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Granada, città ebraica nel sud della Spagna

Un viaggio tra la storia e la memoria di un luogo che fu di convivenza e creatività

Oggi si chiama, semplicemente, Granada. Quando però nell’VIII secolo i mori la occuparono la trovarono abitata da così tanti ebrei da chiamarla Garnata al yahud, ossia Granada dei giudei. Basterebbe questo a suscitare un certo interesse per questa magnifica città dell’Andalusia, nel sud della Spagna, situata ai piedi della Sierra Nevada a più di settecento metri sul livello del mare e a 80 chilometri dalla costa più vicina (che pure cade nella stessa provincia). Se poi si pensa al suo monumento più spettacolare e simbolico, l’Alhambra, ecco che qualche altra lampadina si accende, e gli eventi che illumina non sono sempre belli.


Tornando al nome della città, come sempre accade nelle questioni toponomastiche le opinioni sono contrastanti. C’è chi ritiene che Granada derivi dal termine latino granatum, e quindi da melograno, altri che sia di origini arabe e che si leghi all’espressione gar-anat, ossia “collina dei pellegrini”. In ogni caso, parliamo di un luogo colonizzato fin dal V secolo a.C., ben noto ai Romani, fondato dai Visigoti e poi occupato dai mori nel 711.
Come si è detto, già all’epoca del loro arrivo gli arabi vi avrebbero trovato una numerosa comunità ebraica e pare che sia stata questa stessa popolazione ad avere aiutato le guarnigioni nel loro insediamento. Concentrati perlopiù nel quartiere del Realejo, ai tempi gli ebrei ricoprivano un’importanza primaria nell’economia, nella politica e nella cultura cittadina. Del resto, le prime testimonianze della loro presenza si avrebbero già nei canoni del Sinodo di Elvira, tenutosi nei primi anni del IV secolo nell’antica città di Eliberri corrispondente, si pensa, all’attuale Granada. Tesi a regolamentare la condotta dei cristiani, i canoni si occupavano ampiamente dei rapporti con la comunità ebraica, denunciandone quindi una presenza significativa.
La convivenza tra mori ed ebrei non sarebbe stata sempre priva di attriti, ma non si può negare che all’epoca del califfato omayyade (755-1013) la comunità ebraica di Granada fosse una delle più importanti di tutta la Spagna. Quando nell’XI secolo la città divenne un principato indipendente, gli ebrei parteciparono in maniera attiva alla sua amministrazione, con rappresentanti al governo del calibro di Samuel ha-Nagidnon, rifugiato ebreo di Cordoba poi diventato visir e comandante militare dello Stato. Ai tempi, si ritiene che la popolazione ebraica in città contasse intorno alle cinquemila unità, circa il 20 per cento di quella complessiva. Nei secoli successivi, prima con il governo del figlio di Samuel, Joseph, e poi sotto le dinastie almoravide e almohade, la comunità fu messa ai margini dal governo della città quando non costretta all’espulsione o addirittura trucidata come avvenne nel massacro del 30 dicembre 1066. L’ultimo periodo di relativa tranquillità prima dell’arrivo di Isabella e Ferdinando avrebbe coinciso con il governo dei Nasridi, saliti al potere nel 1232 e qui rimasti fino al fatidico anno 1492 e al decreto di Alhambra, dall’antica sede reale che domina la città.

Oggi le passate fortune della comunità ebraica si possono solo immaginare passeggiando in quello che un tempo era il loro quartiere. Compreso tra i due fiumi cittadini, il Darro e il Genil, la “città dei giudei” ora porta il nome di Realejo. Leggenda vuole che Isabella e Ferdinando percorsero le sue vie nell’ascesa al palazzo fortificato che in effetti si colloca esattamente alla sua sommità. Un tempo centro di convivenza tra ebrei e musulmani, questo intrico di strade arrampicate lungo la collina ha conosciuto nei secoli infinite rivoluzioni.
Considerato come uno dei più affascinanti quartieri del centro storico, mantiene ben poche memorie materiali delle sue glorie trascorse. La comunità scacciata oltre mezzo millennio fa non vi ha ufficialmente potuto mettere più piede fino al 1858, e in seguito non si è comunque rifondata, nonostante la recente legge del ritorno che apre le porte ai discendenti degli antichi abitanti. Solo poche famiglie ebraiche vivono in città e non esistono sinagoghe né altri centri comunitari. Piccoli dettagli, però, impediscono alla memoria di svanire completamente. Sono indizi riconoscibili ad esempio nella conformazione del quartiere, soprattutto nella parte alta, dove le stradine e le scalinate interrotte solo da spettacolari belvedere riproducono la conformazione della città medievale.


Qui è facile immaginare le vecchie case, così come figurarsi le attività di quei commercianti poliglotti che tanto avevano viaggiato prima di trovare qui un governo, almeno per un certo tempo, accogliente. Nota non solo per i beni materiali prodotti e venduti, ma anche per le notevoli opere di pensiero, Granada era stata la casa di intellettuali e scienziati tra i più importanti dell’epoca. A uno di questi, Yehuda Ibn Tibon, è dedicata la statua che si incontra in Calle Pavaneras, non troppo lontano dalla piazza intitolata all’artefice, insieme al consorte, della distruzione di gran parte del quartiere originario, Isabella la Cattolica. Realizzata dallo scultore locale Miguel Moreno, l’opera è stata donata nel 1988 alla città di Granada da un discendente dello stesso Yehuda, l’italo messicano Gutierre Tibón.


Filosofo, medico, poeta e importante traduttore ebreo, Yahuda è raffigurato con una mano alzata e l’altra al petto e uno sguardo distratto. Figlio di un medico, era nato a Granada nel 1120 e ad appena 28 anni si era trasferito a Toledo per poi abbandonare la Spagna per la Francia intorno al 1150 e morire a Marsiglia una quarantina di anni dopo. Padre di Samuel, traduttore a sua volta, aveva con il figlio contribuito alla diffusione in Europa della scienza araba nonché di opere ebraiche in lingua araba contenenti principi di filosofia musulmana e greca.

Proseguendo lungo Calle Pavaneras, nota secoli fa per le botteghe di tanti conciatori, artigiani e commercianti di tessuti ebrei, si incontrano alcuni dei luoghi storicamente e culturalmente più significativi della città. Si passa dal Convento di San Francisco Casa Grande, la cui chiesa era stata costruita nel 1507 dove un tempo sorgeva una moschea, nell’attuale Plaza Padre Suárez, alla Casa de los Tiros, antica fortezza del XVI secolo oggi museo della storia della città e un tempo proprietà della famiglia Granada-Venegas, stirpe di nobili musulmani convertiti.
È imboccando però vie laterali come Calle San Matias e le vicine Calle Jazmin, Calle Laurel o Calle Horno de San Matías che si intuiscono tracce degli antichi abitanti del quartiere, con case e palazzi, portali e facciate che in qualche modo ricordano il loro passato moresco ed ebraico. È più che credibile che anche le sinagoghe fossero collocate in questa zona, ma per quanto si pensi che la principale sorgesse dove oggi si trova il quartier generale militare del MADOC, in Plaza de las Descalzas, non vi è nessuna certezza al riguardo.
Imboccando infine uno degli strettissimi vicoli che partono da Cuesta de Rodrigo del Campo si giunge a quello che è probabilmente l’omaggio più significativo al passato ebraico di Granada. In Placeta Berrocal si trova il Centro de Memoria Sefardi, che dà l’idea di quella che doveva essere una tipica casa dell’antico quartiere. Dedicato come suggerisce il nome alla storia sefardita, questo centro educa i visitatori alla cultura ebraica proponendo mostre e una piccola collezione di libri. Gestito da una coppia di ebrei ortodossi tornati a vivere nella città che cinquecento anni prima aveva scacciato i suoi antenati, il piccolo museo è un esempio di resilienza e forza d’animo pari solo alla gentilezza con cui i responsabili accolgono e guidano i visitatori dell’antica Granada dei giudei.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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