Commento:

  1. È un pezzo eccellente, scritto con brio e intelligenza. La comicità “forever young” di Woody è ben condensata nell’ immagine del vecchietto dal sorriso sghembo che con una doppia piroetta compie un perfetto salto mortale. Complimenti


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