L'agenda di Joi
Cultura
Dracula, un simbolo antisemita?

Naso adunco, succhiasangue, portatore di peste e dall’inconfondibile “odore di Gerusalemme”. Il protagonista del romanzo di Stocker e i luoghi comuni contro gli ebrei

Ci sarebbero due grandi fake news sulla storia di Dracula raccontata da Bram Stoker. La prima è che la figura del vampiro sia stata modellata su quella storica del principe Vlad III di Transilvania, noto come l’Impalatore. L’altra è che personaggio e contesto siano infarciti di antisemitismo. Secondo un articolo uscito su Forward , la prima posizione è considerata ormai oblsoleta da molti critici, mentre la seconda sarebbe sulla buona strada per diventarlo.

Giunto dall’Est per portare scompiglio in Occidente, seminando malattie e praticando oscuri riti che ruotano intorno al sangue, il vampiro è stato periodicamente visto come un ricettacolo di luoghi comuni calunniosi legati agli ebrei, una specie di simbolo dell’antisemitismo riconosciuto da più parti, ebraiche e non. Il fatto che nel famigerato Mein Kampf Hitler si riferisse agli ebrei come “succhiasangue” e “quella razza che evita la luce del sole” è stato visto come una prova in più che la figura del vampiro fosse in sé antisemita. Peccato che i termini della questione andrebbero invertiti. Non è Dracula a rappresentare un ebreo, ma la sua figura negativa a essere stata utilizzata a posteriori per denigrare un intero popolo.

Nosferatu

Tornando all’articolo di Forward, vi si ricorda il doppio anniversario che si festeggia nel 2022. Da una parte i 125 anni dalla pubblicazione del libro di Bram Stoker, dall’altra i cento anni dall’uscita di Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau. Il cult movie muto del 1922 brilla ancora oggi per raffinatezza di trovate sceniche, trucco e costumi, oltre ovviamente a recitazione e sceneggiatura, e poco importa se fosse stato girato saccheggiando letteralmente il libro di Stoker, senza averne i diritti e limitandosi a citarlo in apertura. Poi, certo, luoghi e nomi erano stati cambiati, la storia si spostava dall’Inghilterra alla Germania, il Conte Dracula diventava il Conte Orlok, Van Helsing così come altri personaggi non comparivano e la giovane eroina moglie dell’avvocato Harker, che qui era l’agente immobiliare Hutter, oltre a chiamarsi Ellen anziché Mina faceva una fine diversa rispetto a quella narrata nel libro. Tutto questo non era bastato a placare le ire della vedova dello scrittore. La signora Florence Stoker all’uscita del film aveva fatto causa alla casa di produzione Prana responsabile della pellicola ottenendo da un tribunale tedesco che tutte le copie del lungometraggio fossero bruciate. Ovviamente qualcosa era andato storto, altrimenti non saremmo qui a parlarne, e una copia si era salvata. Ma questa è un’altra storia.

La storia che qui si vuole seguire è come da quel primo film muto ne siano stati girati a decine, se non centinaia, tutti ispirati a una figura e basati su un immaginario che non a tutti sembrava così innocente. Acqua passata, verrebbe da dire, se è vero che poche settimane fa la Tel Aviv Cinematheque ha celebrato il centenario del romanzo con una rassegna dei più interessanti film ispirati ai non morti assetati di sangue, in una allegra per quanto macabra celebrazione di una figura amatissima dell’immaginario popolare. Non sempre però le cose sono state così serene. Appena due anni fa, in piena pandemia, su Tablet si parlava di Dracula e Nosferatu come di simboli, prima ancora che di antisemitismo, della paura del contagio proveniente da fuori, dallo straniero. Poi, scendendo nel dettaglio, vi si ricordavano i tratti somatici del vampiro, descritto e rappresentato con un gigantesco naso adunco, si sottolineava il fatto che, almeno nel film, il Conte comunicasse con i suoi scagnozzi attraverso codici che includevano diverse lettere ebraiche oltre alla Stella di David, che venisse dall’Oriente portando la peste e che bevesse il sangue di ingenui ariani. Casomai servisse ricordarlo, l’autore del pezzo sottolineava che “il vampiro ricorda due mostruose calunnie contro gli ebrei europei, evocando sia la calunnia del sangue sia l’accusa di avvelenamento di pozzi per diffondere malattie che portarono a pogrom diffusi e al quasi sterminio degli ebrei in tutta la Renania a metà del XIV secolo”.

Più avanti nello stesso articolo si attribuiva la responsabilità di tanto antisemitismo al libro di Stoker, descritto come “un’emozionante storia spaventosa su un parassita succhiasangue e uno stupratore predatore che, associato a topi e pipistrelli e terrorizzato dal crocifisso, arriva a Londra dalla più profonda Europa orientale, portando con sé la sua “patria” in una bara”. Il film di Murnau veniva relativamente sollevato dalle accuse, ritenendo tuttalpiù ingenui il suo sceneggiatore ebreo, Henrik Galeen (già autore de Il Golem), il cast, composto da diversi attori ebrei, e lo stesso Murnau, che per quanto non fosse ebreo di sicuro non era antisemita. Era ebreo invece Albin Grau, produttore e scenografo passato alla storia anche per il suo profondo interesse per l’occultismo. Secondo Grau, Nosferatu più che un guazzabuglio di citazioni antisemite era una metafora della Grande Guerra, da lui definita come “un vampiro cosmico, che beve il sangue di milioni di persone”.

Come si è visto, sarebbe stata proprio la presenza di caratteri ebraici all’interno di un manoscritto con una serie di simboli esoterici ad aver fatto guadagnare al film una buona dose di critiche. Altre sarebbero legate non tanto al film stesso quanto al remake del 1931, quel Dracula con Bela Lugosi tratto dall’opera teatrale a sua volta adattamento, questa volta autorizzato, del romanzo. Qui il Conte si presentava con un medaglione a sei punte che molti avevano visto come una Stella di David, un malinteso che oltre mezzo secolo dopo, nel 1987, avrebbe causato più di un grattacapo a una ditta di cereali che sulla sua scatola rappresentava il Conte Chocula come la caricatura del Conte di Lugosi, con tanto di gioiello al collo.
Su Forward il dibattito viene contestualizzato ricordando quanto questi dettagli toccassero nervi ancora scoperti. Per secoli gli antisemiti avevano utilizzato la famigerata diffamazione del sangue per accusare falsamente gli ebrei di aver ucciso bambini cristiani per usare il loro sangue nell’esecuzione di rituali religiosi. Era quindi comprensibile che i critici fossero sensibili a qualsiasi potenziale allusione agli ebrei in un romanzo ossessionato dal sangue, soprattutto perché compariva in un momento in cui anche l’afflusso di emigrazione ebraica dell’Europa orientale nel Regno Unito stava causando polemiche.
Limitandosi ai fatti e leggendo il libro di Stoker, potrebbe sorprendere che vi siano due soli riferimenti agli ebrei in oltre 400 pagine, anche considerando che la letteratura popolare nel Regno Unito del tempo traboccava invece di affermazioni dispregiative su ebrei, asiatici e altri gruppi minoritari. Al contrario, Stoker sembra piuttosto blando in termini di razzismo. La descrizione che fa di un personaggio ebreo del libro, definito da lui stesso come una sorta di caricatura teatrale dell’ebreo con “un naso da pecora e un fez”, viene inteso più come una stoccata a un certo tipo di messinscena che un riferimento insultante agli ebrei. Sempre di nasi si parla, ma questa volta senza riferimento agli ebrei, quando l’autore descrive il Conte Dracula come dotato di un imponente naso aquilino. Anche qui, per i motivi già illustrati, l’accusa di antisemitismo sembrerebbe giustificata, ma solo se associata ad altri elementi. Da sola, secondo l’autore di Forward, non vorrebbe dire granché, visto che negli stessi anni Arthur Conan Doyle attribuiva al suo Sherlock Holmes la stessa caratteristica somatica senza nessun significato recondito.

Passando al secondo rinvio al giudaismo presente nel romanzo, questo compare nel punto in cui uno degli operai addetti al trasporto descrive le casse di terra mandate dal Conte a Londra: “… c’era della polvere così fitta che avresti potuto dormirci sopra senza farti male alle ossa e il luogo era così trascurato che si sarebbe potuto sentire l’odore della vecchia Gerusalemme”. Secondo lo storico letterario ebreo J. Jack Halberstam qui l’operaio si sarebbe riferito senza troppi giri di parole a un odore ebraico, attribuendo neanche troppo velatamente agli ebrei l’origine dei mali portati con quella stessa terra.
Più possibilista è l’autore di Forward secondo il quale l’operaio di Stoker stava probabilmente paragonando l’odore agli antichi aromi polverosi della vecchia Gerusalemme sotto il dominio ottomano. Si sarebbe rifatto ai resoconti dei pellegrinaggi di inizio secolo, tipicamente poco entusiasti delle condizioni sanitarie locali. In generale, nessuno nega che Stoker e lo stesso Murnau abbiano fornito una caterva di elementi poi utilizzati da nazisti e antisemiti per denigrare gli ebrei, ma resta il legittimo dubbio che scrittore e regista non ne fossero consapevoli e che, in quanto a simbologie, il loro sguardo puntasse in tutt’altra direzione.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *