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Storie ebraiche a Fès

Tra le stradine della città marocchina, il viaggio comincia nel IX secolo

La visita a Fès offre l’esperienza impagabile di viaggiare indietro nei secoli, ma quella al suo cimitero ebraico porta molto più in là. La distesa di tombe bianche delimitata solo dagli aranceti sul fondo e dall’azzurro del cielo in alto ha qualcosa di ultraterreno, difficile da dimenticare. Così, per conoscere la più antica e blasonata delle città imperiali del Marocco, può essere una buona idea partire proprio da qui, dal silenzio e dal candore accecante di un luogo in cui il tempo sembra essersi cristallizzato. Non importa come ci si sia giunti, se condotti da una delle tante faux guide, uomini, ragazzi o perfino bambini che ovunque in città cercano di racimolare qualche dirham portando in giro i turisti, o in solitaria, guida alla mano e un po’ di sana fiducia nella buona sorte.

Il cimitero ebraico

Varcata la porta dell’antico cimitero, ogni rumore anche interiore sembra per incanto annullato, e aggirarsi rispettosamente tra le tombe imbiancate a calce vale quanto una preghiera. Nonostante la sua fondazione risalga al XIX secolo, qui tutto è fermo a un tempo ben più remoto, dove l’uniformità delle sepolture crea un mare di pietra dove quasi non si distinguono le tombe più importanti. Che, comunque, non è difficile individuare, anche perché sono le uniche recintate. La sepoltura di epoca relativamente più recente, tra quelle segnalate da ogni guida, risale al 1834. Si tratta di quella di una bellissima fanciulla di appena 16 anni, Lalla Solica, uccisa, si racconta, per non avere ceduto alle avance del governatore di Tangeri e non aver voluto convertirsi all’islamismo.

Questa storiaccia non deve però far credere che i rapporti tra ebrei e musulmani siano sempre stati così drammaticamente tesi. Anche se purtroppo anche qui non sono mancate le persecuzioni da parte di autorità e popolazione, gli ebrei in Marocco, e a Fès in particolare, fin dal loro arrivo nel VIII secolo hanno goduto di lunghi periodi di pace e di proficua collaborazione, al punto che per i vecchi marocchini questa è la città non solo dalle più nobili origini del paese, ma anche quella più ebraica. Tale orgoglio sopravvivrebbe ancora tra i vecchi abitanti, fieri che cognomi patronimici come ben-Choukroun o ben-Soussan, condivisi da musulmani ed ebrei, indichino una fonte ebraica. Ben, infatti, viene letto come una parola ebraica che significa “figlio di” contrapposto alla variante araba ibn.
Fin dai tempi di Idris II, al cui padre Idris I, fondatore della prima dinastia imperiale in Marocco si deve nel 789 il primo progetto di una grandiosa città nel punto in cui oggi si trova Fès, si hanno notizie di una comunità ebraica nel quartiere conosciuto come Foundouk el-Yihoudi ossia, appunto, “albergo/magazzino dell’ebreo”, nella zona a nord-est della città. Da queste parti, appena fuori dalle porte di Bab Guissa, pare che ai tempi si trovasse anche l’originario cimitero ebraico. Per quanto gli ebrei fossero tenuti a pagare una tassa discriminatoria, la jizla, alle autorità islamiche, pare che la comunità intorno all’anno Mille non se la passasse male. Anzi, in quella che era stata la sede del primo ateneo del mondo, l’Università al-Qarawiyyin, fondata nell’859, la stessa cultura giudaica aveva qui alcuni dei suoi principali rappresentanti, che non mancarono di ingigantire la reputazione di Fès presso lo stesso mondo arabo. Si va da Dunash ben Labrat, poeta e grammatico attivo tra il Marocco e la Spagna della seconda metà del X secolo, nato a Fès e considerato il fondatore della poesia ebraica andalusa, al linguista e rabbino Judah ben David Hayyuj e il giurista Isaac Alfasi, autore della prima raccolta sistematica di Talmud. Lo stesso filosofo, rabbino, medico, talmudista e giurista spagnolo Moses Maimonide, uno dei pensatori più importanti di tutta la storia dell’ebraismo, visse in città diversi anni, dal 1156 al 1165. In fuga dalle persecuzioni del dominio almohade, la sua famiglia fu costretta a lasciare Cordoba per trasferirsi nella città di Fès, a sua volta sotto il dominio almohade, ma in un primo tempo meglio disposta ad ospitarla, seppure sotto mentite spoglie islamiche. La sua residenza pare si trovasse nel punto dove poi nel 1356 sarebbe stato costruito il palazzo Dar al-Magana, letteralmente “casa dell’orologio”, sede di una clessidra ad acqua che regolava le ore delle preghiere islamiche, nel cuore della Medina.

Tornando all’epoca appena successiva al suo primo insediamento, nel IX secolo, pare che la comunità ebraica godesse di una alta considerazione in città, sia da parte dei governanti, che sfruttavano non solo le elevatissime tasse pagate annualmente, ma anche le sue capacità nei commerci oltre che per la maestria nell’artigianato, soprattutto nella lavorazione dei metalli. A testimonianza del rispetto in cui erano tenuti gli ebrei, si tramanda una leggenda secondo la quale un sovrano dell’epoca si fosse infatuato di una giovane donna ebrea e che, per poterla vedere, si fosse introdotto furtivamente in un bagno pubblico del quartiere ebraico. Pur essendo la persona più importante del regno, il suo comportamento fu ritenuto altamente offensivo e causò, si dice, una violenta rivolta in tutta la città. L’epoca d’oro di Fès sarebbe terminata nel XII secolo, con le invasioni e le persecuzioni degli Almoravidi e degli Almohadi da cui, come si è visto, lo stesso Maimonide era prima fuggito da Cordoba e poi dalla stessa Fès, per emigrare con la famiglia in Egitto.

L’alternanza di periodi di benessere con altri di persecuzione è perfettamente rappresentata dalla creazione del mellah, il quartiere ebraico che ancora oggi si può visitare nel cuore della cosiddetta Nuova Fès. Così chiamata perché creata nel 1276 come estensione della Città Vecchia dal sultano Merinide Abu Joussef Yacoub, il quale pare fosse ossessionato dalla paura che i sudditi gli si rivoltassero contro, questa zona è tuttora occupata per metà dal Palazzo Reale. In parte dell’altra metà, sul lato meridionale, protetti dalle truppe del sovrano, nei secoli successivi si sarebbero rifugiati gli ebrei in quello che per certi versi può essere paragonato a un ghetto.
Oggi usata per indicare il quartiere ebraico in tutto il Marocco, la parola mellah condivide però solo in parte le caratteristiche del ghetto europeo, per quanto abbia come questo le sue brave mura e porte fortificate per accedervi. In realtà, gli storici non sono concordi né sulla data precisa della sua istituzione e occupazione, convenzionalmente fissata al 1438, né sui reali motivi della sua creazione. In bilico tra la segregazione e la protezione, questo quartiere avrebbe da una parte accolto gli ebrei bisognosi di mettersi al riparo da episodi di violenza nella città vecchia, dall’altro vi avrebbe ospitato gli artigiani e commercianti le cui abilità risultavano utili al sovrano, loro vicino di casa. Anche lo stesso nome di mellah, che poi sarebbe diventato sinonimo di quartiere ebraico, ha origini incerte. Letteralmente, significa sale, ma a che cosa si riferisca nello specifico non è noto. Secondo alcuni trarrebbe origine dalla presenza nella zona di una fonte di acqua salata, secondo altri da quella di un magazzino del sale. Secondo altre teorie, più legate alla presenza ebraica, il sale sarebbe stato uno dei commerci di spicco in mano agli ebrei, mentre in seguito si sarebbe passati a una valenza negativa, come “terra salata, maledetta” o come luogo in cui gli ebrei dovevano salare le teste dei ribelli decapitati prima della loro esposizione pubblica.

Di sicuro, risale a pochi decenni dopo l’istituzione del mellah il pogrom più sanguinoso della storia del Marocco, il 14 maggio del 1465. Nato come protesta alla nomina dell’ebreo Aaron ben Batash alla carica di visir, portò i ribelli impegnati a cacciare i Merinidi ad accanirsi contro gli ebrei, uccidendone migliaia. Di lì a trent’anni la comunità avrebbe conosciuto una nuova rivoluzione, con l’arrivo degli esuli cacciati dalla Spagna che, installandosi a loro volta nel mellah, ne fecero letteralmente rinascere la popolazione locale al punto che fonti storiche di metà Cinquecento parlano di ben 4.000 abitanti nel quartiere. Se da una parte l’arrivo dei Sefarditi restituì importanza alla comunità, con la fondazione, tra l’altro, di alcune importanti Yeshivot, guidate da studiosi tra cui Nachman B. Sunbal, Samuel Chagiz, Judah Uzziel e Saul Serrero (nei secoli XVI e XVII), Judah e Chayyim Ibn Atar e Samuel Sarfaty (nel XVIII secolo), dall’altra diede origine anche a opposizioni con gli ebrei locali, con alcune sinagoghe che mantennero il culto non sefardita e altre che si adattarono invece ai nuovi arrivati.

Oggi delle tante sinagoghe presenti tra il Cinque e il Settecento è rimasto ben poco, come del resto della stessa popolazione ebraica, che nel 1947 contava ancora oltre 22mila anime e che oggi è ridotta, si stima, a poco più di un centinaio di persone. La prima grande devastazione dell’età moderna sarebbe avvenuta nel 1790, quando il sultano Moulay Yazid, oltre a distruggere i luoghi di preghiera, ordinò il saccheggio della comunità ed espulse i suoi abitanti. Dopo un periodo di rinascita durato oltre un secolo, la fondazione del Protettorato francese nel 1912 avrebbe dato un nuovo colpo alla comunità, che ai tempi contava 12mila appartenenti. La folla in rivolta attaccò il quartiere ebraico saccheggiando e incendiando le proprietà e portando alla morte 60 persone. A partire dal 1925 la maggior parte degli ebrei si stabilì nella Città Nuova, lasciando nel mellah solo la parte più povera della popolazione.
Nei decenni successivi la comunità di Fès avrebbe toccato i suoi numeri più alti, per poi scendere precipitosamente tra gli anni ’50 e ’60, a causa delle migrazioni, per gran parte forzate, perlopiù verso il neonato stato di Israele, seguito dalla Francia e dal Canada.

Del grande esodo degli ebrei marocchini, che spesso furono costretti a partire lasciando nel luogo in cui erano nati i segni di tutta la propria storia personale e familiare, si può avere una commovente testimonianza nel piccolo museo posto all’interno del cimitero ebraico. Ospitata nella sinagoga Habarim, uno dei tre ex luoghi di preghiera ancora oggi visitabili, l’esposizione non rispetta nessun canone classico museale, ma non per questo è meno coinvolgente. Anzi. Dai quaderni di scuola agli abiti, dagli oggetti di casa a quelli sacri, dai libri ai registri, ogni sua stanza accoglie spezzoni di vite interrotte che richiederebbero una vita intera per essere conosciute fino in fondo. Al turista resta la possibilità di consultare gli antichi archivi, andando alla ricerca di eventuali nomi noti e appartenenti magari alla sua stessa famiglia.

La sinagoga Ibn Danan

Fuori dal museo, restando nel mellah, la vecchia Fès ebraica si mostra istituzionalmente nelle altre due sinagoghe restaurate dall’UNESCO, la Ibn Danan, fatta costruire da un ricco mercante nel XVII secolo e tuttora tra le più grandi del Nord Africa, e la Slat al-Fassiyin, considerata la più antica del mellah e risalente al periodo merinide. In entrambe l’impiego di legno intagliato e di piastrelline colorate secondo lo stile locale è testimonianza della reciprocità di influenze tra il mondo arabo ed ebraico dell’epoca, oltre che prova della raffinatezza raggiunta da artigiani, intagliatori, ceramisti e incisori.

Le case del mellah

Usciti dai luoghi di preghiera, per quanto non ci siano quasi più ebrei nel loro antico quartiere, non si può trascurare il segno indelebile lasciato dalla comunità nella sua architettura. Se le strade strette, le fontane pubbliche e i negozietti sono gli stessi tipici marocchini, altre caratteristiche ne determinano la specificità ebraica. La via principale, Derb al-Souq, è fiancheggiata da edifici eccezionalmente alti, con facciate riccamente intagliate e decorate. Le finestre, schermate con grate metalliche finemente lavorate, sono particolarmente lunghe e sottili e presentano balconi che le differenziano nettamente dalle classiche case arabe. Indicativamente, il quartiere è diviso in una parte alta, il mellah superiore, che si sviluppa attorno a Derb al-Fouqi, via che si dirama da Derb al-Souq dentro Bab el-Mellah, l’ingresso storico del mellah, e il mellah inferiore, al sud della strada principale. Mentre la sezione settentrionale era perlopiù residenziale, con case anche lussuose come quella di Ben Simhon e occupata dai rappresentanti più ricchi della comunità, in massima parte di origine sefardita, la parte meridionale era più povera e popolosa, oltre che di origini più antiche. È qui che si trovano le due sinagoghe citate e i muri perimetrali dei cimitero, posto nell’angolo sud occidentale del mellah.

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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