Cultura
I migliori libri di Joimag: 25 letture del 2021

Romanzi, saggi e poesie nelle nostre recensioni

Rachel Bluwstein, a cura di Sara Ferrari, Interno Poesia. A curare questo prezioso volume è Sara Ferrari, docente di lingua e cultura ebraica all’Università di Milano, che regala al pubblico italiano la prima raccolta di poesie di Rachel Bluwstein per l’editore Interno Poesia. Un’antologia con testo ebraico a fronte che accompagna per mano il lettore nel mondo di Rachel, mito sionista e simbolo mai scalfito dal tempo del movimento pionieristico ebraico, tanto che il suo volto compare sulle banconote e sui francobolli d’Israele. Ma le sue poesie, in realtà, sono rimaste a lungo incomprese, se non etichettate come composizioni “occasionali, private, sentimentali, addirittura dilettantistiche”. Come scrive Ferrari nell’introduzione, nessuno dei peggiori stereotipi della cosiddetta letteratura femminile è stato risparmiato alla poesia di Rachel, addirittura utilizzandoli anche per darne valutazioni positive, quasi a dire che “l’ispirazione poetica di una donna per definizione sia inadeguata a esprimere intenti poetici vigorosi e di più vasto respiro e debba svolgere una funzione decorativa”.

La sua semplicità infatti è stata a lungo travisata e Sara Ferrari ci avverte: il suo utilizzo, nell’ars poetica di Rachel, è obliquo e molto spesso ironico, magari anche in contrapposizione con la magniloquenza dei suoi colleghi. La via indicata dalla curatrice e traduttrice è molto interessante e in effetti basta seguirla per scoprire una poetessa estremamente raffinata, capace di parlarci oggi con una potenza di fuoco davvero significativa.

Il posto degli ebrei, una riedizione del libro di Amos Luzzatto per Garzanti. Un libro senza tempo, da leggere tutto d’un fiato, dalla prefazione di Milena Santerini alle conclusioni dell’autore, che nell’affrontare principalmente la questione relativa all’identità del popolo ebraico, non pretende di dare una soluzione, ma si propone di affrontarla con linfa nuova, con la lucidità di un uomo di scienza e la sensibilità di chi ha fatto dell’integrazione e della multiculturalità dei valori fondamentali.
Con l’inesauribile energia intellettuale dell’autore, il saggio apre continuamente nelle sue pagine spunti di riflessione sulla figura dell’ebreo, troppo spesso mal tollerata nell’Europa dei nazionalismi che non sa accogliere al suo interno componenti diverse e dalle identità sfaccettate.
Luzzatto avverte il lettore che «ogni discorso relativo alla definizione e alla descrizione dell’ebreo sarebbe comunque rischioso se limitato a uno spaccato istantaneo della dimensione temporale», e infatti sarà lui stesso a porre dei limiti alla validità e al senso della domanda su chi siano gli ebrei, e a sottintendere successivamente che questa domanda non può mai avere una risposta univoca in quanto implicherebbe automaticamente diverse categorie da analizzare, nell’interrogarci se dobbiamo dare una risposta in termini di razza, di religione o di appartenenza ad uno Stato. Inoltre il suo approccio ha un taglio obliquo, comprensivo di una profonda coscienza storica, un’analisi delle trasformazioni e dell’evoluzioni dei processi, non perdendo mai di vista l’intreccio di fattori come fede, cultura, geografia e politica.

Zatleh la capra, un libro di Isaac B. Singer illustrato da Maurice Sendak nella traduzione di Elisabetta Zevi, Adelphi. La storia di Zlateh la capra, è uno dei sette racconti di questa raccolta di fiabe scritte da Isaac Bashevis Singer e magistralmente illustrate da Maurice Sendak (sì, proprio l’autore di Nel paese dei mostri selvaggi) appena uscita per Adelphi nella traduzione di Elisabetta Zevi. Le vicende si intrecciano con i festeggiamenti di Hannukkà, festività imminente in tutte le vicende, oppure in corso, con qualche diavoleria…

La storia del dodicenne Aaron e della sua coetanea capra Zlateh è una favola d’amore, una storia sul rispetto e una fiaba sulla convivenza. Oppure anche su come sopravvivere alle difficoltà della vita o, più profondamente, su quanto sia importante la soliderietà tra esseri viventi. Poi ci sono gli stolti abitanti di Chelm, la cittadina governata dagli Anziani non meno stolti dei suoi bitanti, che credono che la neve sia un manto d’argento pieno di brillanti e altre pietre preziose, caduto dal cielo per risolvere i loro problemi economici. Decidono di farne provvista, ma la neve preziosa non va calpestata, così mandano un messaggero di casa in casa ad avvisare tutti i cittadini di non uscire . Ma per paura che il messaggero a sua volta rovini quel manto prezioso e luccicante, lo fanno trasportare su un tavolo, portato da quattro uomini…

L’ironia non manca mai. Ma anche un senso di solidarietà, comprensione e rispetto dell’uomo per l’uomo, che ben si esprime nell’augurio che Singer lancia nella sua introduzione: “Spero che quando i lettori di queste storie diventeranno uomini e donne ameranno non solo i loro bambini, ma tutti i bambini buoni del mondo”.

Dove gli ebrei non ci sono di Masha Gessen, Giuntina. La scrittura di una storia del passato assolve di solito a due scopi. Innanzitutto, come è ovvio, contribuisce alla conoscenza degli eventi descritti; non meno importante, e forse meno ovvio, dice qualcosa del presente, cioè del contesto in cui l’autore vive e dell’autore stesso. Questa impressione è particolarmente forte leggendo il recentissimo libro di Masha Gessen Dove gli ebrei non ci sono. La storia triste e assurda del Birobidžan, la regione autonoma ebraica nella Russia di Stalin (Giuntina), un volume che indaga la politica criminale di Stalin ma indirettamente dice qualcosa anche della Russia contemporanea, la Russia di Putin.

La forma della mente, un giallo fantastorico di Vincenzo Pinto edito da Belforte. È un libro strano La forma della mente di Vincenzo Pinto (Belforte), uno di quelli che possono piacere o no, ma difficilmente lasciano indifferenti. A dire in quali territori ci troviamo è la banda gialla sul fondo nero della copertina, autentica dichiarazione di genere: “giallo fantastorico”. Fantastico, perché di pura invenzione è la vicenda. Storico, perché storico è il contesto: Auschwitz e Cracovia tra gennaio e marzo 1945, ed è inutile aggiungere particolari d’ambiance. Ma storici, soprattutto, sono i modi di pensare, di situarsi nel mondo, di relazionarsi con gli altri dei numerosi protagonisti: nazisti, comunisti sovietici, soldati dell’Armata rossa, ebrei sopravvissuti alla Shoah, sionisti, polacchi. Sulla gelida copertina vediamo un cielo pieno di stelle, la grande luna piena in alto, una distesa imbiancata di neve in basso e, al centro, la cancellata di Auschwitz, quella che tutti abbiamo negli occhi, con sopra la scritta atroce da cui pende, semitrasparente, un cadavere impiccato che veste la divisa dell’Armata rossa. Un’ altra figura, questa volta in nero, addita la schiena della prima. Quello che più colpisce non è il gesto, che verrà chiarito nel corso della lettura, bensì la distorsione del sadico slogan sulla cancellata: Arbeit Mach Frei. Non è un refuso, la T di Macht giace a terra, nella neve, sotto il corpo appeso senza vita.

Con La forma della mente Vincenzo Pinto, saggista, traduttore e storico che da anni si occupa di sionismo e di ideologie del primo Novecento (ha curato tra le altre cose l’edizione critica di Mein Kampf) si avventura nelle regioni della narrativa, cioè della finzione. Il risultato è un thriller ingarbugliato e inquietante dal finale aperto, primo capitolo di una serie di volumi con cui l’autore vuole ripercorrere i tre anni decisivi che vanno dalla liberazione di Auschwitz alla nascita dello stato di Israele.

Il cortile del mondo. Nuove storie dal ghetto di Venezia, a cura di Shaul Bassi, Giuntina. Se è vero che la storia dei ghetti e dei loro abitanti va sempre letta “al di fuori di narrazioni univoche”, come scrive Shaul Bassi nell’introduzione, questo libro, Il cortile del mondo, ne è la prova. Ma attenzione: non si parla di ghetti in epoche antiche, bensì del ghetto di Venezia oggi, precisamente nel 2016, anno in cui diversi scrittori sono stati ospiti dei suoi palazzi, dei suoi campi e delle sue calli con l’obiettivo di raccontare quel luogo oggi. O forse di farlo parlare, perché le case, le strade, le piazze, per non dire delle sinagoghe e dei musei, custodiscono storie antiche, capaci di farne scaturire di nuove.

Il 2016 naturalmente non è stato scelto a caso: in quell’anno il ghetto ha compiuto mezzo millennio. Allora Shaul Bassi con Sara Civai e Lucio De Capitani sono arrivati al progetto che ha permesso di confezionare questo prezioso volume: reimmaginare il ghetto per il ventunesimo secolo. Ovvero, scrittori internazionali che in cambio dell’ospitalità nel ghetto di Venezia e di una immersione nella sua lunga storia, avrebbero prodotto un testo capace di rivisitare, appunto, l’idea di ghetto.

Il risultato è Il cortile del mondo, un titolo che è anche un manifesto. Perché ghetto, nella parlata ebraico veneziana veniva detto hasèr, la versione veneziana dell’ebraico chatzèr, cortile. Quel luogo di incontro, di chiacchiere e pettegolezzi, dove tutti si conoscono. Nel nostro cortile si incontrano autori come Amitav Gosh, Stanley Gazemba, Anita Desai, Doron Rabinovici, Marjorie Agosìn, Laura Forti e altri ancora.

Honey on the page, Miriam Udel. Sarebbe un errore considerare Honey on the Page un semplice libro per bambini. O meglio, che lo sia è indubbio, ma né il suo messaggio né i suoi destinatari possono essere sottovalutati. Questo, almeno, è quello che pensa Miriam Udel, la professoressa e rabbina ortodossa di Atlanta che ha curato la raccolta di 47 testi, tra poesie e racconti, di letteratura yiddish per l’infanzia. Secondo quanto dichiarato dalla studiosa a Forward, sarebbe impossibile capire la modernità ebraica senza conoscere questo importante corpus narrativo. Tutto nasce dall’interesse per il ruolo svolto dalla letteratura secolare nella trasmissione dei valori etici. «Come mai», si chiedeva Miriam, «i bambini delle scuole medie discutono di dilemmi morali a lezione di inglese e non mentre studiano filosofia?». Su suggerimento di una dei suoi insegnanti, la professoressa di letteratura yiddish Ruth Wisse, che le ricorda come il processo di secolarizzazione fosse avvenuto più rapidamente tra gli ebrei dell’Europa orientale rispetto a quasi tutti gli altri gruppi etnici, Miriam diventa così insegnante di yiddish.
Una volta diventata docente di yiddish alla Emory University, la Udel si avvicina ai testi per bambini, inizialmente alla ricerca di testi facili da far leggere ai suoi studenti. Scoprendo ben presto che tra le migliaia di storie e poesie che giacciono per lo più dimenticate nei libri e nelle riviste yiddish della prima metà del XX secolo ci sono tesori che sarebbero utili ai genitori ebrei contemporanei…

Ariel e Azra, un libro di Diego Venturi. La storia di Ariel e Azra è una favola d’amore. Narra le vicende di un ragazzo ebreo e di una ragazza rom, dei loro rispettivi mondi, di un’avventura vissuta insieme e dei loro sentimenti, grandi, forse più grandi di loro, in una città estranea per entrambi. La storia di Ariel e Azra è la vera storia dei due protagonisti, che si incontrano a Roma, sul finire degli anni ’80. Ma  è anche la vera storia dell’autore del libro, Diego Venturi, che scrive innanzitutto per i suoi figli: “Vi parlerò di ebrei e di zingari e del loro splendido mondo”, scrive nell’introduzione dedicata a loro, “Due cose che ancora oggi possono risultare una complicazione nella vita. Si possono ricevere insulti, ingiurie, provocazioni e anche umiliazioni.
Si può essere definiti “diversi” in modo dispregiativo. “Diverso” è colui che si presenta con una identità, una natura nettamente distinta rispetto ad altre persone che, in qualche modo, hanno dettato, in un certo luogo e in un certo tempo, un canone di “normalità”. E invece, sapete?, essere “diversi” è un patrimonio, una ricchezza”.

Forse mio padre, Laura Forti, Giuntina. Il romanzo è del 2020, ma nel 2021 ha vinto il Premio Mondello, il Mondello Giovani e il SuperMondello.

Forse mio padre è appena arrivato nelle librerie, con la sua copertina pop fatta di tre fotografie riprodotte dentro bolli rossi che ritraggono una bambina con i capelli lunghi, un cagnetto e un signore elegante con il cappello in testa. Sottili fili grafici uniscono i tre elementi quasi a far pensare a un rebus o a una formula chimica. Il rebus è intituivo, perché il titolo fornisce tutti gli elementi necessari per decifrare che stiamo per affronatre la storia di una bambina, del suo cane (o di chi?) e di una figura paterna definita da quel forse del titolo. La formula chimica invece, si scoprirà leggendo, è quella della memoria. Della memoria di Laura Forti, l’autrice del romanzo.

Sì, perché prima di tutto Forse mio padre è un romanzo. E in quanto tale ha la sua portata fantastica: “Via via che scrivo mi sembra di sprofondre nella melma, di affondare in sabbie mobili dove non ho punti di appiglio o riferimenti. Mancano i fatti e le informazioni. L’invenzione sostituisce la memoria”, scrive Laura Forti. Mentre cerca informazioni e si accontenta delle pochissime in suo possesso, ricostruisce la sua storia personale, qualla di una donna adulta che all’improvviso scopre, per rivelazione materna, di non essere figlia dell’uomo che ha chiamato padre per tutta la vita. Comincia così un viaggio identitario meticoloso, in una scrittura introspettiva e storica insieme, come se l’Angelus Novus di Paul Klee guidasse l’autrice nella storia e nel futuro contemporaneamente. Che cos’è il tempo infatti in un romanzo pensato per ritrovare la biografia di un padre assente, in una scrittura immersa nei sentimenti di una bambina prima e di una donna poi, intrecciata con la vita di un’altra figura femminile, quella della madre dell’autrice, eroica, forte, spavalda e fragilissima insieme, in un viaggio che comincia prima della promulgazione delle leggi razziali per concludersi nel 2020 (o forse mai)? La risposta la fornisce Forti stessa quando, nelle prime pagine, scrive: “Scegliere era l’atto creativo che poteva liberarmi dal destino, dal fardello dell’attaccamento e dell’avversione. Scoprire lo specchio, guardare il demone e passare ad altro. Perdonare e andare avanti”.

La resistenza ebraica in Europa. Storie e percorsi 1939-45, di Daniele Susini, Donzelli. Nei primi decenni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale le reazioni degli ebrei durante la Shoah sono state raramente oggetto di riflessione e dibattitto, fatta eccezione la rivolta del ghetto di Varsavia, episodio maggiormente conosciuto o, più in generale, per i combattimenti armati contro i persecutori, oppure l’opposizione politica al nazismo. Daniele Susini, autore del volume La Resistenza ebraica in Europa (Storie e percorsi 1939-1945, Donzelli, 2021, euro 28.00) documenta come le ribellioni armate siano state più numerose di quanto si è soliti pensare, inoltre considera altre importanti forme, poco conosciute, di resistenza. Susini ci spiega come il popolo ebraico abbia cercato di opporsi alla sua distruzione: il solo fatto di rimanere in vita, di sopravvivere significava non abbattersi, non lasciarsi andare totalmente all’opera di annientamento psicologico, oltre che fisico pianificata e attuata dai nazisti, attaccarsi al più piccolo conforto o barlume di speranza significava mettere in atto una vera e propria rivoluzione.

Tela di cipolla, un romanzo di Myriam Moscona, traduzioni di Alessia Cassani e Ana Marìa Gonzáles Luna, Guida. Tela di cipolla, un titolo che sembrerebbe rimandare alla scarna concretezza del quotidiano, cela inaspettatamente una chiave di lettura al testo che scava in profondità, nelle radici della coscienza individuale e collettiva. L’indizio in tale direzione psicologica si fa scovare appena voltato il frontespizio: “El meoyo del ombre es tela de sevoya”, “La mente è come tela di cipolla”. La sapienza atavica e arcana di un proverbio in giudeo-spagnolo sarà infatti il filo rosso intorno cui si dipana un mosaico narrativo sotto spoglie autobiografiche (verosimili, più che dichiaratamente veritiere) costruito dall’autrice, la poetessa e giornalista messicana Myriam Moscona, come progetto di ricerca delle proprie radici. Tradurre questa accumulazione di sfumature centrate sul mezzo linguistico – l’uso bilingue del giudeo-spagnolo – è una sfida vinta dalle curatrici dell’edizione italiana, Alessia Cassani e Ana María Gonzáles Luna, docenti di lingua e letteratura spagnola alle Università di Genova e Milano-Bicocca. Il sapore straniante dell’alternanza castigliano-judezmo (uno dei molti nomi del giudeo-spagnolo) rimane intatto grazie alla scelta di lasciare il giudeo-spagnolo in giudeo-spagnolo, integrandolo di seguito con la traduzione italiana. La pubblicazione di Tela di cipolla getta luce sulla cultura sefardita che, con l’accorata rievocazione della sua lingua, il giudeo-spagnolo, sta vivendo una nuova primavera.

La vita come dramma, di Elsa Bernstein, traduzione di Claudia Crivellaro, Elliot. “Sempre più spesso mi chiedo cosa sia determinante per l’essere umano: il carattere o la religione? Il carattere è sempre innato, la religione viene trasmessa. Così potremmo dire che è il carattere ad andare alla ricerca del proprio credo e non il credo a trovare il carattere che più gli è proprio. Ogni religione invecchia, alla fine non è altro che una buccia appassita destinata a cadere. E quando il terreno del tempo torna ad essere adeguatamente fertile, il nocciolo, così liberato, può dare vita a nuovi germogli lasciando lo spirito sempre uguale a se stesso, al di là della sua vecchia o nuova veste religiosa”. Poche pagine prima invece si legge: “Dopo un meritato riposo pomeridiano, la serta al concerto dell’associazione di musica da  camera. Händel e Bach”. O anche: “Il pomeriggio sono invitata dal professor Loewy al primo piano, ci siamo incontrati una volta dagli Hirsch. (…) Vengo accolta con un calore che mi fa bene, ricevo un bicchiere di vero tè, l’ospitalità è davvero eccellente nella casa delle celebrità“. Forse questa ultima loculzione, casa delle celebrità, avrà fatto da indizio per capire dove siamo. Il luogo in cui vengono scritte queste parole e quello in cui avvengono i fatti narrati è il campo di concentramento di Terezín. L’autrice è Elsa Bernstein, internata in quella che veniva chiamata appunto Casa delle celebrità, un edificio del campo che ospitava personaggi di spicco della società dell’epoca a cui era riservato un trattamento particolare. E di cui la Bernstein fornisce un ritratto spietato nel suo La vita come dramma. Memorie dal campo di Terezín, appena pubblicato in Italia per l’editore Elliot nella traduzione di Claudia Crivellaro e a cura di Rita Blake e Birgit Kiupel.

Resta ancora un po’, romanzo di Ghila Piattelli, Giuntina. Si può scrivere un perfetto romanzo israeliano in una lingua che non sia l’ebraico? Sembrerebbe impensabile, data l’assoluta centralità che l’esperienza anche linguistica riveste nella narrazione di Israele e della sua storia. Eppure col suo romanzo d’esordio, Resta ancora un po’ (casa editrice La Giuntina), Ghila Piattelli ci è riuscita. ome in ogni romanzo israeliano che si rispetti, al centro della scena c’è la famiglia. Una famiglia apparentemente modello – genitori di successo, più che benestanti, tre figli – ma in realtà disfunzionale, attraversata da segreti e da silenzi laceranti. Che cosa nasconde Ahuva, la madre, nella distanza che si ostina a porre tra se stessa e il mondo che la circonda? Che cosa cela il freddo che la divora, ormai da decenni? Al termine del cammino, Resta ancora un po’ è soprattutto un romanzo sull’amore, che ha il pregio straordinario di non essere mai sentimentale. Con una scrittura garbata e ironica Ghila Piattelli riesce a raccontarci i mille volti dell’amore.

Decontaminare le memorie. Luoghi, libri, sogni, di Alberto Cavaglion, add editore. Una passeggiata lungo il campo di concentramento di Fossoli, da cui sono transitati Primo Levi e buona parte dei deportati italiani, una visita a Villa Emma a Nonantola e la torre della Ghirlandina a Modena rappresentano lo spunto della riflessione dello storico italiano Alberto Cavaglion, autore del libro Decontaminare le memorie. Luoghi, libri, sogni. Così Alberto Cavaglion traccia le tappe di un percorso che si snoda sulle svariate possibilità di lettura dei luoghi della memoria e del loro intrinseco rapporto con il paesaggio circostante, con un taglio che non poggia mai sui metodi critici più tradizionali, con uno sguardo intenso per il notevole impegno teorico, ma delicato nell’affrontare la controversa relazione tra “umano” e “naturale”. Quel continuo intreccio tra le azioni dell’uomo e quello della natura nell’inerme passività del luogo quando esso subisce il trauma dell’orrore, quando viene stravolto diventando oggetto di un’atrocità e di una violenza umana, quando viene obbligato all’ingrato compito della testimonianza, del portare il segno di quello che è accaduto. Il luogo della memoria offre così allo spazio che lo circonda la tragedia della sua stessa trasformazione, il suo divenire “altro”, non essendo più un luogo qualunque: entra nella storia e se ne fa carico, salvo poi il lento e inesorabile riappropriarsi della natura «che caccia da questo suo regno tutti i viventi».

Il viaggio e l’ardimento, un libro di storie di Vittorio Robiati Bendaud, LiberiLibri. Estellina Conat aprì una stamperia insieme al marito nel 1472 a Mantova. Insieme, uniti da un’intesa formidabile e da un amore intenso quanto il loro lavoro con i caratteri mobili, pubblicavano testi di grandi rabbini, studiosi e commentatori e lei, bella quanto determinata, selezionava le opere cui dedicare le sue fatiche, controllava i testi e stava al torchio con una sapienza sopraffina, che si combinava a uno studio approfondito e appassionato. Non era certo usuale all’epoca vedere una presenza femminile in un luogo simile, tanto che Messer Leon, alias Yehudah ben Yehiél, dottissimo medico e rabbino che si rivolge alla coppia Conat per opporsi alla divulgazione di un’opera discussa e contestata di Levì ben Gershon, non si esime, secondo il racconto, dal commentare tanto impegno nel lavoro di stampatrice – studiosa della signora. Non usa parole delicate, ma denotano lo stupore incontrollato dello studioso nel vedere tanto ardore nello studio e nella correzione delle pagine fresche di stampa da parte della moglie di Avraham Conat, cui dice: “Vostra moglie si occupa anche di cucina con tanta solerzia?”. La risposta è prontissima: “E vostra eccellenza sa che la buona educazione precede sempre l’apprendimento e lo studio della Torah?”.

La storia di Estellina è quella della prima donna stampatrice ebrea, ma è anche una storia d’amore profonda e commovente nel contesto di un’Italia ebraica in grande fermento culturale. A raccontarla, insieme ad altre otto vicende, è Vittorio Robiati Bendaud nel suo Il viaggio e l’ardimento (LiberiLibri), una meravigliosa passeggiata nelle Marche che inizia nel 1400 (e non si è ancora conclusa), tra storie ardimentose quanto rivoluzionarie e viaggi di dottissimi medici e sapienti.

La scena umana, catalogo ragionato dell’arte pittorica di Marc Chagall di Sylvie Forestier, Jaca Book. Si intitola La scena umana il catalogo dell’opera di Marc Chagall messo a punto da Sylvie Forestier, massima studiosa del pittore russo. Un titolo di grande respiro che cerca di restituire l’ampiezza del lavoro di Chagall e delle sua poliedrica personalità. Nell’introduzione Forestier infatti parla del suo libro come avvicinamento all’opera di Chagall, di cui propone un’antologia di dipinti. E in effetti avviene proprio questo. Perché il lettore si trova a seguire una messa a fuoco di ogni singola opera attraverso un’analisi che procede dall’insieme al particolare, e ancora all’assieme, lungo un percorso fotografico.

Prigionieri della storia. Che cosa ci insegnano i monumenti della seconda guerra mondiale sulla memoria e sui noi stessi, un saggio di Keith Lowe, Utet. Chiunque intraprenda la lettura di questo libro, potrebbe essere incuriosito già dal titolo, Prigionieri della storia, per chiedersi fin dall’inizio che cosa significa esattamente essere prigionieri della storia? La risposta è da individuare in due differenti prospettive di lettura: trovandosi di fronte ad un’analisi critica sull’importanza dei monumenti nella storia dell’uomo, mentre si riflette sulla funzione liberatoria degli stessi dalla tirannia del passato, immediatamente si percepisce il contrario: proprio i monumenti potrebbero renderci prigionieri del nostro passato e quindi della storia.
A questa domanda e ad una serie di altri interrogativi l’autore cerca di rispondere proponendo innanzitutto un taglio ben preciso all’analisi che intraprende: tiene in considerazione i monumenti realizzati negli ultimi decenni, precisamente quelli che si riferiscono alla Seconda Guerra Mondiale, riflettendo su come è cambiato il loro ruolo, ed anche il loro aspetto, sia nella modalità del ricordo e sia nell’importanza politica e pubblica che gli viene data. Va da sé che insieme alle modalità di commemorazione, sono cambiati anche i valori che i monumenti e i memoriali rappresentano.

Revolt, un saggio di Nadav Eyal, La Nave di Teseo. “Nel mondo post-bipolare i conflitti riguardano meno l’ideologia (comunismo vs. capitalismo liberale, per esempio) e più spesso l’identità etnica e religiosa”.
Diversamente: “Le guerre odierne riguardano meno ciò che pensi, o che un paese vuole da un altro, ma più chi sei” [p. 312]. Potremmo condensare gran parte della riflessione di Revolt di Nadav Eyal in queste poche righe. Non credo che sia sufficiente, anche se non sarebbe sbagliato.
Credo che per fare i conti con le molte questioni che Revolt propone, occorra ad un tempo adottare uno sguardo lungo, ma anche individuare dove sta il nucleo generativo del suo tormento.

In sintesi: il nucleo generativo dello sguardo lungo sta nella profondità della crisi che attraversiamo; il nucleo generativo credo che Eyal lo individui nel punto di crisi del paradigma societario della sua realtà politica, sociale e culturale, ovvero Israele. Non riguarda la questione guerra/pace, bensì quella relativa al patto sociale per lo sviluppo. Alternando reportage, ricordi personali e studi storici e geopolitici, Eyal invita a considerare le ragioni di complottisti, rivoltosi e noglobal che, spiega, condividono molte più cose di quanto sembri. E suggerisce che l’unico modo per uscire da questa crisi delle crisi è immaginare un governo globale capace di rispondere a bisogni sempre più impellenti.

L’estate di Aviha, un romanzo di Gila Almagor, traduzione di Paola Maria Rubini, Acquario. Lei è Gila Almagor, splendida signora del teatro e del cinema d’Israele, che dal 1956 non ha smesso di incantare gli spettatori e di mietere successi, in patria e all’estero. Interprete poliedrica e di rara intensità, nel corso della propria carriera Gila Almagor non ha disdegnato brevi ma significative incursioni anche in altri territori, principalmente in ambito letterario. Il suo primo libro – L’estate di Aviha, uscito nel 1985 – è, infatti, una delle opere letterarie più iconiche della cultura d’Israele. Finalmente, dopo esser stato tradotto in undici lingue e aver conosciuto un’eccellente elaborazione cinematografica nel 1988, questo piccolo gioiello arriva anche in Italia, annunciandosi come una delle novità più rilevanti dell’anno. Esce, infatti, oggi in tutte le librerie italiane, grazie a un notevole lavoro di traduzione e curatela da parte di Paola Maria Rubini e alla lungimiranza di Acquario Libri, un piccolo editore indipendente che ha saputo riconoscere l’indiscutibile valore di questa storia. Che è, prima di tutto la storia di un’infanzia, di una vita, quella di Aviha – dietro la quale si cela la stessa Almagor – ma è anche la storia di una nazione colta nel suo faticoso divenire. L’estate di Aviha è, infatti, una grande testimonianza della Seconda Generazione della Shoah, la quale ci appare ancor più potente e tragica perché vissuta da una bimbetta di dieci anni. Se anche voi vi innamorerete di Aviha, non abbiate paura: la sua vicenda non termina con l’ultima pagina di questo libro, ma prosegue in un secondo volume intitolato Etz ha-domim tafus. Chissà se presto il ciclo potrà essere compiuto. Noi speriamo di sì.

Un cazzo ebreo, di Katharina Volckmar, La nave di Teseo. Si fatica decisamente a leggerlo. Perché Un cazzo ebreo di Katharina Volckmer è davvero irritante. E benché sia chiaro sin dalle prime righe l’obiettivo di infastidire profondamente il lettore, è impossibile non cedere alla tentazione di chiudere il libro. “Trasgressivo, dissacrante, divertente” lo ha definito The New Yorker e l’edizione italiana de La nave di Teseo riporta il tris di aggettivi in copertina: tocca proseguire, in ottemperanza anche all’imperativo categorico che mi sono autoinflitta di andare oltre al maldestro titolo, su cui già in molti hanno discusso: un cazzo non può essere ebreo, tutt’al più ebraico. In originale il titolo era L’appuntamento, con un cazzo ebraico come sottotitolo. C’è anche un altro equivoco: non siamo dallo psicanalista, bensì da un chirurgo estetico cui è stato affidato il compito di dotare la protagonista di un pene circonciso. L’io narrante coincide con l’autrice, libera di passeggiare in un flusso di coscienza che si muove tra il pornografico, la ninfomania, la volgarità pura e semplice, ma anche l’introspezione verso una ricerca identitaria personale e nazionale. Katharina Volckmer è tedesca e nella più libera e leggera Londra, città dove vive, sceglie di riparare alla vergogna dell’eredità della Shoah con un gesto estremo, dadaista quasi, che fa della body art materia di narrazione storica e politica. Si può (e cosa significa) riparare a quell’eredità? E come le scelte più intime e personali possono determinare tale riparazione? Insomma, tenetevi forte se decidete di approcciare la lettura di questo libro. Che per molti è imprescindibile: sarebbe uno scandalo non leggerlo, ha detto qualche giornalista. E forse, a suo modo, ha ragione.

L’ebreo inventato, a cura di Raffaella Di Castro e Saul Meghnagi, Giuntina. Il titolo è L’ebreo inventato e a dare vita a questa raccolta di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi che tratteggiano la figura di un ebreo, appunto, inesistente, sono Raffaella Di Castro e Saul Meghnagi, curatori del volume da poco uscito per Giuntina. L’obiettivo dichiarato è quello di fornire degli strumenti adeguati per rispondere a tali dicerie, un metodo di confronto e “smontaggio” delle credenze tra dati storici, filosofici e religiosi, ma soprattutto volto a ridare complessità ai fenomeni. Un metodo che ricalca la visione di Primo Levi nel suo indicare un sentiero senza soluzione di continuità tra banali semplificazioni, dogmi, ghetti, lager.

Questo libro è pensato soprattutto per i giovani, per gli insegnanti e gli educatori. Ma un viaggio tra le sue pagine può essere illuminante. Dopo una premessa interessante circa i dati dell’antisemitismo in Italia a cura di Gadi Luzzatto Voghera e una piccola ricognizione demografica sugli ebrei nel mondo (attualmente pari a circa il 2% della popolazione mondiale, ovvero 15milioni di persone, di cui poco meno 7 milioni in Israele, 6 negli Usa e 2 nel resto del mondo), il libro procede per temi (ovvero, luoghi comuni) affrontati da diversi autori, esperti nella materia per completare un discorso di apertura e democrazia. “Le sfide della democrazia”, si legge nell’introduzione, ” sono infatti nella convivenza tra persone, comunità, religioni diverse, nel riconoscimento e nel rispetto reciproco. Il sapere, le tradizioni, le memorie, le identità non sono eredità intoccabili, ma riferimenti indispensabili per un laboratorio di confonto e di crescita comuni”.

Il volo di Angelo, illustrazioni di Alessandro Gatto e testi di Marco Ballestracci, Silvana editoriale. Alessandro Gatto racconta la storia del padre, Angelo, sopravvissuto alla Shoah. Racconta la vita dopo, quella della famiglia, quella quotidiana, di lui bambino insieme ai fratelli, di quelle cene in cui qualche volta si parlava della fame, di quelle notti in cui sentiva il padre lamentarsi negli incubi. Fa un racconto, come scrive nell’introduzione, che può sembrare una favola, ma invece è una sotria vera di orchi e prigioni. Ma soprattutto in questo libro, Il volo di Angelo (Silvana editoriale) mette in scena la rappresentazione di ricordi e emozioni che lo accompagnano fin da bambino, attraverso i suoi disegni.

Il risultato è un piccolo libro prezioso, tanto delicato quanto violento, tanto composto quanto allucinato. Forse, contraddittorio quanto la vita dopo la Shoah. L’artista narra l’esperienza del padre, ma parla anche di sé, di quanto quel contatto quotidiano con la morte che ha accompagnato tutta la vita del padre, lo abbia condizonato per sempre. La Shoah, per chi è venuto dopo, è qualcosa da cui è impossibile prescindere, da affrontare individualmente, per ritrovarla nel proprio inconscio, e anche socialmente, come impegno civile contro l’indifferenza.

Primo Levi. Miti d’oggi, un saggio di Bruno Osimo, Francesco Brioschi editore. “In tutta evidenza i nazionalsocialisti sono stati i precursori dei reality show”. Apre così il capitolo intitolato appunto Reality Show nel libro Primo Levi. Miti d’oggi di Bruno Osimo, appena uscito per l’editore Francesco Brioschi. I miti d’oggi sono le parole del linguaggio di massa in una disamina aggiornata di quelli che aveva in precedenza selezionato Roland Barthes. Ma c’è di più, perché qui il filtro con cui leggere quelle locuzioni d’uso comune e quotidiano, come lo è reality show, è Primo Levi. O meglio, la lettura di Primo Levi. Dunque siamo in un doppio sogno, un gioco di specchi sensibili come quelli del Luna Park: Osimo legge Primo Levi per riflettere sulla cultura contemporanea e proporre una lettura dei lemmi dell’attuale linguaggio di massa. Wow!

Wow, sì, per usare un’espressione fumettistica, onomatopeica, capace di incarnare lo stupore del lettore (in questo caso) di fronte a un piccolo dizionario dei luoghi comuni interpretato attraverso un filtro decisamente inatteso: la ricerca della felicità. E ancora una volta, cosa c’entra la felicità con Primo Levi? Molto. Moltissimo. “La mia tesi” scrive Osimo nella sua Invece di una premessa, “è che i testi di Primo siano per noi portatori di felicità. Parlo di felicità in senso proprio. La felicità non dipende dalle cose al di fuori di noi, ma dal nostro modo di viverle. E nessuno meglio di Primo è in grado di mostrarcelo”.

The jewish world of Elvis Presley, un saggio di Roselle Kline Chartock, Independently published. Da decenni si parla di una jewish side di Elvis Presley, una serie di connessioni ed affinità sottolineate ed evidenziate in più articoli apparsi sulle testate di tutto il mondo. Suggestioni e fatti reali che adesso hanno trovato una casa comune nel libro scritto da Roselle Kline Chartock: The Jewish World Of Elvis Presley. Il libro della Kline Chartock sottolinea come in apparenza Elvis e il mondo ebraico non avessero nessun punto di contatto. Solo in apparenza, però, perché nonostante Presley fosse cresciuto in una famiglia cristiana fondamentalista del profondo sud degli Stati Uniti (dove non sono mancati episodi di ostilità nei confronti degli ebrei), Elvis Presley avrebbe comunque sviluppato una profonda affinità con gli ebrei. Il libro racconta infatti la natura dei rapporti personali che Elvis ha sviluppato con gli ebrei con cui ha stretto amicizia a Memphis e con quelli che ha incontrato nell’industria musicale e cinematografica. Dettagli che rivelano uno degli aspetti meno noti della vita e della carriera del Re del Rock.

Il libro della creazione, un romanzo di Sarah Blau, traduzione di Elena Loewenthal, Carbonio. Telma è la protagonista di questo romanzo magico, che sa di Zohar, di Kabbalah, di rivolta e di ribellione. Telma coincide, finzione letteraria permettendo, con l’autrice, Sarah Blau, che in più di un’intervista ha dichiarato di aver rappresentato se stessa intotno ai 30 anni e di aver scritto questo libro per poter sopravvivere. A se stessa, prima di tutto. Al fatto di essere donna e di volerlo essere nel modo più profondo, articolato e combattivo possibile. Intitola non a caso il suo romanzo d’esordio Il libro della creazione, Sarah Blau, scrittrice, drammaturga e attrice tra le voci più innovative della letteratura contemporanea israeliana. Sicuramente, una delle più irriverenti: femminista, religiosa, senza rabbino, studiosa e scrittrice di argomenti ebraici da una prospettiva, appunto, femminile. Così questo suo Libro della creazione arriva tra le mani dei lettori e si rivela uno strumento potente, creativo a sua volta, come se a leggerlo si acquisissero gli strumenti della creazione…


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