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Ritorno a Birkenau: abbiamo incontrato Ginette Kolinka a Roma

“Parlo dei campi di concentramento tenendo gli occhi chiusi, mentre rivedo scorrere tutto davanti a me. Quelle immagini non se ne andranno mai via”

Ginette Kolinka, 95 anni portati splendidamente, ha emozionato gli spettatori accorsi alla Casa della Memoria e della Storia di Roma per la prima presentazione del suo libro, Ritorno a Birkenau, scritto insieme a Marion Ruggieri e  uscito da poco in Italia, nella traduzione di Francesco Bruno, per Ponte alle Grazie, dopo essere stato il caso editoriale del 2019 in Francia.

Non una semplice presentazione, ma un accorato racconto di alcune delle terribili esperienze vissute a soli 19 anni dalla donna, di cui colpiscono immediatamente l’ironia, il sorriso e la serenità.

Ginette, commerciante ambulante e madre di Richard Kolinka, batterista della famosa rockband Téléphone, porta ancora sul braccio l’orrore di quei giorni, con la matricola 78599 tatuata sul braccio.

Nel marzo del 1944 fu arrestata dalla Gestapo e dalla Milizia di Vichy e deportata nel lager di Birkenau dove trascorse sei mesi prima di essere trasferita a Bergen-Belsen e quindi a Theresienstadt. Il suo arrivo in sala è accolto da un lunghissimo applauso. “Non sono io a essere coraggiosa”, saluta in francese i tanti spettatori accorsi, “siete voi coraggiosi a essere qui per me, in una giornata così fredda”.

Il racconto della donna è introdotta da due interventi della giornalista Concita De Gregorio e dello scrittore Emanuele Trevi.

“Questo libro ha una sapienza dimostrativa basata sulla forza della parola, ha sottolineato Trevi. La sua non è una forza neutra, Ginette non ci risparmia nulla: la sua è una esperienza terrificante e al tempo stesso liberatoria. Ci chiede di immaginare ciò che non si può vedere. Purtroppo il negazionismo non era folklore, ma un paradigma che si è esteso nel tempo”.

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“Anche se l’editore non me l’avesse chiesto, stasera sarei stata comunque tra il pubblico”, ha dichiarato Concita De Gregorio. “Noi che siamo qui presenti fisicamente abbiamo l’enorme privilegio di vedere dal vivo il sorriso di Ginette. Il libro è pieno di grazia, con lo stesso sguardo innocente di un bambino, anche nella ferocia di quello che racconta. Quando non ci saranno più i reduci di quell’orrore, noi abbiamo il compito di preservarne la memoria e di passare il testimone”.

Ginette Kolinka parla in francese ed è un fiume in piena, tanto che la bravissima traduttrice Marina Astrologo (una delle più conosciute in Italia) ogni tanto la interrompe, con grande educazione, per riportare in italiano le sue parole.

Qui sotto divisi per temi, i punti salienti del suo racconto.

Perché raccontare solo oggi la mia storia.

“Per 50 anni non ho voluto parlare con nessuno della mia storia. Non volevo scocciare le persone con storie del passato. Ogni volta che mi hanno contattata per raccontarla ho sempre rifiutato, perché per me la deportazione era una pagina chiusa. Non avevo nessuna voglia di ricordare. Ho sempre lavorato duramente, insieme a mio marito avevo un banco al mercato di Aubervilliers. Quando sono andata in pensione e sono rimasta vedova, venti anni fa, ho iniziato a frequentare l’Unione dei deportati di Auschwitz, che organizza regolarmente le gite scolastiche per fare conoscere agli studenti che cosa è stato il nazismo. Un giorno una mia amica si è ammalata e non è potuta andare, così mi hanno proposto di sostituirla e ho accettato. Da allora non ho più smesso, sono tornata tante volte in Polonia con le scuole e poi vado nelle classi qui a Parigi perché tutti si ricordino di cosa sono stati i lager nazisti”

 Il ruolo di Steven Spielberg

Il merito è stato di Steven Spielberg che, con gli incassi del film “Schindler’s List”, ha creato una fondazione e mandato dei giovani cineasti in giro per il mondo a raccogliere la testimonianza dei deportati. Questi giovani hanno insistito così tanto, anche se con grande garbo e rispetto, che un giorno, all’inizio degli anni Duemila, mi hanno convinta a parlare. Quei colloqui mi hanno fatto scoprire un sacco di cose. Ma quando parlo ai giovani cerco anche di divertirli. Faccio battute su quello che, per esempio, vedo al supermercato quando compro la carta igienica: c’è una scelta enorme, diversi spessori, colori, disegni. Mi fa ridere perché io, per 15 mesi, non ho avuto a disposizione neppure un coriandolo di carta”.

L’arrivo a Birkenau

“Appena arrivate venivamo ammassate in una grande sala e costrette a spogliarci completamente. Ricordo ancora la vergogna di essere nuda davanti a delle estranee. Appena arrivata una kapò mi afferra il polso con forza e mi tatua la matricola 78599. Prima di me c’è chi urla di dolore, di sorpresa, di spavento. Io non so nemmeno se fa male per come è forte e cocente in me la vergogna di essere nuda. Non percepisco nient’altro che vergogna e umiliazione. Dopo il tatuaggio, venivamo rasate, prima la testa e quindi il pube. Infine ci davano dei vecchi vestiti per coprirci, ma non le divise a strisce che si vedono nei film. La nostra umanità, in questo modo, veniva spazzata via”.

Il momento più duro

“Sono stati davvero tanti i momenti terribili: i colpi di frusta al risveglio, l’appello, la fame costante, il freddo, i lavori forzati, l’odore di carne bruciata che veniva dall’edificio vicino al nostro blocco, le continue umiliazioni alle quali eravamo sottoposte. Un dolore che non riesco ancora a dimenticare è l’aver spinto, dopo un terribile viaggio in treno, mio padre, mio fratello minore Gilbert e mio nipote a salire sui camion che portavano i più stanchi al campo, senza sapere che così sarebbero andati direttamente nelle camere a gas. Sono andati in fumo subito dopo l’arrivo. Ho sempre avuto il rimorso di aver raccontato a mia madre con tanta brutalità quale era stata la sorte degli uomini della famiglia. Forse è uno dei pochi episodi che ancora oggi, quando ci penso, mi fanno piangere”.

Le visite con gli studenti nei campi di Auschwitz e di Birkenau

“Si parla spesso in modo negativo dei giovani di oggi, come se fossero tutti cinici e distratti dai telefonini, ma io non sono d’accordo. Mi capita da alcuni anni di accompagnare le scolaresche a visitare i campi di sterminio di Auschwitz e di Birkenau. Fino a qualche tempo fa il loro atteggiamento era del tipo: «per fortuna che oggi c’è l’incontro con quell’ex deportata, così saltiamo l’interrogazione». Adesso invece, forse anche per merito dei professori che li preparano prima, i ragazzi sono più attenti attenti e partecipi, fanno molte domande. Un ragazzo un giorno mi ha chiesto: «Ma come fa a ricordarsi tutto con questa precisione?». Gli ho risposto che parlo tenendo gli occhi chiusi, mentre rivedo scorrere tutto davanti a me. Quelle immagini non se ne andranno mai via”.

Il vestito regalato da Simone Veil

“Ho conosciuto Simone Veil nell’aprile del 1944 in un campo di Birkenau chiamato “quarantena”: un luogo di passaggio per assegnarti ad altri lavori oppure per ucciderti. Eravamo pelle e ossa, coperte solo di stracci.  Una mattina, mentre portavamo delle pietre pesanti da una parte all’altra del campo, iniziò a piovere a dirotto. Per un motivo che non ho mai capito, una kapò ci autorizzò a rifugiarci in una torre di guardia vuota. Con Simone, ci siamo sdraiati su questa specie di lana di vetro per alcuni minuti, mentre eravamo rannicchiate vicine per riscaldarci. La kapò guardò Simone e le disse: “Tu sei troppo carina per essere vestita così”. Così le regalò due vestiti nuovi. Simone, dopo avermi vista senza capelli e coperta solo con degli stracci, me ne regalò uno, in stile scozzese. Forse può suonare esagerato, ma quel vestito mi ha salvato la vita, perché ero depressa e senza forze. Con quel vestito, ho ritrovato energie e sono diventata di nuovo una bambina”.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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