L'agenda di Joi
Voci Strano ma ebreo!
Un seder di carta. Anzi, sette

Narrazioni e bizzarrie di Pesach

Come tutti sanno, ogni seder di Pesach è diverso da tutti gli altri. Esistono migliaia di edizioni della Haggadà e un numero imprecisato ma tendenzialmente illimitato di modi diversi di leggerla: c’è chi scorre l’intero testo dal frontespizio ai titoli di coda, chi legge in ebraico e traduce rischiando come i cinque rabbini di Benè Beraq di arrivare al mattino, chi salta qua e là o si sofferma su certi punti o aggiunge contenuti extra, almeno fino a quando non interviene la classica nonna imbronciata brontolando qualcosa come “il dayenu si fredda”. Anche le tradizioni gastronomiche del seder, è arcinoto, sono numerose e varie. Le circostanze, infine, possono influenzare lo svolgimento della festa come due anni fa, quando con l’emergenza pandemica sono state sperimentate inedite forme di seder a distanza. In Israele Channel 12, per esempio, ha trasformato lo studio televisivo in un lungo tavolo imbandito intorno a cui si sono seduti giornalisti, politici, sportivi e personalità del mondo dello spettacolo. Di fronte a un gran numero di israeliani che non potevano unirsi ai parenti come ogni anno sono stati letti brani della Haggadà e in conclusione è stato proiettato un video in cui alcuni dei più noti cantanti del paese cantavano Echad mi yodea – “Chi sa che cosa è uno?” – una strofa ciascuno.

Non basterebbe una vita intera per esplorare tutte le Haggadot, le tradizioni e i piatti del seder. Abbiamo deciso allora di limitarci a indicare un piccolo campionario di sedarim descritti nella letteratura degli ultimi due millenni e mezzo, sedarim di carta dunque. Alcuni sono familiari, altri tragici, altri ancora decisamente bizzarri.

Il giardino dei Finzi-Contini

Il classico seder italiano è quello descritto da Giorgio Bassani ne Il giardino dei Finzi-Contini e presente anche nel film omonimo diretto da Vittorio De Sica. Il seder però, celebrato quell’anno una sera soltanto e da quanto si intuisce in italiano, si svolge sotto quella stessa luce bianca sepolcrale che segna ogni pagina del romanzo. La morte aleggia sulla tavolata paralizzando il protagonista in un “disperato e grottesco convegno di spettri”. Verso le undici, quando si avvicina la conclusione e il padre comincia a cantare il Caprét ch’avea comperà il signor Padre, il protagonista riceve la telefonata di Alberto che lo invita nella magna domus dei Finzi-Contini accennando a “una sorpresa”. Il protagonista narratore inforca la bicicletta e va. Con il cuore in gola supera corso Giovecca e corso Ercole I d’Este, poi il cancello e il giardino; ecco infine la villa. “‘Ciao’, disse Micòl, ferma sulla soglia. ‘Che bravo, a venire’”. Segue il bacio. Poi il distacco, lento.

Il gioco dei regni

Un altro seder italiano, nella versione metà toscana e metà romana, è quello presente nel Gioco dei regni di Clara Sereni. Suona il campanello, arrivano gli invitati: Colorni, Pontecorvo, Ascarelli, Milano, oltre naturalmente ai fratelli Sereni. A capotavola Pellegrino Pontecorvo, il più anziano, con lo zucchetto ricamato un po’ sbilenco in testa. Gli uomini con i libri in mano, le donne silenziose, “Il posto d’onore lasciato vuoto a disposizione del profeta Elia, come vuole la tradizione”. In un clima austero, non privo però di sbuffi e risolini, ecco serviti i piatti della tradizione: “Le azzime, le erbe amare, la stracciatella e i carciofi, il vino, il bollito con la salsa verde” e per finire le pizzarelle al miele. Quando il pasto è terminato e la padrona di casa Alfonsa comincia a rilassarsi perché “tutto era stato rispettato”, Settimio è protagonista di un fuori programma che dà il la a una discussione sul messia: verrà o non verrà? “Verrà, non verrà… neanche i rabbini sanno dirlo con certezza. Comunque sia dobbiamo andargli incontro, come se fossimo certi che arriverà domani, proprio domani”, chiosa Pellegrino.

L’ospite di una sera

Nella tradizione ebraica ogni uomo, ogni animale, ogni evento è collegato agli altri in un’unica vicenda, come esemplifica il canto di Pesach Chad Gadyà in cui gatto e cane, bastone, fuoco e acqua, il bue e l’uomo che lo macella sono parti della stessa storia. Una storia di vittime che sono anche carnefici, in un circolo che sembra illustrare la legge della sopraffazione universale. Nel racconto L’ospite di una sera, contenuto nel volume L’ebreo errante, Elie Wiesel rivisita Chad Gadyà alla luce della Shoah. L’ospite, in cui per il narratore si cela il profeta Elia, è un profugo polacco che giunge in Ungheria nel 1944, durante la prima sera di Pesach, e avverte della distruzione in arrivo. Poi scompare senza lasciare tracce. Nell’inquietudine generale il seder prosegue con il quarto bicchiere, le benedizioni e i salmi. Infine “Cantammo Chad Gadyà, questo terribile canto in cui, in nome della giustizia, il male attira il male, la morte chiama la morte, finché l’Angelo sterminatore non si fa a sua volta sgozzare dall’Eterno stesso, benedetto egli sia. Amavo questo canto ingenuo dove tutto sembrava semplice, primitivo: il gatto e il cane, l’acqua e il fuoco, di volta in volta carnefici e vittime, destinati a subire la stessa punizione all’interno di uno stesso disegno. Ma quella sera il canto non mi piacque. Mi ribellavo contro la rassegnazione che esso implicava. Perché Dio agisce sempre in ritardo? Perché non ha eliminato l’Angelo della Morte prima che fosse stato commesso il primo omicidio?”

Il Rabbi di Bacherach

Il grande poeta romantico Heinrich Heine descrive un seder medievale nel primo capitolo del romanzo incompiuto Il Rabbi di Bacherach. Nella casa di rabbi Abraham e della bella Sara a Bacherach, lungo il Reno, si svolge il seder, che Heine descrive nei dettagli indugiando sui passi del racconto dell’uscita dall’Egitto, i canti, il gioco degli sguardi e l’atmosfera serena della festa. Poi, complice l’antica accusa del sangue, deflagra il pogrom. Abraham e Sara riescono a fuggire e a passare sulla sponda opposta del Reno scintillante nella notte. Alla bella Sara “Sembrava che il Reno mormorasse le melodie della Haggadà e che le figure fuoriuscissero dal libro, in grandezza naturale, ma deformate e inaudite: il patriarca Abramo che abbatte angosciato idoli che si ricompongono spontaneamente di continuo; l’egiziano che resiste spaventosamente alla furia di Mosè; il monte Sinai che lampeggia e arde; il faraone che nuota nel mar Rosso, tenendo stretta fra i denti la corona d’oro rostrata; rane dal volto umano che lo seguono a nuoto; le onde che spumeggiano e mugghiano, mentre da esse emerge, minacciosa, una gigantesca mano scura”.

Il Simposio e i Vangeli

Qualcuno obietterà che stiamo barando. Però è stato ampiamente dimostrato che le origini del seder di Pesach vanno rintracciate nel banchetto greco prima e romano poi. In questo senso è un banchetto ordinato, cioè alla lettera un seder, anche il Simposio di Platone, in cui la descrizione di un convito nell’Atene classica si intreccia al dialogo tra Socrate e i suoi interlocutori sull’amore. Allo stesso modo l’opera omonima di Senofonte e numerose altre, non ultima la versione parodica e orgiastica descritta del Satyricon di Petronio. Di simposi l’arte classica offre innumerevoli esempi, rivisitati poi nella versione cristiana dell’ultima cena di Gesù, che era nient’altro che un seder di Pesach secondo quanto riportano tutti e quattro i Vangeli, pur con alcune differenze soprattutto tra i sinottici e Giovanni. Anche se i Vangeli fanno esplicito riferimento al pane azzimo, non si sorrida (troppo) dei bei pani bianchi soffici e lievitati che compaiono in tante raffigurazioni: per gli ebrei di duemila anni fa le regole alimentari, incluse quelle di Pesach, erano molto meno codificate di quanto lo siano oggi.

Dio mio, grazie

La palma del seder più incredibile va senza dubbio a Dio mio, grazie di Bernard Malamud, una favola all’insegna del black humor ambientata in un mondo successivo alla catastrofe nucleare. Unico uomo a sopravvivere, trovando rifugio su un’isola, l’ebreo Calvin Cohn, impegnato in un dialogo non senza asprezze con Dio e nella riedificazione di un mondo migliore. Poiché però di altri uomini non ce n’è più, Cohn trova nelle scimmie la materia prima per fondare una società nuova e più giusta. A un certo punto organizza un vero e proprio seder di Pesach, invitando gli scimpanzé semieducati. Quello che segue è impagabile. Gli ospiti assaggiano le matzot, preparate da Cohn con tanta cura, ma le sputano subito, preferendo foglie di quercia e vino di banane, poi si mettono a ballare mentre la voce del padre di Cohn gorgheggia Chad Gadyà da uno dei pochi dischi sopravvissuti (capita che le scimmie provino ad assaggiare anche questi: insomma, tutto ma non il pane azzimo). Quando alla fine del seder Cohn versa a tutti un bicchiere di vino per brindare al profeta Elia, si affaccia alla caverna il gorilla George, suscitando il panico degli altri primati. Poi il grosso ospite rovescia l’intera tavolata. Cohn frena l’ira – un gorilla indocile è in fondo un cattivo cliente per tutti – e cerca di calmare George ponendogli le quattro domande previste nella Haggadà. Cosa non sorprendente, senza ottenere risposta. Volendole provare tutte racconta allora la parabola evangelica del figliol prodigo – prediletta dallo scimpanzé Buz, che ha una peculiare inclinazione per il cristianesimo – “E il gorilla ascoltò con profluvio di lacrime mentre consumava grandi bocconi di matzà inumidita”. “‘Coloro che seminano in lacrime’, cantava l’appassionato cantore, ‘raccoglieranno in gioia’. ‘Amen’, rispose Cohn. George si fece rintoccare il petto dalla gioia”.

Non è in un libro, ma a proposito di bizzarrie di Pesach non può non essere citato. Qualche anno fa Yaacov Behrman, appartenente al movimento Chabad Lubavitch, raccontò di un seder presso i genitori a New York durante il quale due poliziotti alla ricerca di un cane randagio forse pericoloso suonarono alla porta. Entrati nell’appartamento, videro la maggior parte degli ambienti e tutta la cucina coperti di carta alluminio, un modo con cui in alcune comunità si cerca di evitare ogni rischio di entrare in contatto con qualche granello di cibo lievitato sfuggito alle pulizie. Ma come spiegarlo ai poliziotti, difficilmente al corrente degli usi chabad? Allora il padre di Yaacov decise di imboccare una strada più semplice e spiegò che l’alluminio serviva a proteggere dagli alieni i quali, infatti, non avevano invaso la terra. I poliziotti guadagnarono subito l’uscita. Probabilmente, aggiunge Behrman, non per timore del cane.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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