Joi in Approfondimenti
Ottant’anni dopo, oggi

A ottant’anni dalle leggi razziali, è lecito chiedersi (non senza qualche preoccupazione) come gli italiani guardino a quel passato. E, soprattutto, che cosa vogliano fare del loro presente.

«Ebreo! Sporco ebreo!», nelle calli e sui ponti di Venezia, alcuni, adulti e ragazzi, se lo sentivano dire spesso, soprattutto dagli ex compagni di scuola che ti riconoscevano come tale perché eri appena stato cacciato dall’aula che era stata condivisa per anni. E allora dipendeva dai caratteri, dalle nature. Lo zio Roberto (Sonino), maggiore di tre figli di cui la più giovane era mia mamma Sandra, era un fumantino, un incazzoso. Rispondeva a tono, si prendeva a botte, faceva casino. Gli astanti non intervenivano quasi mai. Fu spedito di gran carriera a studiare in Inghilterra. La sua “avventura”, dopo un po’ di college, terminò in un campo di prigionia, poi un arruolamento nella RAF e il ritorno a casa da suddito di Sua Maestà britannica.

Anniversari, libere associazioni, pensieri e sentimenti. Ottanta anni dopo, oggi.

«Sionista assassino! Fascista!». Nemmeno io porto la kippah, come non la portava lo zio. Gli antisemiti travestiti da ultrà filopalestinesi – lo dico da convinto sostenitore della soluzione “due Stati per due popoli” – non ti picchiano, però ti feriscono profondamente con le parole e la loro assoluta, cieca ignoranza. Premurosi e gentili agenti della DIGOS ti si fanno vicini e ti accompagnano all’entrata di una conferenza. «Sionisti come i nazisti!», gli occhi pieni di odio ti guardano obnubilati e al corteo del 25 aprile ti sputano addosso; centinaia di cittadini, di militanti del PD, di antifascisti ti proteggono e ti applaudono.

 

Italia ieri, Italia oggi: qualcosa è cambiato?

L’Italia non è più quella del 1938/‘39. Di mezzo ci sono, appunto, ottant’anni, infinite vicende personali e collettive. C’è la storia di questi decenni. Eppure Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, constata che «La dignità umana è ancora in pericolo e si assiste a un crescente manifestarsi di atti di intolleranza razziale, odio e pericolosa radicalizzazione. Non pensavamo di veder nuovamente leggi e decreti, democraticamente approvati, che violano fondamentali principi. Atti di intolleranza purtroppo alimentati e legittimati anche da esponenti delle istituzioni».

L’arma più usata, allora come ora, è la menzogna.

Chissà come avrebbe reagito lo zio Roberto alle nuove leggi razziste che sono nell’aria, a frasi come “difesa della razza bianca”, al rinfocolarsi dell’antica ostilità verso i rom, al pestaggio degli omosessuali, all’uso politico di una “invasione” che non c’è, alle madri che ritirano i figli dalle scuole perché ci sono “i neri”. Ha ragione Furio Colombo a rammentare l’orrore della stagione antiebraica, «stagione tragica nella quale una rigorosa propaganda e una paurosa ubbidienza hanno portato a riconoscere all’improvviso differenze che non esistevano e non c’erano mai state, e a operare o accettare respingimenti ed espulsioni (e poi arresti e deportazioni) che un minuto prima sarebbero sembrate impossibili».

Adesso il razzismo si propone nella versione bianchi contro neri, italiani contro stranieri, paura attentamente coltivata che crede nei confini chiusi. L’arma più usata, allora come ora, è la menzogna. Tutto è falso tranne il numero dei morti in mare. Tutto era falso tranne il numero dei deportati. Alla faccia di “italiani brava gente”. Nessun parallelo – che sarebbe errato e blasfemo – con la Shoah, ma assonanze di climi, vocabolario, sentimenti.

 

Combattere la menzogna, usare la memoria

Tutto ciò sarà ratificato da nuove “leggi razziali”? Chissà. Qualche segnale c’è. Noi sappiamo che senza menzogna le leggi razziali non avrebbero potuto esistere. E che la nostra memoria potrebbe e dovrebbe essere utile in senso universale.

«Un tempo», scrive Wlodek Goldkorn ne “Il bambino nella neve” (Feltrinelli, 2016), «si portavano nelle miniere i canarini, sensibili ai gas avvertivano quando la catastrofe era imminente. Memoria significa essere un canarino in miniera, dare l’allarme quando si sente l’acre odore del razzismo».

Ha scritto bene Anna Foa: «Essere razzisti piace a molti, a troppi: vuol dire poter scaricare su altri, dal differente colore della pelle o da non so quale congenita diversità, le proprie frustrazioni, la propria ignoranza, la propria cattiveria. Come suonava nel 1938 il Manifesto della razza: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”. E mi sembra proprio che lo stiano facendo».

Un’immagine indelebile ce la offre Simon Levis Sullam in “I carnefici italiani”. Un libro che ripercorre le retate di ebrei in Italia tra l’autunno del ’43 e la primavera del ’45. Compiute dagli italiani, per mezzo del censimento del 1938 della “popolazione di razza ebraica”, senza l’ausilio né l’ordine dei tedeschi. Membri del ricostituito Partito Fascista, appartenenti alle forze dell’ordine, ma anche semplici cittadini. Potremmo dire, solerti volontari. Oltre centocinquanta persone incarcerate, spogliate dei loro beni (che vengono dati ad altri italiani) e trasferite prima al campo di Fossoli di Carpi (gestito dalla Repubblica Sociale Italiana) e infine ad Auschwitz. Ancora oggi, il mito “Italiani brava gente” gode di ottima salute. È pensiero piuttosto comune che la partecipazione dell’Italia alla Shoah sia stata marginale, accidentale, quasi involontaria. Raramente si ricorda che almeno metà degli arresti di ebrei fu opera di italiani. Perché?

Rispondere significherebbe fare i conti con il nostro passato. E pare proprio che quei conti non vogliamo farli. Ecco il pericolo. Altro che ripetere «Mai più!». Fateci caso, chi difendeva gli Ebrei nel periodo mussoliniano era etichettato come “pietista”, oggi dicono “buonista”, cambia qualcosa? Ascoltateli quando parlano, quando rivolgendosi ai magistrati scomodi minacciano di andare a prenderli sotto casa. Fanno i duri, le ronde, i saluti romani. Non narrano mai la verità. Il loro è un fake-racconto. Lo zio Roberto come avrebbe reagito? Che cosa avrebbe detto? Che sono squadristi.

Anniversari, libere associazioni, pensieri e sentimenti.

Ottanta anni dopo, oggi.

Stefano Jesurum
Redazione JOI Mag
Stefano Jesurum è nato a Milano nel 1951 ed è giornalista dal 1976. Tra i fondatori di La Repubblica, ha lavorato per il Nuovo di Firenze, il Giorno, l’Europeo, il Corriere della Sera, la RAI. Autore di saggi, racconti e romanzi. Attualmente collabora con Gli Stati GeneraliPagine Ebraiche e, ovviamente, JOIMag. Marito di Carla, papà di Rachele, nonno di Annele.

3 Commenti:

  1. Già, proprio così. Basta pensare alle difficoltà opposte in tutte le sedi, dopo la Liberazione, ad una legge che stabilisse una misura collettiva di riparazione a favore dei perseguitati razziali. Solo il PCI e in particolare l’On. Quercioli fecero tutto il possibile per ottenere una legge che prevedesse un adeguato rimborso. Ma tutto si limitò ad un assegno “di benemerenza ” pari al minimo delle pensioni INPS. Ora, a distanza di molte decadi, resta una domanda : che benemerenza è l’essere stato perseguitato ? E’ soltanto uno dei tanti mezzucci usati dalla nostra burocrazia per nascondere la verità……certo il termine ” a parziale copertura dei danni e delle violenze previste dalle Leggi Razziali a carico degli ebrei ed applicate dall’Ottobre 1938 al 1945 ” non sarebbe stato diplomatico…..

  2. Bravo Stefano! Bisogna rinfrescare la memoria e far conoscere ai giovani gli eventi su cui la scuola ha molto spesso sorvolato, senza nulla togliere a quegli insegnanti che invece hanno fatto dei lavori straordinari con i loro studenti sul tema razzismo e antisemitismo …ma purtroppo non sono la maggioranza.


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