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“Il senso di Hitler”, ovvero il vuoto pneumatico di ieri e di oggi in un film-inchiesta

La pellicola, nelle sale italiane dal 27 gennaio, analizza linguaggi e parole d’ordine di un passato terribile. Che rivive nei meandri mentali ed emotivi dei nostalgici di oggi

Il senso di Hitler è il racconto di un vuoto pneumatico che si riempie d’aria, come quel proverbiale rospo che arriva infine ad esplodere. Il senso di Hitler è la nullificazione dei significati: uno zero assoluto che non riesce neanche a fingersi una contro-moralità, decantando e rivendicando semmai la non essenzialità, per i fidelizzati, di dotarsi di un qualche apparato etico. Il senso di Hitler è anche il riscontro che ciò che “fa senso”, ossia provoca in tanti disgusto e repulsione, può per altri costituire invece l’autentico e verace motivo della loro immediata identificazione.

Il senso di Hitler, il film diretto da Petra Epperlein e Michael Tucker, nelle sale italiane a partire dal 27 gennaio, è un’indagine alternativa sull’influenza che Adolf Hitler continua ad esercitare sulla società realizzata attraverso immagini dell’epoca nazista e documenti storici che si accompagnano ad un’analisi del fenomeno sui media ed i social network contemporanei.

Nel passato così come oggi. Scriveva Susan Sontag, in un memorabile articolo contro la regista tedesca Leni Riefenstahl, vestale di Hitler, che «secondo una convinzione molto diffusa il nazional-socialismo significa solo brutalità e terrore. Il nazionalsocialismo – più in generale, il fascismo – significa un ideale, o piuttosto degli ideali che resistono ancora oggi sotto bandiere diverse: l’ideale della vita come arte, il culto della bellezza, il feticismo del coraggio, l’annullamento dell’alienazione in estatici sentimenti di comunanza; il rifiuto dell’intelletto …». A ben guardare, tutti elementi che, nella loro persistenza, esercitano sui contemporanei una forza di attrazione pressoché immutata. Non esiste nulla di più attraente del vuoto rivestito di un involucro suadente. Non a caso, il senso di Hitler sta nella strada verso la morte, quella altrui ma anche propria, non sapendo come vivere una vita troppo ingombrante dinanzi all’incapacità di infarcirla di significati che non siano tragiche pagliacciate. Di clown tristi, che si pensano statisti, e che trascinano con sé gli allocchi, è peraltro cosparsa la storia dell’umanità

Esiste un fascismo storico, tale in quanto fenomeno politico definito, storicamente circoscritto, quindi consegnato al passato del nostro Paese come dell’Europa. Sussiste poi, e se ne hanno manifestazioni pressoché quotidiane, un fermento neofascista, depositario, nelle sue componenti organizzative e nei suoi postulati ideologici, dell’apologia per i trascorsi così come – soprattutto – di una terribile intenzione, ovvero quella di ripetere, ovvero di veder ripetuto, quel che già è successo. Tra nostalgismo canagliesco, sospeso tra inganni e autoinganni, e intolleranza assoluta verso il pluralismo democratic

Ma c’è un altro fascismo, assai meno identificabile, ed anche per questo ben più pervicace e suadente, che si rinnova costantemente all’interno delle nostre società, ancorché queste sono – o siano – pervenute, e da tempo, nelle forme e nei contenuti, ad una pratica democratica. Pratica che dovrebbe informare di sé ogni aspetto della nostra quotidianità, non solo quindi di quella politica, e che dovrebbe quindi garantirci da rischi di una ricaduta nel buco nero dell’oppressione e dell’intolleranza. Quando invece così non è; perlomeno, non sempre può essere. Già in anni oramai a noi lontani Pier Paolo Pasolini parlava di un «fascismo quotidiano» che avrebbe continuato a permeare, a suo dire, lo spirito e il corpo di una nazione, l’Italia, così come di un continente, l’Europa, che dopo la guerra di Liberazione apparentemente sembravano vaccinati dal rischio di ricadute mentre invece covavano i germi di una nuova regressione.

Nell’affermare ciò lo scrittore non si riferiva tanto alla persistenza di nicchie politiche ispirate ad una spcifica dottrina politica quanto ad una somma di atteggiamenti, di disposizioni d’animo, di condotte apparentemente insignificanti, che nel loro ripetersi e rinnovarsi costantemente denotavano la persistenza di una vocazione intimamente fascista. Poiché, ed era questa la sua grande intuizione che noi ci sentiamo di recuperare in toto, il fascismo non è solo e tanto una filosofia politica della reazione la quale si traduce, quando può, in regime istituzionale, quanto un’antropologia profonda, propria all’uomo contemporaneo, che, con andamenti carsici, riemerge nei suoi momenti di crisi o di difficoltà. Riproponendosi quindi come soluzione globale e radicale ai diversi aspetti problematici della modernità.

Per fare ciò identifica, raccoglie, seleziona e manipola miti e riti, simboli e immagini che nulla hanno perso della loro aderenza al racconto del disagio del tempo corrente – nel loro costituire un autentico catalogo di modernariato –  poiché innervati nelle fantasie e nell’immaginario dei contemporanei. Ciò che chiamiamo con il nome di fascismo è allora anche quella capacità di dare risposta alle paure, altrimenti dilaganti, attraverso un percorso che si svolge in assoluta retromarcia, alla ricerca di un passato mitologico nel quale riposerebbe l’armonia perduta dall’uomo contemporaneo.  In ragione di ciò, e per molto altro ancora, il fascismo non è quindi solo un residuo del passato storico bensì una potenziale tentazione dinanzi ai dilemmi dei tempi a venire. Il senso di Hitler sta quindi nell’autobiografia di un fallito che si riscatta socialmente, assurgendo a livellatore della società medesima, i cui parametri collettivi vengono riportati al puro istinto prevaricatore.

Per approvvigionarsi politicamente ed offrirsi in quanto opzione praticabile socialmente, l’ideologia della nullificazione non necessita di inventare alcunché. Semmai si pone come criterio di ordinamento delle diverse e sparse percezioni e, soprattutto, dei risentimenti che agitano le menti e le pance di quanti vivono il rapporto con la loro realtà nei termini di un’angosciata reciprocità con i propri pari, temendo per il declassamento della loro esistenza e nutrendo, verso il futuro, il timore che si ha dinanzi ad una minaccia incombente. Il terreno di coltura dell’eversione reazionaria è la paura, ovvero lo stato di permanente disagio emotivo che ingenera, in non pochi nostri contemporanei, il doversi obbligatoriamente confrontare con un mondo che non si capisce se non attraverso la mediazione di categorie, mentali e culturali, estremamente semplicistiche e, proprio in quanto tali, rassicuranti: chi non è con me è contro di me; l’«altro» da me è solo un pericolo e non un’opportunità; la sicurezza mia e dei miei cari può essere garantita esclusivamente dall’uso della violenza prevaricante, tanto più legittima se istituzionalizzata; l’«uomo forte» è la panacea di ogni male; la diversità è disordine; la mediazione è solo un’inutile perdita di tempo e così via.

Temi vecchi e però rinnovabili. Temi che affermano che alla progressione dei tempi e all’incertezza che essa può ingenerare si risponde con una regressione infinita, millantata come recupero di una genuinità e una sincerità che l’evoluzione delle cose avrebbe invece corrotto. Alla ricerca di quel Sacro Graal che sarebbe l’adamitica verginità morale dell’uomo, infranta dalla storia e dall’azione della molteplicità delle forze che la compongono. Poiché per il fascismo le diversità sono sempre indice di pericolosissima confusione, non di opportunità. L’ossessione per il sempre identico, il bisogno di piallare le differenze, nel nome di una falsa omogeneità che è invece solo la copertura ideologica delle effettive disparità di opportunità e di qualità nell’esistenza, sono tra gli architravi per regimi che dell’annichilimento altrui hanno fatto la propria ragion d’essere. Il senso di Hitler è di dare un corpo e un volto, i propri, a tutto ciò. Nell’infinità banalità dei suoi tratti si rispecchia l’indefinito bisogno dei tanti di mascherarsi dietro a figure che li deresponsabilizzino.

A tali temi, non di rado, si sommano categorie estetiche e comportamentali comunemente diffuse, spesso fatte proprie, a tutt’oggi, dalla comunicazione di massa, così come dal pensiero di senso comune, e proprio per questo seducenti: tra di esse, forza, potenza, linearità e geometricità. In apparenza si tratta di prodotti neutri di una cultura dei tempi nostri; in realtà quel che conta è che nell’ideologia fascista se ne faccia un uso particolare o, se si preferisce, una destinazione d’uso specifica che funge a supporto e legittimazione della concezione che essa esprime dei rapporti sociali, declinati secondo la più assoluta asimmetria dei ruoli e la brutale cristallizzazione dei poteri. Nulla conta, in tal genere di procedimenti mentali, la verifica con lo stato di realtà delle cose. Anzi, essa può risultare oltremodo nociva. Poiché non è del riscontro e del conforto dei fatti che va alla ricerca chi si associa a tali costrutti, bensì della reiterazione della rigida forma mentale nella quale rivendica di riconoscersi. Da essa trae giovamento e convincimento per la prosecuzione del suo operato che è, per l’appunto, quello di semplificare seccamente la realtà riconducendola a poche sferzanti banalizzazioni. Il fideismo opera così. Il senso di Hitler ne è allora la glorificazione.

Nel fascismo la storia umana viene sospesa e sostituita da un campo mitologico che interagisce con i fatti, subordinando i secondi al primo. Il fascismo, per parafrasare Jean Genet, è teatro, rappresentazione mistificatoria, macchina dell’affabulazione e del sovvertimento logico. E se i fatti non corrispondono alle aspettative, tanto peggio per i fatti stessi. Si è quindi nel campo dell’autentico pregiudizio che si fa materia vivente e dominante, sostituendosi all’esercizio del giudizio. D’altro canto, cosa sono i regimi totalitari, almeno sul piano civile, se non ciò? Cosa sono se non una formidabile struttura di enfatizzazione e ripetizione di demenziali luoghi comuni, consolidati e come tali condivisi ciecamente? Cosa sono se non uno strumento di legittimazione della paura, per l’appunto, e del corollario di vincoli, censure, autolimitazioni, interdizioni che rendono la vita privata (e dei privati) completamente soggiogata ad un potere pubblico che è, o si vorrebbe, per l’appunto capace di essere totale e totalizzante?

Affinché ciò avvenga è indispensabile che il singolo si senta integralmente deprivato del diritto di avere diritti. Ovverosia, che ritenga di non valere alcunché da solo ma di reputarsi riconosciuto e protetto solo nella misura di una sua completa subordinazione ad un potere che si manifesta come onnisciente e onnipotente. Come tale, non solo che riesce a vedere ma anche, e soprattutto, a prevedere a e a provvedere alle occorrenze elementari, ai bisogni primari di un essere che altrimenti si vive come senza speranza. Tuttavia chiedendogli, come contropartita, l’assoggettamento totale, fino al dono della sua propria vita laddove ciò dovesse risultare d’utilità per la classe dirigente stessa. I cui interessi particolari vengono presentati come invece generali. In questa proiezione e sussunzione del singolo nella comunità organica, quella fatta dal «popolo che crede», vi è l’adesione del primo ad una sorta di concezione magico-infantile della seconda. Che si presenta non come il prodotto di una sommatoria di volontà consapevoli, e quindi dato storico, bensì in quanto risultante di una vocazione il cui fondamento e la cui legittimazione si basano sul richiamo ad una non meglio definita «tradizione ancestrale», che sarebbe immutabile e invariata.

Tutta la storia dell’Europa, a fare dalla Rivoluzione francese, è la narrazione dello sforzo di milioni di donne e di uomini per rendersi liberi. E la libertà è soprattutto emancipazione, superamento della condizione di sudditanza dal bisogno, sia materiale che psicologico. Perché ciò si realizzi necessita che si faccia a meno anche delle proprie illusioni. Non è cosa facile, in quanto ciò richiede individui temprati allo sforzo della ragione e della mediazione, della temperanza ma anche della passione generata dal conflitto. Soprattutto, invita ognuno di noi a farsi, in associazione con i propri pari, gestore del presente e costruttore del proprio e altrui futuro, in condizioni di parità e reciprocità. Speranza, progettualità e fiducia sono i vincoli positivi di una comunità di cittadini. Il fascismo alimenta, invece, la dipendenza dall’angoscia, nutrendosi d’essa. Poiché nella sua intima ossatura è pratica della dipendenza e affinché ciò si produca e si rinnovi deve avere a che fare con donne e uomini asserviti al timore. Non importa quale: basta che sia tale da sovrastare e inglobare ogni prospettiva di vita deviandola verso un esito eterodiretto, quello della volenterosa subordinazione ad un’istanza politica superiore che fa per sempre subalterni gli uomini, “liberandoli” così dall’ansia di emanciparsi.

Nel mettere in opera questo meccanismo – il governo dell’angoscia sociale attraverso la secca riduzione delle sfere di libertà e l’assoggettamento ad una comunità politica che esercita la funzione della provvidenza (economica e ideologica) – il fascismo-regime ma anche e soprattutto il nazismo, hanno quindi fatto frequente ricorso all’uso spregiudicato di quell’emergenzialismo, inteso come costante mobilitazione della società verso spasmodici obiettivi, a partire dalla guerra stessa, che è il tratto più marcato della proposta politica che li ha storicamente connotati.

In questa congerie di elementi, dove sta il fascino del quale abbiamo fatto menzione in esordio? In cosa consiste e in quale misura si coniuga con l’agire fascista? E come lo connota? Se la premessa è che il vecchio si presenta con i caratteri della novità, la seduzione dell’apparentemente inedito si presenta allora manifestando i tratti di una presunta fedeltà all’arcaico. Affascina la ripetizione, la maniacale aderenza a procedure rituali e a identificazioni totemiche, la compulsione che sta dietro alla liturgia della politica ridotta a fenomeno liturgico di massa. Una “liturgia” senza teologia, priva di un racconto di sé, come anche senza respiro. Occorre capire, quindi, i tratti e i caratteri di quelle persistenze, ovvero di quel novero di elementi che caratterizzano il fascismo come fenomeno subculturale – quindi nella sua ideologia della modernità – e che lo fanno non solo e non tanto idea, quanto stile di comportamento e di condotta adottabile all’occorrenza da comunità distinte in epoche diverse. Necessita ragionare sulle continuità che il fenomeno in sé presenta, soprattutto nei meandri mentali e emotivi di società che si vorrebbero civili e culturalmente solide ma che rivelano, spesso, la loro intrinseca fragilità.

Non si tema, procedendo in questo modo, di perdere di vista i con[1]notati politici ed economici che pur ne sono un fondamentale nerbo. Non viene meno, usando questa strategia interpretativa, la consapevolezza che i fascismi storici sono anche espressione, concertata, di interessi di parte e manifestazione, strutturale, della decadenza di un certo tipo di élite, alle quali ne subentrano altre. Piuttosto si arricchisce il quadro con ulteriori elementi di riflessione. Poiché c’è una cosa che ci deve essere chiara, ovvero che linguaggi e moventi di quel terribile passato sono presenti, più che mai, nel nostro presente, sia pure in forma molecolarizzata. Ma se le molecole si combinano tra di loro, disponendosi secondo un disegno che già ci è noto, nulla vieta che tutto scivoli, quanto meno potenzialmente, verso qualcosa di già visto. Il senso di Hitler sta allora in una tale consapevolezza, che la sua triste opacità vorrebbe invece nasconderci, dietro un velo di nebbie dove le cose, e le persone, si fanno indistinte.

Il senso di Hitler, di Petra Epperlein, Michael Tucker,  sarà al cinema il 27 gennaio distribuito da Wanted

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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