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Cultura
Della Creazione e del creare: l’artista e la scienza

Riflessioni sul rapporto tra Dio, l’uomo e la natura a partire dall’arte. Anzi, dalla creatività

In una parabola edificante e divertita del Talmud Babilonese (nel trattato Ta‘anit sui digiuni, 20a-b), il sapiente saccente di turno, rabbi Shim‘on ben Ele‘azar, si trova dal lato sbagliato di una brutta storia di body-shaming. Incrociando per strada un uomo non esattamente di bell’aspetto, il rabbi lo apostrofa con cattiveria gratuita: “Bah! Che uomo brutto… saranno tutti così al paese tuo?”. La risposta sarà memorabile: “Non saprei, ma perché non vai a dirlo all’Artigiano che mi ha fatto che le Sue creazioni sono brutte?”.
Assieme a una lezione di buon senso interpersonale, il brano offre uno spunto interessante dal punto di vista teologico (e, vedremo, non solo) nella metafora del dio come artigiano (in ebraico, oman, אומן). In quanto creatore di un creato, Dio non è diverso da un vasaio che con perizia modella l’argilla in vasi, ampolle, piatti e tazze di varia fattura. Di per sé l’immagine di un’entità divina umanizzata è funzionale all’effetto pungente della battuta – e tuttavia apre spazio a una riflessione sull’aspetto umano della creazione, del creare e della creatività.

Iniziamo con un chiarimento lessicale. Quando in ebraico si parla di Dio come Creatore, le espressioni usate sono due, quasi sinonimiche: Bore’ (בורא) e Yotser (יוצר). La differenza tra le due radici verbali si può spiegare tradizionalmente in termini di materia prima: bara’ (ברא) significa creare dal nulla (ex nihilo) mentre yatsar (יצר) significa dare forma a qualcosa (ab aliquo). In altre parole, Dio crea in maniera diversa prima e dopo un big bang. Anche le creature del creato più vicine al creatore possono creare a loro volta – creare/yatsar o formare dalla materia, però, non certo creare/bara’ dal nulla (nulla che, d’altronde, non esiste più dopo detto big bang).
Preso atto dello scarto fisico e metafisico tra creature umane e creatore divino, lasciamoci però trasportare dal flusso della metafora iniziale del Creatore come artigiano o, ancora meglio, come artista. Cosa succede infatti se tentassimo di invertire i poli della similitudine? Ovvero, a cosa può portare l’immagine dell’artista come Creatore?
La reazione naturale sarà probabilmente di diffidenza: un artista che interpreta il Creatore non può essere diverso dall’arrogante scienziato pazzo di un romanzo gotico, annichilito dalla propria stessa creazione che ha principiato per superbia intellettuale e a sfregio dell’ordine naturale. C’è perlomeno un’altra risposta, però, che potrebbe sorprenderci proponendo un paradigma di creatività quanto più lontano dalla hybris faustiana.

A spalleggiare la lettura che vorrei proporre viene un intero movimento artistico nato negli ultimi decenni del Novecento, la cosiddetta bioarte. Come il nome suggerisce, la bioarte incrocia le finalità dell’arte con i mezzi sviluppati dalle biotecnologie (come l’ingegneria genetica o tissutale e la clonazione), proponendosi di creare opere che siano organismi viventi (come batteri, piante o animali). Tra i padri fondatori di questo movimento troviamo l’artista brasiliano di origine ebraico-polacca Eduardo Kac, celebre soprattutto per l’opera/creazione Alba, una coniglietta geneticamente modificata dal mantello fluorescente.
Un’opera di Kac è profondamente significativa per la nostra riflessione: si tratta di un’installazione realizzata nel 1999 dal titolo Genesis. L’apparato visuale di proiezioni grafiche unito all’esposizione dei microrganismi creati da Kac riflette il processo creativo altamente simbolico dell’opera stessa. Il tutto prende il via da un versetto biblico, Genesi 1:26, “Che l’uomo domini su tutti i pesci del mare, gli uccelli del cielo, i quadrupedi della terra e le bestie che strisciano sul terreno” (in inglese: “Let man have dominion over the fish of the sea, and over the fowl of the air, and over every living thing that moves upon the earth”). Il testo è stato tradotto in codice Morse e da qui convertito in una sequenza genetica sintetica successivamente applicata al DNA di batteri. Riassumendo: le parole della Bibbia (parole pronunciate da Dio sull’uomo al momento della creazione di questi) hanno generato esseri viventi grazie all’intervento demiurgico dell’artista. Artista che dunque si fa Creatore precisamente giocando sul fulcro mitologico delle concezioni del rapporto Dio/uomo/natura.
Questa sorta di intervento quasi-divino dell’uomo sulla natura può apparire un atto di superbia alla dottor Frankenstein. Atto di superbia, però, lo appare solo se concepiamo la natura come un gan eden a servizio dell’uomo. La natura e la vita, invece, non sono necessariamente oggetti funzionali al dominio dell’essere umano. Lo stesso Eduardo Kac ha dato voce agli inaspettati risvolti etici delle sue creazioni provocatorie. La chiave di volta del processo creativo della bioarte si materializza infatti nella presa di coscienza della responsabilità di chi crea. In un certo senso, potremmo parlare di presa di paternità, per cui l’artista è come un dio padre, responsabile di e per le creature che ha generato, piuttosto che come un autore che risplende della luce delle proprie opere.
Un approccio alla creazione di questo genere, quando è innescato dall’arte, ha una valenza fondamentalmente simbolica – gratuita e non utilitaristica – quasi sacrale e a suo modo profetica: l’arte introduce una sfida intellettuale e materiale, infiltrando nell’esistenza il seme di un’idea o di una azione prima imponderate. Ma, lungi dal gettare il sasso e nascondere la mano, l’artista si prende la responsabilità di ciò che porta nel mondo. Il seme imponderato che la bioarte pianta nel mondo può formularsi così: cosa succederebbe se gli esseri umani si assumessero la responsabilità dei propri interventi (o artifici) sulla natura? Perché questa natura non è semplicemente il giardino di gioco e ristoro che circonda l’uomo. L’uomo è la natura, ne è parte e vi è dentro.
Per giocare con le parole, potremmo avanzare l’idea che l’uomo post-moderno non sia un semplice yotser, un modellatore di creta che dà vita a un golem incidendo codici arcani sulla fronte di una creatura intagliata a sua immagine e somiglianza. Piuttosto, l’uomo contemporaneo si trasforma in un bore’, un catalizzatore di metamorfosi universali in un humus onnipresente che è un macrorganismo complesso e sofisticato non alieno a chi vi accende scintille di vita ulteriore. E allora, forse, la differenza concettuale tra il creare/yatsar e il creare/bara’ non sta nella materia prima da cui si inventa ma nella presa di paternità.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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