Cultura
Radicali e di destra, ma senza radici: costanti e mutamenti di un’area poltica estrema – Parte 1

L’elemento fondamentale ed unificante nel discorso delle destre radicali è la riduzione della politica a cosa “sporca” e della mediazione tra interessi contrapposti a qualcosa di intollerabile…

La presenza di movimenti come CasaPound e di partiti quali Forza Nuova, di gruppi che si rivolgono ai giovani, operando nelle scuole, come Blocco studentesco e Lealtà Azione, di vecchie aggregazioni come il Veneto Fronte Skinheads, insieme all’ampio pulviscolo di piccole organizzazione presenti sull’intero territorio nazionale, come anche in Europa, impone di tornare ad interrogarsi sull’identità e le matrici dell’area che si richiama alla destra radicale, contemplando in essa sia i gruppi dichiaratamente neofascisti sia quelli che, a vario titolo, pur non riconoscendosi direttamente nel lascito mussoliniano, sono tuttavia prossimi a temi, sensibilità e condotte che rinviano alla destra non liberale. Qual è quindi il nucleo storico e ideologico delle destre radicali, al presente? Un primo nucleo fondante del loro pensiero rimangono i fenomeni controrivoluzionari, dal 1789 in poi. Si tratta di una cornice che in più di duecento anni non è mai venuta meno. Un secondo dato è quello legato alle incerte democrazie presenti nell’Est europeo, dove la transizione dai regimi autoritari, monocratici e liberticidi di «socialismo reale» a qualcosa d’altro di non troppo ben definito, non ha mantenuto le premesse e le promesse che in qualche misura si erano in un primo momento manifestate. Il 1989 è lontano, ed i ritorni sono estremamente problematici, tanto più in un’area geopolitica ampia, da nord a sud e da est ad ovest, dove gli elementi di autoritarismo, le cosiddette «democrature», tra un Putin, un Orbán, la Polonia di  Mateusz Morawiecki e  Jarosław Aleksander Kaczyński, la Slovacchia di Igor Matovič e più a meridione, un Erdogan, vanno rafforzandosi come modello di gestione globale delle società.

Un terzo fattore importante, che è al medesimo tempo un elemento ideologico, culturale ma anche antropologico, è il fatto che se si ragiona in termini continentali europei persiste il modello dell’unificazione razziale nazista, quello che in termini, anche molto propagandistici, veniva chiamato il «Nuovo Ordine Europeo». La Germania nazista era infatti portatrice non soltanto di un’idea di superiorità assoluta della propria identità razziale ma anche di un ambizioso progetto di riorganizzazione socio-demografica nell’Europa. A quel progetto aderirono non pochi europei. Parteciparono anche gli italiani, almeno una parte d’essi, in particolar modo coloro che militavano nella Repubblica sociale italiana. Tra parentesi, è bene ricordare che il lascito della RSI è quello che continua ad essere più pregnante e sincero per il neofascismo italiano, ovvero il suo vero cuore pulsante. Era e rimane l’idea di un’«altra Europa» (pienamente rappresentata dal collaborazionismo tra il 1940 e il 1945), rispetto a quella che invece si è realizzata nei fatti, dal secondo dopoguerra in poi. Dinanzi ad un’Unione europea di «tecnocrati», all’«eurocrazia», all’Europa distante, all’Europa che «disintegra le identità nazionali», sotto le quali si celerebbero invece le “autentiche” appartenenze etno-razziali, si contrappone, nel pensare radicale, un’Europa affratellata da vincoli di comunanza biogenetica. Così dicono i neofascisti e, in immediato riflesso, una parte dei “sovranisti” e degli “identitaristi”. Sia pure con accenti e accezioni differenziate, gradienti mutevoli, declinazioni differenziate. Ciò che rileva, rispetto a tale profilo, è la transitività di un tale tema, che è asse portante del radicalismo ma che è tornato ad essere anche argomento di discussione tra un pubblico ben più ampio ed eterogeneo. La crisi pandemica, non fa altro che amplificare questa feroce dialettica tra élite, completamente ripiegate nella tutela di se stesse e delle loro prerogative, e società nazionali che si sentono abbandonate a se stesse.

La natura attivista della destra radicale, la sua presenza nello scenario pubblico, è in diretta relazione alla sua capacità di adattarsi al più generale mutamento in atto nelle società. Ciò facendo, ambisce a occupare quegli spazi collettivi di rappresentanza e di socialità che sono stati invece lasciati completamente a sé dal resto della politica. Si tratta della più generale questione del «territorio»: una parola che indica, in questo caso, quelle comunità di individui, un tempo attivi produttori, quindi inseriti nei processi di creazione della ricchezza, ed oggi invece in piena crisi di identità e di ruolo sociale. Sono gruppi che si sentono abbandonati al loro destino, messi ai margini dall’evoluzione dei rapporti sociali. In altre parole, ceto medio e classi produttrici, l’uno e le altre ritenuti inessenziali o comunque non più rilevanti ai fini della creazione di consenso. In questo lungo frangente, che storicamente si è avviato almeno con l’inizio degli anni Ottanta, la destra radicale in Europa ed in Italia si manifesta in quanto organismo complesso e variegato, al contempo insieme di movimenti ma anche – oramai – struttura di governo, gli uni e l’altra accomunati da un esercizio di “critica dell’esistente” nel nome di antiche «tradizioni» e di ancestrali «identità» da ripristinare. Questa destra radicale ambisce in qualche modo a rappresentare il territorio sociale dell’esclusione, ossia gli individui che si trovano ancorati ad uno spazio non beneficiato dalla globalizzazione e che, come tali, lamentano la loro marginalizzazione dai processi di cambiamento in atto. Lo fa indicandogli delle cause di disagio immediatamente condivisibili: immigrazione, «poteri forti», furto del lavoro e del territorio, complotti e così via. Fa ricorso da una immagine chiave: l’espropriazione. In poche parole: altri sono sopravvenuti, nel mentre, e ci hanno derubati di ciò che invece ci appartiene: terra, lavoro, ricchezze, soprattutto speranza nel futuro. Ecco, non ci hanno rubato un passato del quale non sappiamo cosa farcene e neanche di un presente che si presenta come incomprensibile ma di un futuro che ha i tratti dell’angosciosa incomprensibilità. E dietro ciò che non si capisce, c’è sempre la trama del diavolo.

La destra radicale promette la liberazione da questi gioghi. A ben guardare, non si tratta di una novità. Il fascismo storico ha già lavorato in questo senso. Ma lo scenario generale è mutato. Ciò vuol dire che la storia sia destinata comunque a ripetersi? No, in alcun modo. Tuttavia, alcuni moventi ideologici di fondo sono di nuovo presenti sulla scena politica davanti ai processi di depauperamento, se non di ridimensionamento, delle democrazie sociali. La forza del radicalismo di destra, infatti, è direttamente proporzionale alla crisi della democrazia sociale. Più indietreggia la seconda, maggiori sono gli spazi per il primo, presentandosi come falsa risposta a problemi e disagi invece reali e diffusi. Ci si trova, quindi, in un contesto di vera e propria post-democrazia e di post-Costituzione. Alla persistenza di una Costituzione formale, carta dei diritti e degli obblighi collettivi, in sé apparentemente inoppugnabile e incontrovertibile, si contrappongono realtà di fatto, diffuse anche in altri paesi europei, dove i rapporti di forza, i poteri reali, quindi per nulla “occulti”, possono tranquillamente derogare dal sistema delle garanzie e delle tutele faticosamente costruite in quasi due secoli di trasformazioni politiche e sociali.

In queste dinamiche entra prepotentemente in gioco la trasformazione profonda dello statuto del lavoro, ovvero della sua funzione e importanza sociale. Si tratta di un processo di lungo periodo e si confronta con gli effetti della globalizzazione e, adesso, di una pandemia planetaria. Ha dei riflessi molto forti sul piano generazionale, creando degli scompensi, degli squilibri e dei cambiamenti profondissimi anche nelle identità delle persone. Quindi, nella stessa idea di cittadinanza. Che questo sia di per sé un terreno fertile per proposte radicali, è un dato più che plausibile. Si pensi alla Repubblica di Weimar, tra il 1918 e il 1933, dove tutto crollò per l’intrinseca debolezza della sua struttura economica. Infatti, chi non si sente inserito dentro un percorso di integrazione, vive una condizione incerta, che lo può rendere maggiormente sensibile ai richiami più estremi. Un secondo elemento rimanda ad un’altra crisi, quella della rappresentanza politica, ovvero della sua costante delegittimazione. Si tratta dell’ossessivo richiamo al nesso tra politica, in quanto regno esclusivo del malaffare, del marcio, dello sporco e del corrotto, da un lato, e tentazione a ricorrere all’auto-rappresentanza dall’altro. Un nesso tanto falso quanto di senso comune. È il risultato della polemica contro la cosiddetta «partitocrazia», trasformatasi poi, nel corso del tempo, da sfiducia diffusa in diffidenza sistematica e poi in rifiuto degli stessi meccanismi istituzionali che regolano la vita associata. Come a volere dire: “se gli altri mi tradiscono, perché dovrei continuare a offrirgli una delega in bianco? Non posso fare a meno di organismi collettivi che, per il fatto stesso di esistere, mi espropriano del mio spazio di libertà?”.

Si tratta del sogno di una «democrazia diretta», assai fallace alla prova dei fatti, ma avvincente sul piano dell’immaginazione, ed in assoluta consonanza con i paradigmi ideologici di una visione dei rapporti sociali, dove a contare è solo l’individuo inteso come una sorta di atomo, che si preserva da sé. Il fascismo di “sempre” è anche ciò: la menzognera convinzione che dinanzi alla crisi dell’intermediazione si possa mettere in campo se stessi, partendo dalla propria sofferenza e dalle insofferenze, facendo dell’una e delle altre un assoluto. “Prima vengo io, poi gli altri!”. In realtà, ogni idealizzazione relativa a forme di democrazia diretta in società complesse è non solo fuorviante ma, paradossalmente, indirizzata a rafforzare ciò che dice di volere invece combattere, ossia la delega. Che in questi casi si fa ancora più assolutistica, riposando infatti nell’investitura a favore della volontà insindacabile di un capo carismatico. Che sommerebbe in se stesso la capacità di prevedere e di provvedere ai bisogni della collettività intesa non come complesso sistema di relazione bensì come somma di individui. Il “capo”, infatti, non si rivolge mai ad un’astratta collettività; semmai si appella alla coscienza del singolo, fingendo che sia lui medesimo a “contare”. Al centro della polemica sulla delega, infatti, c’è spesso l’obiettivo di comprimere lo spazio dell’intermediazione esercitato dagli organismi di rappresentanza di massa. Poiché se la delega di rappresentanza è e rimane insopprimibile, da parziale e condizionata com’è in una democrazia dei corpi intermedi, rischia infine di trasformarsi in totale e definitiva nei movimenti e nei regimi antipluralisti.

Infatti, elemento fondamentale ed unificante nel discorso delle destre radicali è la riduzione della politica a cosa “sporca” e della mediazione tra interessi contrapposti a qualcosa di intollerabile. La controproposta di ripristinare un campo di virtù collettive – poiché nell’agone pubblico mancherebbe la moralità, mentre la società rischierebbe di essere soggetta a corruzione – è qualcosa che sta al cuore del loro modo di pensare. Mentre il discorso sull’«identità» assume i connotati soprattutto del rifiuto dell’esistente (in quanto campo del laido, dell’insano, soprattutto dell’“impuro”, della contaminazione tra “pulito” e “sporco”, declinazioni tipiche delle tematiche etniciste), il discorso politico che ne emerge si esime dall’obbligo di avere dei concreti punti programmatici, rifacendosi semmai al richiamo ossessivo a quelli che presenta come valori puri, ancestrali e trascendenti, quindi eterni, metastorici, immodificabili. Ciò che fuoriesce da una tale cornice è censurato aprioristicamente, in quanto degenerato e corrotto. Si governa il «territorio» (il concreto luogo abitato da persone in carne ed ossa), altrimenti abbandonato a sé – quindi – con un discorso di nuova moralizzazione. La quale consiste non solo nel dire cosa sia giusto e cosa non lo sia ma nel presentare il lavoro politico essenzialmente come un esercizio missionario, alla conclusione del quale chi ha diritto a fare parte della «comunità di popolo» avrà il suo posto mentre gli “altri”, gli estranei, ne saranno finalmente esclusi. Con le buone maniere o con le cattive. Con la persuasione o con la coercizione. In tale ottica, anche un’azione violenta può essere presentata come esercizio di autotutela, quella che la “vera” società – tale poiché radicata sul “suo” spazio, del quale rivendica il pieno possesso fisico, il controllo totale – realizza nel proprio legittimo interesse.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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